I.

Don Luigi Paci, o, come lo chiama il commendatore Schicchirillo col suo solito spirito agguerrito, don Luigi Clasio, era incomodato da qualche settimana. Venti giorni prima, sua eminenza l'aveva fatto chiamare a sé; e don Luigi, letta la lettera del segretario, e rilettala, la posò sul banco, e si domandò: - Che vorrà? - Siccome eran momenti di richiami e di paternali, frugò nella sua coscienza. Nulla che lo rimproverasse. Ma poiché sua eminenza era antirosminiano dichiarato, e don Luigi rosminiano dichiarato e convinto, capì subito che voleva richiamarlo a dovere su quel gravissimo tèma.

- Andiamo! - fece con un sospiro.

Gli venne anche in mente che sua eminenza....

- Ma perché fasciarsi la testa prima di rompersela? L'unica, andare. Iusta petenti est annuendum.

Attraversa su quell'ora delle undici la piazza infocata del dòmo, entra per la bella porta nel tetro e scialbo arcivescovado, in quel cortile che pare d'una caserma, sale le scale non senza un certo accoramento, e, se si fosse visto, con una cera assai turbata, come chi sta per andare alla morte. Il segretario o caudatario che fosse, un prete alto, segaligno, con un viso moro, gli occhi bianchi e il còllo inclinato a sinistra (inclinazione a sinistra o a destra che è un privilegio, non si sa perché, di molta gente devota) l'introdusse. L'arcivescovo, nella sua stanza poco illuminata, dalle pareti con dipinti italiani antichi e oleografìe francesi moderne, lo ricevette con vari oh! sospinti, poi cortesemente lo pregò d'accomodarsi; e si sedettero squadrandosi.

Erano due figure tipiche: il superiore, un viso olivastro, sbiadito, e una figura tozza, marcatamente plebea; la veste trascurata faceva contrapposto al fulgore aureo della croce e dell'anello. Teneva il còllo inclinato a benigna compunzione, con un benevolo sorriso. Scrutando quel viso con intenzione di conoscere l'uomo, non vi avresti scorto né lampo d'ingegno, né elevatezza d'idee ; nella sua voce, come moneta che battuta sul marmo risponde della propria sincerità, nulla che lo rivelasse magnanimo. Ma negli angoli della faccia e in quel qualunque insieme di linee c'era l'espressione dell'agricoltore gretto e ostinato che persiste a voler trarre da un campo quello che non può più dare, senza variar di metodi né di cultura. Era il soldato abitudinario e fedele alle idee d'un impero, le cui insegne son ancora rispettate dai popoli pèrche serbano il ricordo, sia pure esteriore, d'un gran principio.

Il sacerdote un tipo ben diverso: bell'uomo, alto, quadrato, il viso aperto e sereno; maniere e abito signorilmente puliti; in tutto l'insieme si presentava come un ufficiale che decorosamente porta la divisa, più ormai per onor della firma che per convinzione, procurando d'esercitare la sua carica con la maggior sodisfazione della propria coscienza, evitando gli attriti che lo porterebbero a dover riconoscere e confessare i guasti della istituzione cui serve. Per questo, la chiamata gli era dispiaciuta assai.

Sua eminenza, guardando quella bella figura di prete, quel viso pallido ma dignitoso, pensava come dar la stura alla prèdica che aveva in corpo.

Bisogna sapere che una delle piaghe per cui pareva a lui che il ministero ecclesiastico non funzionasse punto, ma punto bene, fosse la caccia. Tutti questi curati della montagna, della campagna, della Bassa, dell'altipiano, e non pochi anche della città, tutti cacciatori emeriti, tutti smaniosi di pigliare il fucile, e battersela col capo in aria. Anche in certe terre, dove non c'è nemmeno un pettirosso, il signor parroco, sissignori! è cacciatore per la pèlle: prender la brava licenza, e piantare il breviario anche se si rimpasta l'età d'ottant'anni, un'indegnità vera! La dottrina cristiana non s'insegna più. A questo marasmo bisogna riparare; e l'esempio dev'esser dato, prima d'ogni altro, dai preti cittadini. Sicché sua eminenza andava informandosi a uno a uno da' suoi referendari di tutti gli ecclesiastici che erano sotto la sua giurisdizione; e arrivato al nome di don Luigi,

« Anche questo! » gli dissero.

« Anche questo?... »

Inutile dire che, inasprito già per altre cose sul suo conto, senza domandare altro, ordinò che lo chiamassero sùbito, d'urgenza.

L'aveva però fermato nella foga preparata la nobile figura di lui.

L'arcivescovo, trovandosi di fronte a quest'uomo dotto, volle prima far sentire la sua benevolenza, e si perse in complimenti comuni espressi con parole gentili. - Aveva piacere di far la conoscenza personale d'un sacerdote così studioso, e così zelante per l'educazione delle anime. La Provvidenza era stata veramente buona col suo pastore d'avergli concesso di poter guidare al cielo il suo popolo con un clero tanto esemplare, veramente modello irreprensibile di costumi, tanto ricco abantico di buon senso e devoto al santo padre. Oh sì, il merito del pastore si riduce a nulla, quando tutto procede bene da sé, non è vero ? Ci vuol ben poca virtù. -

Don Luigi rispondeva inchinando leggermente la persona ossequioso: « Troppo buona sua eminenza! »

Sentiva il prologo di prammatica ; e aspettava l'essenziale.

Infatti l'arcivescovo, fatta una breve pausa, riprese:

« Siamo qui, figliuol mio, per aiutarci l'un l'altro a salire al cielo, per correggerci con sentimento cristiano scambievolmente: giacché tutti gli uomini son facili a errare; e il ritornar presto sulla via diritta è un dovere e un benefizio: essa risparmia tanti affanni forse tardivi. E che c'è di più dolce e consolante dell' idea del paradiso ? E che è mai questa vita così fugace nella quale s'abbia a cercar di mettere con tanta ostinazione tanto attaccamento ? »

Detto questo, guardò in viso il suo interlocutore che ascoltava fisso, in atto modesto, senza dar segno di voler interrompere, né parlare.

Allora, l'arcivescovo saltò il fosso.

« Vengo sùbito , » disse, « al fatto nostro, per non farle perder tempo, che è tanto prezioso per la salute delle anime. Ebbene, lasciando da parte, la questione tomista, di cui avremo a intrattenerci qualche altro giorno, e nella quale ella mi pare.... che veramente con soverchio zelo si dimostri.... non so.... - pòco ossequente ai voleri del santo padre, oggi vorrei parlarle d'una cosa più..., come devo dire? più significante nella sua gravità. »

E con la bocca un po' arrotondata aspirò leggermente; poi, visto il suo ascoltatore impassibile, riprese brusco:

« Nella questione del poter temporale, mi dicono, che lei sia d'un'indifferenza spaventosa non solo, ma qualcuno afferma averlo sentito asserire non esser cosa affatto necessaria né al santo padre, né alla Chiesa, anzi un vero benefizio per l'uno e per l'altra averlo perduto. Desidero sapere dalla sua bocca stessa se questo sia vero. »

Don Luigi raccolse tutta la sua calma e umiltà, le avvolse, diremo, così nella coscienza intemerata, e rispose sereno:

« Che dovrei io ripeterle le parole dei santi ? Ella le conosce meglio di me. Dirò, a mia semplice giustificazione, come io abbia sempre creduto non fosse un male ispirarsi a quelle.... Sua eminenza sa.... »

L'arcivescovo l'interruppe sùbito.

« Le parole dei santi ripetute dai nemici della Chiesa, non possono essere ispirate che da elementi impuri e satanici; e, per questo solo bisogna che ne siano molto guardinghi i fedeli e più che mai i sacerdoti a citarle. Un buon cattolico, un sacerdote deve pensare così: che se gli eretici se le appropriano tanto volentieri, è segno molto brutto: è segno che è una merce assai sospetta. Oh Dio misericordioso! I santi, parlando da un punto di vista ideale, sublime, che sarebbe bello se potesse esser pratico e raggiungibile dai mortali, non pensavano a chi mai un giorno avrebbero prestato le armi! Bella l'idealità, ma qualche còsa bisogna pur donare alla terra: siamo composti d'anima e di corpo; non si vive solo di spirito; e ammettendo, com'è naturale, il sublime, fa d'uopo camminare come possiamo meglio nelle strettezze della realtà, come fece nostro Signore, che pure essendo Dio, s'adattò a vestire l'umana carne, a cibarsi come noi, a soffrire come noi. Non è egli vero ? Per questo appunto i sommi pontefici tenner di conto del patrimonio di san Pietro; per questo si chiama di san Pietro, perché fatto per servire assolutamente ai successori di Pietro ; come, anche aspirando alla santità dell'anima, sentiamo che sarebbe un delitto far getto del nostro corpo. Ora è chiaro che nessuno meglio dei sommi pontefici sa quello che è da conservare e quello che sia da rigettare, e se essi persistono così ostinati a reclamare il poter temporale, è perché vedono come in quello consista la loro libertà piena, della quale non posson fare a meno, come quella che è affatto indispensabile al loro potere spirituale e al buon indirizzo della Chiesa. Ma parteggiare, annuendo esplicitamente o tacendo implicitamente, con quei miserabili che si ammantano e si gualdrappano in pubblico col nome di patriotti e d'italiani, con l' anima massonica di Satana, che spogliarono empiamente la santa sede delle sue vesti sublimi e se le divisero come i carnefici di Gesù fecero della veste inconsutile, parteggiare per costoro, caro figliuolo, è un vero reato non assolvibile in un cristiano cattolico e detestabile in chi porta il vostro abito. E io, povero vescovo, sarei responsabile davanti a Dio di tanto male se non richiamassi, come faccio, al dovere chi se ne allontana. »

Tacque, guardando il prete che, sempre pallido ma non turbato, gli sedeva davanti. Poi riprese con altro tono:

« Patriotti! italiani! C'è uno solo e vero patriotta e italiano in Italia: il santo padre. E Dio avesse voluto che questa povera nostra patria non si fosse mai staccata da lui! Ora ella è caduta, irremissibilmente caduta. L'abisso è spalancato dinanzi a lei. E voi pure, figliuolo, siete guasto dall'orrendo contagio. »

Don Luigi raccolse un'altra volta i suoi modesti cenci d'umiltà, li ravvolse nella sua salda coscienza, e rispose sereno:

« Eminenza, io sono un povero prete che non posso lottare col sapere e con l'esperienza de' miei superiori. Fo vita semplice fisica e intellettuale. Quando mi ordinai, m'era stato insegnato a credere senza discussione quello che è domma, e che il resto poteva esser discusso, salvo le convenienze, l'opportunità e la disciplina. Ora, io ammetto che non sia opportuno per noi sacerdoti discutere del patrimonio temporale della Chiesa, come una volta facevano i santi, i cattolici, i preti e gli scrittori cristiani, e, se non sono formalmente invitato a dire quello che penso, io taccio. Pensavo non essere obbligato a fare di più. Se poi un giorno anche la questione temporale sarà convertita in domma, io chinerò il capo, com'è mio dovere, e adorerò tacendo. »

L'arcivescovo levò di tasca un ampio fazzoletto turchino, si soffiò, lo rivolse, lo ripose; poi disse ;

« Obbedienza passiva! Non è da buoni soldati. E non vi desta nessuna pietà il padre vostro ridotto a non potersi più muovere dalla soglia del suo sacro palazzo ? Avete voi, senza che ve n'accorgiate, racchiuso nel fondo dell'anima un cattivo seme di crudeltà, e dovete molto pregare perché Dio l'allontani da voi! Il male s'annida pur troppo contro il desiderio nostro nell'animo nostro, e senza che ce ne n' accorgiamo ; dobbiamo aiutarci reciprocamente a cavamelo; il pastore dev'essere cognito delle sue pecorelle, e averne cura. Io parlo così per il bene che vi voglio. Credetemi, mio buon figliuolo, nell'anima vostra ci sono dei semi forse a voi ignoti di crudeltà verso le creature di Dio, una delle quali è anche il nostro santo padre. Altri fatti, che sono a mia cognizione, me lo provano chiaramente. »

E si soffermò guardandolo con una aspettazione come d'amore severo.

Il sole, che entrava non limpido attraverso alle tende gialle, tingeva le due facce di diverso pallore: terrea l'una, cerea l'altra. Don Luigi era proprio sgomento, giacché quest'ultima accusa misteriosa e improvvisa gli aveva ferito il cuore: addirittura ne avrebbe pianto.

Quando potè proferir parola, rispose:

« Io son molto grato a sua eminenza se mi fa accorto de' miei errori, che in realtà s'annidano nell'anima nostra senza che ce n'accorgiamo. Ecco, io che so d'avere tanti peccati, e tutti i giorni me ne confesso al Signore, ero lontano dal pensare, lo dico sinceramente, d'avere in me il seme della crudeltà. Mi accusavano del contrario. Crudele proprio non credevo d'essere! »

Mormorò quest'ultime parole con le pupille velate di pianto.

« Vedo che il mio dire non è stato senz'effetto, e me ne compiaccio, figliuol caro. Insistiamo a cacciare il male. Vi dirò dunque che nulla può maggiormente ripugnare all'animo cristiano e sacerdotale che l'offesa a tutte quante le creature di Dio; peggio ancora l'istinto sanguinario. Ecclesia abhorret a sanguine. »

Don Luigi guardò sua Eminenza con un atto di vera maraviglia. A chi si riferiva quel discorso ? A lui che avea sempre versato lacrime amare per tanti fatti sanguinosi cui aveva dovuto assistere o che aveva sentito ? Che aveva perfino pianto amaramente per il sangue sparso dei nemici, che giudicava non meno fratelli dei nostri fratelli? Se non a lui, a chi ? Ebbe un momento l'idea che il suo arcivescovo per il gran caldo, ostinatamente continuato, avesse sofferto, il cielo noi volesse, nel cervello, fosse andato proprio fuori di sé. Non altrimenti, dopo aver parlato a lungo con persona che ragiona assennatamente e con calma, una frase scatta, come un orologio che abbia rotto il suo meccanismo, e ci accorgiamo, con meraviglia e turbamento, d'aver che fare, Dio ci aiuti, con un pazzo. O non era lui forse vittima d'uno scherzo brutale, di qualche atroce calunnia?

Sua eminenza, attenuando la voce, per mostrare anche meglio l'animo suo mansueto e spoglio d'ogni ira e rancore, continuò:

« Ah, il peccato che s'insinua nelle nostre viscere a nostra insaputa! sotto apparenza di bene, di divertimento, di svago, di piacere. La gola, specialmente la gola, ci pervertisce, come per un po' di miele si legge nella Sacra Scrittura..., voi lo sapete ?! Il male fa la sua strada; e noi continuiamo incoscienti, nei fatti nostri; egli ci avvolge a poco a poco forte e tenace nelle sue spire ; si fa padrone di noi, e noi suoi servi! Vigilate, figliuol mio: questa è l'unica parola. »

Il prete più bianco del suo collare, aprendo le labbra timide nella sua faccia aperta, ma ansiosa, supplicava con gli occhi.

« Mi levi di pena sua eminenza: mi dica in che cosa abbia io dimostrato codesta trista inclinazione. »

Con le mani incrociate, le grosse dita che s'intrecciavano, lasciando di fuori il grosso anello, sua eminenza riprese:

« è quanto stavo per dirvi, figliuol mio! Un piccolo fatto, se volete, della vostra vita, ma che vi dimostra e vi prova perfettamente quanto ò detto finora. Il male che si annida nel nostro cuore a nostra insaputa!... Voi ambite molto di andare a caccia, non è vero? »

Non era veramente la parola ambite quella che gli pareva adatta, ma don Luigi accennò col capo di sì.

« Ebbene, voi fate cosa molto in uso e molto ammessa dalla società laica ; ma certamente è una mancanza alla morale disciplina della Chiesa e al sentimento civile cristiano, una persecuzione che voi portate a creature anche quelle di Dio, a cui pure è concesso tutto il diritto di vivere, o per lo meno di non esser perseguitate da chi veste il nostro abito. Oh, Signore! capisco l'obiezione. Voi direte: - Si mangiano bene questi animali! E pur troppo vero; e è anche naturale; li mangiava nostro Signore, li mangiamo noi, ma non saremo noi che li ammazzeremo per questo. è cosa ripugnante, non è sacerdotale. La caccia è cosa indegna affatto di chi deve mostrar mansuetudine da un lato, di chi deve occuparsi a istruire, a catechizzare dall'altro. »

Don Luigi respirò. Ora capiva qual era l'accusa che gli facevano. E ne sorrise nel suo interno. Oh, l'arcivescovo era stato male informato. Che equivoco colossale! Non gli ammazzava, gli uccelletti lui, no: non faceva come a' suoi bei giorni Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII, che seduto al paretaio aspettava i gai fringuelletti, gli svelti pettirossi, gli scriccioli, le capinere ; e presili appena, con una strizzatina del pollice, li riponeva morti nella cesta al suo fianco. No, no. Oh, per conto suo, anzi, era inorridito che la feroce avidità e crudeltà umana avesse ormai estirpato gli allegri e simpatici abitanti dei campi e delle selve, gli utili aiutanti dell'uomo nella distruzione degli insetti e nella difesa dell'agricoltura. Che ? se avesse comandato un giorno, o se avesse voce in capitolo, proporrebbe, nientemeno, che i governi tutti s'unissero per metter fine, con leggi severe, a questa terribile guerra agli esseri più gentili e buoni che popolino la terra e il cielo ; oh, no, non era mai andato dietro alle lepri, o alle starne, o altri animali da caccia per ammazzarli e mangiarli ; aveva solo una gran passione per gli uccelli di canto, i calderugi, gli usignoli, specialmente gli usignoli, quella gaia famigliola, che ora aveva lasciato a casa, e che aspettava il suo ritorno. Nel suo studio illuminato, tra il verde delle piante varie che si divertiva a coltivare e veder crescere, in trespoli e vasi dentro, e in cassette fuori sul terrazzino, che l'edera eterna e le viti americane in primavera rivestivano com'un capanno, i suoi uccelletti in una bella gabbia grande, saltavano da su e da giù sempre allegri e beati, beccando, cantando, amoreggiando, aumentando, senza farsi mai guerra, benché di specie diverse, verdi, gialli, rossi, variegati, neri, molti dei quali si procurava da sé andando in certi giorni, anche per uscire di muffa, a tendere delle cestole, contento di spartire la preda con amici e colleghi. Specialmente i rusignoli, che vivevano in gabbia solitari, erano la sua passione. « Quei rusignolini, »diceva sempre affettuosamente agli amici, « gli voglio tanto bene! » Oh Dio l'andare a caccia era per lui uno svago da' suoi studi, dalle molte occupazioni, dagli affanni segreti; un'abitudine diventata natura. Ognuno di quei giorni lo rimetteva da qualunque passata stanchezza. Non era affatto per torturarli in nessun modo, nemmeno per sogno, né per mangiarli certamente, ma per provvederli del necessario, per strapparli agli uccelli di rapina, a chi li avrebbe più volentieri visti infilati nello spiedo, anche senz'averli ammazzati da sé.

« Che equivoco, eminenza! » mormorò; ma l'arcivescovo non intese neppure, non smise il suo discorso; anzi, quasi volesse, con lui dotto, fare sfoggio di dottrina, per mostrarglisi superiore anche in questo, come se fosse sul pulpito, e a ogni periodo passasse da destra a sinistra per parlare imparzialmente all'affollata e intenta moltitudine, andava da qua e da là col suo discorso fugato, ripetendo in parte il già detto, adducendo novi argomenti contro un sì barbaro costume.

« La Chiesa è una società modello che tutto prevede e provvede, e il buon esempio vuole che cominci dai suoi. E uno degli impedimenti a potersi ordinare è appunto il difetto di mitezza: defectu lenitatis. Per questo, nello scegliere i sacerdoti, essa santamente si rifiutò fin da principio di prendere gli uomini che per il loro mestiere avessero degl'istinti o delle abitudini sanguinarie, Nam ministros suos exemplo Christi lenes esse voluit. Così essa non ammetteva neppure deformità corporali, non che spirituali: ob deformitatem ordinibus.... non tamen illi quorum leve vitium est uti si quis maculam habeat in oculo, aut ungulam digiti amiserit, non è vero? Si fanno delle eccezioni senza dubbio, come, per esempio, nel rifiuto d'ordinare i figli illegittimi, a Parigi, dove s'è dovuto ricorrere all'ospedale de'trovatelli, perché altrimenti.... bisognerebbe rassegnarsi a stare senza preti.... è che la Chiesa vuole una società perfetta, mio caro, e i sacerdoti perfetti. Come può un parroco, (lei non è parroco, ma è soldato della Chiesa anche lei, e l'uno o l'altro è lo stesso,) come può predicare dall' altare incruento la bontà e la mitezza anche verso gli animali, se non ne dà lui il primo esempio? Non est enim aequum fieri auctores effundendi sanguiniis qui debemus esse auctores salutis ».

Don Luigi s'era provato più volte con un: « sta bene, ma io.... » a interrompere il suo superiore; ma quello non glie ne dette mai tempo, né modo: continuava imperterrito a mostrargli la irragionevolezza della sua crudeltà d'animo. Finalmente volendo in qualche modo resistere, gli parve meglio puntare le armi contro tanta dottrina, e attaccarlo dalla parte, diremo così, legale.

« Ma è proibita dai sacri canoni la caccia? » domandò.

« Non tutto quello che è sconveniente è obbligo che sia proibito. Non è delitto la caccia! verissimo, ma per chi porta l'abito sacerdotale non è nemmeno una virtù. L'ò detto: Ecclesia abhorret a sanguine. Il punto è questo, e quanto non è conforme, è puramente contradittorio. Non ammette la Chiesa neppur quelli che aiutano o' che approvano lo spargimento di sangue, qui aliquid conficrunt ad necandum, neanche i giudici che emettano una sentenza di morte o di mutilazione, qui sententiam proferunt mortis aut mutilationis e i ministri che l'eseguiscono.... Sparger sangue è veramente cosa ripugnante al nostro ministero, quando pure, e voi lo sapete, si trattasse di cosa non solo necessaria, ma urgente. Ai macellari non sarebbe permesso dai sacri canoni l'avviarsi alla carriera ecclesiastica; ma neanche di fare il chirurgo, perfino il chirurgo! Che cosa potrebbe esserci, per esempio in un parroco, di più necessario, a volte, e di più opportuno? Un salasso, due, tre salassi possono risparmiar la vita a una creatura. Chi più al caso d'un curato, così prossimo, così pronto a fare il bene delle sue pecorelle ? Ma la Chiesa non può transigere, se non per eccezione, come quando permette ai frati d'esercitare chirurgia, perché non può ammettere lo spargimento del sangue! Ne à tutto l'orrore. Pensando poi in quante cose più utili un sacerdote può impiegare il suo tempo a cura delle anime, quante pecorelle innocenti sono da strappare al maledetto lupo della menzogna, che con l'anima della massoneria e dell'incredulità pervade tutti gli ovili, tirarle alla dottrina cristiana, ai vespri, alle messe, alla comunione, quel tempo è deplorevolmente sprecato, e dovete renderne conto a Dio. Io, vostro pastore, io stesso, se non vi richiamassi al dovere, sarei responsabile dell'opera vostra davanti al tribunale supremo. Promettetemi dunque che tralascerete così reo costume, e che darete quel tempo a migliori usi, più utili per la Chiesa di Dio, specialmente in un tempo che è tutto da spendere in vigilare e combattere. »

Don Luigi voleva ancora protestare ; si provò ; aprì la bocca con un altro « Ma!... » L'arcivescovo, che non voleva discussioni in proposito, non gli dette modo.

« Siate buono, » continuò con affabile unzione, con quella calma che a romperla provocherebbe la tempesta, « siate buono, io sono sceso con dolcezza alla preghiera, col cuore mite, confidando nella vostra resipiscenza ; non mi costringerete a prendere altre misure; fate atto di rassegnazione: costa un po' di sforzo, lo so, togliersi alle cattive abitudini ; ma bisogna in tutte le cose fare uno sforzo, e sacrificarle al bene di Gesù ; fatelo per amor di Gesù, e per amor mio, promettetemi di smettere codesta diversione non buona. »

« Prometterò.... » mormorò don Luigi, pur di uscire ormai da quel colloquio e di dare un po' d'offa al terribile aggressore, per non avere a sacrificar di peggio.

« Oh bravo! promettetemi per amor mio che abbandonerete la caccia, e con la caccia anche altre idee che vi danno aria di disobbediente e di ribelle: le idee rosminiane, intendo. »

« La caccia, sì, eminenza; farò a Dio questo sacrifizio personale; ma.... le idee rosminiane.... non prometto, non posso promettere di rinnegare quel santo uomo. »

« Fate uno sforzo. È questione d'un semplice sforzo! »

« Non prometto, eminenza. Posso tacere. »

« E poi l'altra più grave questione, il poter temporale! »

« Posso tacere anche per questo, eminenza. »

« Tacere non basta: ci sono certi silenzi più eloquenti delle parole, silenzi che incoraggiano gli empi, che deturpano noi stessi. Che figura, faremmo, se, per un'ipotesi probabile, quest'ostinata nostra patria, suscitate le ire del mondo cattolico, che qua, come un terribile castigo di Dio, che Dio non voglia, venisse a scancellare con un'orrenda guerra e una fiumana di sangue la sua ostinatezza, che figura faremmo noi cattolici italiani, se di fronte a tanto buon zelo per rendere al santo padre quello che è suo, che si chiama dal principe degli apostoli, che gli fu confermato nei secoli, che figura faremmo se noi soli ci mostrassimo indifferenti, scettici, tiepidi sostenitori dei suoi sacrosanti diritti ? »

Don Luigi restò come impietrito. Dopo poco mormorò:

« Fiumane di sangue! »

« Che Dio noi voglia, ma il cuore indurito di Faraone lo fa presagire. »

Don Luigi non rispose. E non promise di più. A poco a poco parve come se quelle fiumane di sangue allagassero, lo invadessero, gli salissero alla gola, e desiderò d'uscire sùbito, senz'aspettare d'essere invitato. S'alzò macchinalmente, s'avvicinò all'uscio della sala, a passi all'indietro, seguendolo l'arcivescovo e parlandogli, e lui sempre ritirandosi, come se il rosso di quelle vesti fosse tutto di sangue, finché arrivato alla bussola, l'aprì, senza rispondere, dritto, alto, pallidissimo; e andò via guardando, come una larva o una statua senza fiato, senza veder il segretario che dietro all' uscio aspettava e l'accompagnava quasi spaventato. Uscì dal cortile dell'arcivescovado con gli occhi che parevano diventati ciechi nella luce sfolgorante del.mezzogiorno; e andò a casa in preda a un turbamento e una melanconia infinita, con un incubo che perdurava e gli provocava insoliti e profondi sospiri.