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X.
Schicchirillo se ne stava in poltrona, in quell'attitudine pensosa di filosofo che i suoi amici eran soliti ammirare rappresentata in fotog-rafia
sul Corso in mèzzo a varie eminenze: a destra, il viso eunuco e vieto d'un monsignore italiano ; a sinistra, la barba mitrata
e insignificante d'un patriarca armeno ; sopra, un pascià sciaboluto e imbottito, chiazzato il petto di ciondoli cavallereschi
; sottoluna ballerina dalle gambe polpute e i piedi ineleganti e tozzi.
L'Incognito cominciò così:
« Mi proverò a contentarla.... Intanto, quel che posso dirle, mia signora gentile, è che suo figlio, suo figlio minore, vuol
proclamar la fine delle guerre, dichiarandole contro ragione, e io... non so quanto incontri ,il parere di donna Tecla, e di questi egregi amici; io... sono francamente della stessa opinione. Che bisogno c'è infatti d'uccidere gli uomini? Essi non danno noia, se sono sani; e se sono malati, perché
si devono uccidere? Anzi, fissando un poco il ragionamento, può l'uomo togliere la vita all'altro uomo? No. Ci s'oppone la
ragione; e la religione e la filosofia l'anno sanzionato da un pezzo. Non ammazzare. Non fare agli altri quel che non vorresti fatto a te. Non fare il male. Rendere bene per male. Non vendicarsi. Non sopprimiamo i nati nemmeno infermi ; li sopprimeremo adulti? L'omicidio individuale è condannato. E quello collettivo
perché sfuggirà alla condanna? Noi uccidiamo, quando nascono, i mostri fisici: dovremmo uccidere, quando si manifestano, i
mostri morali. Quali sono? Gli omicidi. Eppure, troviamo tanto ripugnante, anche allora, toglier la vita a un uomo, che la
pena di morte l'abbiamo abolita, e boia è la parola peggiore del nostro vocabolario. Preferiamo sequestrare gli stessi omicidi! e allontanandoli, mandarli sott'altro
cielo, dove possano svolgere possibilmente le buone qualità, perdendo quelle cattive. »
« Trapiantarli come si fa dei porri!» interruppe Schicchirillo con un sorriso sardonico.
Donna Tecla sgridò con uno sguardo l'egregio filosofo.
Il giovine riprese, come non fosse stato interrotto:
« Cromwel deportò venticinque mila uomini, che altri avrebbe massacrati o messi in galera, nell'America settentrionale, e
furono procreatori d'una delle più libere e forti razze del mondo! Ora, mancando la ragione principale per legalizzare il delitto guerresco, ce n'è
forse qualcuna secondaria per approvarlo? qualche utilità reale minore? Quali motivi possono indurre mai l'uomo a diventare
un legale omicida? Giacché si tratta di questo. Sono forse esse d'ostacolo alla pace, le differenze di razza? Ma se in natura
la caratteristica dell'affinità è quella appunto d'esercitarsi tra corpi differenti.... La mano destra va con la gamba sinistra,
e la sinistra con la destra! Dunque? Sono scuola di forza e di valore? Potevan essere, una volta, quando Annibale andava primo
nelle battaglie, e ne veniva via ultimo; oggi, ognuno lo sa, sono un tessuto di perfidie e d' astuzia. Ma dato e non concesso,
che producessero quelle due virtù, dobbiamo cercare il valore per perdere la ragione? Diventar bestie feline? Era virtù d'antichi
cavalieri di non combattere contro un nemico inerme o con arme troppo inferiore. Virtù, di necessità, perduta. Data la precisione
micidiale delle armi moderne, concederne al nemico, sarebbe un vero suicidio cooperativo. Se non che, i popoli, che lo sanno,
si vanno coprendo d'armi, e l'Europa moderna destina al servizio della guerra non meno di quaranta miliardi! Più del terzo
di tutte le entrate delle nazioni è ingoiato annualmente dai bilanci della guerra e della marina, crescendo sempre, mettendo
i popoli all'estrema miseria, e con l'incubo continuo, con la guerra o senza guerra, d'una sollecita e totale rovina. I neri
delle più remote o interne parti dell'Affrica, anno già imparato a maneggiar il fucile meglio che la lancia, e delle nostre aggressioni,
se continueremo a educarli in tal modo, ci renderanno presto pan per focaccia; se prima non saremo esauriti sotto il peso
stesso della nostra sciagura. Che è dunque questa nostra civiltà? Si grida contro la schiavitù affricana, e la guerra è una
schiavitù mondiale. Si grida alla morale e al dovere ; e di questo e di quella ognuno sente a' nostri tempi, con le nozioni
accresciute, la poca sicurezza di definizione e di pratica, giacché non si possono applicare due grandi nomi a cose incerte,
che non abbiano almeno un carattere di legge universale. L'odio e il danno reciproco non sono legge umana; e comandare e prosperare
da una parte, per tenere schiavi e far languire dall'altra, se non parve giusto agli antichi, oggi pare iniquissimo e rovinoso.
L'uomo è punito in quello che pecca. Rammentiamoci le parole di Dasaratha morente; rammentiamoci che se gli Aztechi e gl'Incas
furon oppressi e spenti, non è corso molto che i vincitori pagano acerbamente il fio delle malvage vittorie. Ottone fece di
slavi e di schiavi un sinonimo, ma non ebbe per risultato che di sviluppare o d'accrescere l'odio d'una razza contro quello d'un'altra. Ci faremo
noi ancora comandare gli assassini dalle malvage passioni? L'amore e l'odio dei popoli, - diceva un antico filosofo, - non
devono essere la regola dell'amore e dell'odio tuo. Esamina se anno ragione. - È dunque sola la ragione chiamata, in chi governa, a regolar le passioni, non la vendetta, la vendetta che è troppo spesso a base di viltà. E, bene sta che il filosofo
della ragione pura avesse ideato il piano della pace perpetua e V abolizione degli eserciti permanenti. La felicità consiste
nel vivere secondo natura, e la natura per l'uomo è quella della ragione. Fuori, non e' è né felicità, né leggi, né religione,
né morale possibili. Tutto diventerebbe una buffoneria. La guerra è dunque una malattia infettiva, che allontana gli uomini
dalla mèta che agognano. Quando si cerca di strappare centinaia di creature alle malattie endemiche, sporadiche, epidemiche,
e di sopprimere queste, par dunque giusto che si tenti di sopprimere quella che è tra le malattie la più grave. Se qualcuno
arrivasse a togliere il colerà dall' India o la febbre gialla dall'America, il mondo alzerebbe un grido di gioia. Farà altrettanto
il mondo a chi s'alzi a guarirlo dall' infezione guerresca. Un poeta medioevale godeva al pensiero di veder membra divise,
capi staccati dal busto, uomini spaccati dalla testa al petto; ma un poeta più grande lo condannò a vederne l'eterno spettacolo
nelle ultime bolge infernali; e tale sia di tutti quelli che della guerra ne fanno una gioia, un benefizio dell'umanità. Si
son forati i monti, si son congiunti i mari, si avvicinano e si mescolano gli uomini con una rapidità mai sognata: sia vicino
il giorno che si formerà il gran fiume della schiatta umana, e la pace sia il sole che li illumini e li conforti! Già il vapore
attraversa fulmineo valli e montagne su rotaie che non segnano confini, e invano l'obbligheremmo a dire: - tu passi tra persone nemiche! - I popoli l'aspettano esultanti: ne'
suoi occhi di foco veggon l'amore, ne' suoi sbuffi la vita, nelle sue spalle poderose la forza; nella strada ferrea e sempre
uguale il progresso sicuro e continuo della moderna civiltà. E dopo di lui, che aprì la strada, agile e leggero come una rondine,
rapido come il pensiero, ecco il tram e il treno elettrico che scivolano via attraverso alla terra, senza il minimo accenno
della stanchezza, e spargono di giorno intorno a sé faville d'oro e nell'aria notturna fulgori di stelle e bagliori di diamanti.
»
Nel viso e nelle maniere dell'oratore s'era formata rapidamente una trasformazione curiosa: il volto, anche più pallido, non
perdeva il sorriso; il gesto semplice vibrava agile e operatore, come una lama in mano a un artefice squisito, un bisturi
adoperato dalle classiche unghie del Bottini; e le sue frasi che in bocca d'un accademico forse sarebbero parse accademiche,
guizzavano, scintillavano sul labbro di lui con la potenza elettrica del suo tram; e producevano molto effetto sull'uditorio,
eccettuato, s'intende, Schicchirillo. Egli non era mai della parrocchia. Le parole, gl'incisi, lievemente delineati e coloriti del giovine, apparivano tutti come
facce diverse: a un tratto radevano il suolo con l'umiltà d'una conversazione, ora s'alzavano grado grado o scattavano con
impeto lirico. Le signore, fisse in quella zucca bionda, in certi momenti trattenevano il respiro, e Perverso era meravigliato di quel taciturno discepolo che gli faceva così onore. Schicchirillo si dimenava coi piedi e col sedere, come non potesse star termo, nel suo colore giallognolo d'invidia e di dispetto.
« Coraggio, amici!» continuò l'altro. «Le guerre stanno per finire. Già il militare non fa più quell'arte, se mai la fece altre volte, per il piacere d'uccidere,
ma per una professione, spesso effetto delle circostanze tiranne, e stanco di tanto ozio funesto. Noi abbracciamo riverenti
quelli che volontari offrono la loro devozione alla patria. Prode gioventù che sente tremare ogni fibra al solo nome d'Italia;
che ama di rendere alla gran madre tutto quanto possiede: la forza, le speranze, la vita, pur di costudire il suo onore, la
sua incolumità, la salvezza dei suoi figli. Sta bene, ma quando tutte le patrie saranno sorelle, l'entusiasmo e il valore
vostro l'impieghereste in altre e non meno nobili imprese ; quando la patria sappia tener di conto delle vostre energie, chiamandovi
a spenderle brillantemente su campi ben più gloriosi, voi, ribellandovi per i primi ai desmodi umani che rimarranno, v'inchinerete
alla pace che viene a stabilirsi tra noi: Ave, Dea, accusati milites te salutant. Se l'esercito potrà ancora essere, sotto certi rispetti, una scuola di disciplina e di dignità; se piace vedere il povero
borghese, il nobiluccio, il nobilone sotto quella veste uguali allo stesso capo dello Stato, non è giusto che tanto dono sia
dato per l'arme omicida; è ingiusto che esista solamente per il tempo della ferma. La dignità deve essere intera e di tutti, non solo fino a che l'uomo è sotto le armi, ma fino a che gli dura la vita, e con pensieri di letizia,
non d'incubo funereo. Né tal sentimento antiguerresco paia un vile timore della morte! Questa si affronta su centomila campi
diversi; e l'operaio che vive combattendo nell'officina, o nella miniera, in mille opere rischiando non di rado la salute
e la vita, non è meno nobile del soldato che córre contro il nemico, del sovrano che regge le cose pubbliche, se non in quanto
quest' ultimo possa essere un congegno della macchina più noto, come quello che tutti li rappresenta. Invece che in base a
scaltri inganni, alleanze e paure, si reggerà il mondo con gli aiuti, la fede e gli arbitrati. Fidate nella bontà umana e
nel suo progresso. L'umanità viene dalla guerra, ma va alla pace, diceva il gran poeta di Francia. E rioi ne abbiamo un'confortante
esempio. Gl'infiniti paesucoli d'Italia, che prima dell'indipendenza e dell'unità s'odiavano e si scanagliavano l'un l'altro,
ora s'affratellano ogni giorno di più ; le antiche discordie, alimentate da malsani reggitori, scompaiono. L'unico mèzzo d'arrivare
alla pace tra i paesetti come tra le nazioni, è quello dell'unione, appianando sempre le questioni e rendendo meno acuta costantemente
la questione sociale. Caino significa possidente, e Abele miserabile. Leva il fratello dalla miseria: ti risparmierai il doppio delitto e il conseguente grido di maledizione che la
natura solleva contro di te. Né gli togliere la libertà perché è la ragione della vita, e la cui privazione lo porterebbe
all'annientamento o a furore. Dopo questo, a che servirebbero le guerre? Che gloria e che utilità ci sarebbe allora di giocare all' orrenda
lippa delle ossa umane? Si smetterà anche di descrivere gloriosamente nelle scuole battaglie e stragi, inoculazioni di delitti:
si descriveranno più vivaci e allegre le feste del lavoro. Non mancherà, s'intende, così presto, Shylock di tenere stretto
il pugno e di mover lamenti, chiedendo la carne del debitore ; ma non mancheranno neppure i giùdici che sapranno metterlo
a posto. E i giùdici saranno la verità nella libertà, retaggio sicuro dei popoli. Tempo verrà, pensiamo anche noi, e e' è
già nel cospetto, che i principi della vita: fratellanza, uguaglianza, comtmità di beni, non resistenza al male con la violenza, parranno semplici e naturali, come paiono oggi quelli della famiglia. Né si può certo aver fratellanza con le guerre. La
ragione distruggerà i pregiudizi. Affermava l'antico oratore romano che molte cose dipendono dall'urto delle circostanze negli
uomini, ma la distruzione umana nelle guerre, le sconfitte dei capitani, non possono avvenire senza la facoltà e la volontà
umana; e dopo che fu dato alle armi decidere del diritto pubblico, nulla si fece con dignità. - Si smetta dunque. La ragione
creerà le abitudini; e le abitudini riformeranno le generazioni. Più generazioni di persone son nate con sei dita nei piedi,
perché si facevan matrimoni con persone sestidigitali. Cessano quei connubi, basta che la sposa solo faccia eccezione, cessano
le sei dita. Si cambiano così le idee; smettono cosi le mostruosità. Cominci la donna il suo apostolato in favore della pace; lasci di pregare per
i morti; e solo i morti seppelliscano i morti; cominci a pregare per i vivi, e avremo la salute. Paiono queste idee da pazzi
a qualcuno? Ebbene, noi risponderemo con le parole del convertito di Damasco: - Niuno inganni sé stesso: chi si crede savio
in questa vita, diventi pazzo per poter diventare poi savio. - Oggi l'umanità è come un ferito che prostrato nel fondo d'un
letto, preso da forti accessi di febbre, si divincola e balza, dando prove straordinarie di forze, per poi ricadere più sfinito
di prima. Badiamo di non ferire, e avremo gli uomini senz' accessi febbrili, nella pienezza della salute, intenti a meravigliose
opere. Istruiamo e educhiamo, invece che uccidere. Docile viene da doceo. Per educare, conviene amare. Allora non si vede più la ragione delle armi, giacché il disarmato disarma come l'armato costringe
alle armi. Non si arma il padre contro il figlio, né il fratello contro il fratello. Se questo avviene, e il mondo appare
sconvolto, è perché la ragione nostra è sconvolta. La colpa è del sistema. Ma se basta una piccola ferita a dare la morte,
basta anche un piccolo rimedio per guarire un orrendo stato di cose. L'innesto d'un bacillo salva il mondo da una pèste. E
la guerra è una pèste, che dobbiamo sfrattare dal mondo. Prepariamo questa mèta; e dove va una macchina, senza temere di nemici,
vada anche l'uomo. Quando il volere e il desiderio saranno giustamente proporzionati, tra popou cesseranno le discrepanze, e tutto il congegno sociale si moverà come una rota che
ugualmente è mossa. Perfezione umana fissata in due suoi splendidi versi dal nostro massimo poeta. »
Schicchirillo s'avvicinò all'orecchio di Perverso, e gli sussurrò sghignazzando tra le sue labbra storte e il piccolo padiglione:
« Dio buono, quante belle cose! ma ci saranno da distinguere sempre i tempi, i luoghi, le persone, le razze! Il toro non è
il bove, non è vero?
Ognun di loro
Tira l'aratro in un diverso seno!
»
E rise, sperando, non senza motivo, che il medesimo facesse il giovine amico, il quale invece finse di non badargli, mentre
l'Incognito continuava:
« Per oggi sarà forse immaturo parlare d'abolizione totale delle guerre: si potrà al più attenuarle; ma ciò non toglie che
il mondo abbia a vederne presto la fine. Oggi si accetteranno, come qualcuno si crede in obbligo d'accettare un duello, e
un altro sta, benché a disagio, in un ufficio, portandocisi con onore, facendo quanto può per non mancare al dover suo; ma
intanto l'animo si ribella, e le condanna. Finché l'umanità non sia un corpo solo, un popolo è destinato certo a esser nemico
dell'altro; ricongiunte le membra umane, l'umanità non infierirà contro sé stessa. Il patriottismo è cosa tollerabile, finché sia reso necessario da tutte queste divisioni; ma non è eterno. Era patriottismo anche quello
degli Ebrei, che difendevano strenuamente i diritti della loro terra contro Roma. Appariva però al mondo come un sentimento
gretto e ostinato, avverso a tutt'una società che andava unificandosi, e che in gran parte s'era unita ; e attirava tutto
lo sdegno comune tanta ribellione, sicché furono con sodisfazione generale (benché barbara) straziati e dispersi. Se si esamina
il funzionamento regolare d'un corpo animale, vediamo che esige un equilibrio perfetto tra il capitale del sangue arterioso
e il debito del sangue venoso: quando questo equilibrio è rotto, c'è congestione. L'umanità mal organizzata è appunto in preda
a continue congestioni. Bisógna organizzarla. Qui sta il progresso ; e noi, sentendo di non poter più tornare sconquassati
e selvaggi, aneliamo a diventare sani e civili. Non imiteremo quegli antichi che per metter in libertà uno schiavo e dargli
salva la vita, aspettarono di ricevere lezione d'umanità da un leone. Abolita la schiavitù, sono abolite le guerre. Perché
Gesù invocava da Dio padre sulla Terra un po'.di quell'ordine che regna lassù ? Perché il disordine, vergognosamente, non
esiste che nelle razze umane! Non cozzano gli astri nei cieli, dove tutto è perfetto. Sopra dugentottantun milione di comete,
dice l'astronomo, che vengono a brillare ai nostri sguardi, una sola avrebbe la possibilità di cozzare con la Terra in una
serie... di ventotto milioni d'anni, e senza produrre probabilmente .-ìuua più che un accidente locale! Dunque la soppressione e la morte violenta appartengono
sole alle fazioni inique della guerra umana, nella quale gli elementi sani e forti vengon distrutti, mentre i deboli rimangono,
a danno dell'umanità intera. E il danno s'accresce, perché, volendo mantenere la guerra, alimentiamo per lei nel mondo tanti
oziosi esseri. - Per ogni uomo che non lavora, avvertiva un antico, ce n'è uno che manca di pane! - Di pane e di perfezionamento
morale, perché, tale essendo nella parte, tale nel tutto, l'uomo e l'umanità solo nella quiete e nella tranquillità desiderata
posson attendere alla propria perfezione. E Dante che lo dice. A quale scopo dunque la guerra? Uccidere i cattivi? ma quali
sono i cattivi? Possiamo ucciderci tutti. Sono forse gli schiavi? i proletari? Un esercito di vagabondi raccattati dalle strade
maestre, di gente zingaresca che vive sbracata nelle foreste, che va accattando di villaggio in villaggio, dormendo oggi nella
sabbia del deserto, domani sul pancaccio della prigione, rubacchiando qua e là per campare, insorgendo e gridando dalla fame
sulle piazze pubbliche, al primo scatenarsi di vènti contrari; ecco che tu vorresti sbarazzarli cori la mitraglia perché cattivi.
Li fornisci invece d'una zappa e d'un piccone, questi antichi amici dell'uomo, e domani avranno acquistato agiatezza e indipendenza:
territori lasciati nel più squallido abbandono da gente nobile e intemerata, come per incanto, per le braccia appunto dì quei
malvagi, di quei pezzenti, eccoli coperti d'una meravigliosa letizia di fiori e di frutti, di liete mandre di cavalli e di buoi,
d'aratri e di carri, di giardini e d'orti, di capanne che presto diventano casette, piene d'attrattiva e di vita, e si formano
i borghi e i casali, le città e le ville. I vagabondi che tu avresti uccisi, son diventati laboriosi e baldi operai di centri
industriali, cittadini liberi e onorandi di cui una nazione si vanta. Questa è la pace e la prosperità. Al contrario della
guerra, le cui prime avvisaglie consistono sempre nella fame; al contrario delle rivoluzioni che possono indicare un'ostruzione
nella vita sociale, sicché si rallegrano di quelle ugualmente gli onesti sofferenti, che i furfanti pescatori nel torbido.
Renzo gode trovando Milano in tumulto. Malthus dice che la causa dell'infelicità umana è la miseria; e consiglia, per rimedio,
la forzata castità, non la guerra, perché la guerra e la pèste, secondo lui, sono come gocce d'acqua in un deserto di sabbia
e insuffìcientissime a diradare la gente. Dunque Malthus stesso esclude l'utilità materiale della guerra. Come lui la pensano
Mill, Ricardo, Whately, Mac Culloch, e altri. E Spencer trova inique le guerre e rovinosi gli eserciti permanenti. Non discuto
sul vantaggio della castità di Malthus, perché non la credo possibile, né virtuosa; ma anche frenando la popolazione, non
si aumenta gran che il benestare. S'accrescono le esigenze, i bisogni, e mille malanni vengono dietro alla mal deviata legge
di natura. E più felice e più buona riteniamo in genere una famiglia con molti figlioli che con uno o due. Però Malthus à ragione nell'esigere che l'istruzione sia largamente diffusa, e coltivato lo spirito d'indipendenza, di libertà e d'igiene, un giusto orgoglio e l'amore
per la pulizia e le comodità. Questi sono i fattori di felicità nel mondo. Noi abbiamo nulla da rimproverarci in proposito? Se l'Italia, invece che opprimere
con le fiscalità inique se stessa, avesse cercato e alimentato le proprie sorgenti naturali della vita, e avesse speso come
e quanto doveva, istituendo per tutto scuole, e pagando, non affamando, professionisti e maestri; se avesse saputo corrispondere
all'aspettazione del mondo e istruire in questi trent'anni il suo popolo, n'avrebbe fatto il modello delle genti; e le migliaia
e migliaia di persone che emigrano costantemente, avrebbero esposto non le piaghe e le bassezze nostre, ma le buone qualità
e la sapienza. Stolti servi che ci siamo dimostrati, invece che uomini liberi! E questo, ammettiamolo, perché forzati in parte
da tutt' un sistema europeo, che spende i miliardi in macchine da guerra, minaccianti i petti degli umani, invece che in macchine
industriali e agricole le quali, rompendo il seno della terra, la rendano ubertosa madre delle sue moltitudini; ma anche perché
spinti da una fatale cecità. Educare e istruire, e non aver paura della prole, né dei popoli ; questo sia il programma umano.
Paura inutile della prole, fin tanto almeno che tre parti del mondo abitato sono come ora incolti. Inutile dopo, perché, in
qualunque modo, anche nei casi peggiori, l'umanità amerà sempre ripetere, con leggera variante, l'aforismo del poeta:
sopportando rassegnata, perché altro è la miseria che proviene dall' ingiustizia sociale, altro quella che derivi da momentanee
fatali strettezze: la prima può spingere ai delitti; la seconda move più facilmente e la compassione e l'amore. Intanto, eliminiamo
le cause dei mali, allontaniamo coll'istruzione e col lavoro generale lo spettacolo della miseria, che ormai solleva tutti
i cuori, impiegando il denaro nello sviluppo dell'agricoltura e dell'industria, provvedendo ai bisogni umani, e avremo vera
eguaglianza e progresso continuo, con diminuzione continua di delitti e di barbarie. Di strada ne abbiamo fatta. Più ne faremo.
Aristotele trovava la schiavitù un istituto d'ordine naturale e necessario ; a Dante pareva santa la crudeltà di Domenico
di Guzman, gran bruciatore d'eretici al cospetto di Dio e degli uomini ; la Chiesa si gloriava, ieri appena, degli evirati.
Avanti dunque! Le donne, a cui tanto spesso mancano i mariti e le dolci sodisfazioni dell'amore, educheranno gli uomini a
opere forti e civili, non li sproneranno a distruggersi a vicenda; e interdicendo come barbara la guerra, avvieranno il genere
umano alla sua salvezza. Non si può gridare contro la tratta dei negri, quando le guerre sono una tratta assai più grande
di bianchi; non si può cercar quotidianamente di strappare a tutte le piùfiere malattie migliaia di vittime, quando si educano gli uomini per gettarli a milioni nella
voragine della morte. Chi, se gli fosse portato davanti il cadavere d'un uomo che avesse ucciso in battaglia, chi frenerebbe
le lacrime, a meno che non possedesse l'animo di quel sultano, che rideva dei due servi uccisi e piangeva il vaso di porcellana
spezzato ? La civiltà consiste nella proporzione armonica dei sentimenti e delle cose: ora, l'omicidio, la crudeltà, la ferocia,
son sentimenti che eccedono i limiti della natura umana per entrare in quella bestiale. Ritorniamo in noi. Non aspettiamo
di pagare troppo caro il fio del delitto ; e non s'avveri la profezia di Montesquieu che l'Europa (e il mondo) perirebbe per
i soldati. E meglio assai non aver prodezze da raccontare ai nepoti, quando devon essere di nefando stile. Se le guerre si
son fatte e si fanno per gl'interessi, accomodiamo gl'interessi. - Le guerre ci sono state sempre, ci saranno sempre! - è
un argomento che non sussiste. Il colera c'è stato sempre, ci sarà sempre ; nessuno lo direbbe. Non può esistere per la questione
di razza, perché vediamo che avviene anche tra gente della stessa razza; e vediamo tra le varie razze, nei popoli più opposti,
reciproche simpatie, contratti, matrimoni, e unirsi in diplomazia guerresca nazioni più contrarie contro i popoli più affini.
Combatterono in Europa la barbarie turca, e oggi molti stati d'Europa sono alleati col turco, che non à cambiato razza. La
sopravvivenza dunoue delle guerre a dispetto della ragione va trovata nell'allevamento che ne facciamo, nel non aver cercato d'estirparne le radici. Assistiamo
con indifferenza alle violenze patite d'altrui, senza pensare che anche a noi toccheranno le nostre. Il nobile che gode oggi
della testa di Masaniello plebeo, non pensa che domani vedrà godere il plebeo del cuore strappato a Todaldo nobile. Chi riderebbe
della pèste che si sviluppa nell' Arabia, se domani arriva fin a noi ? Ma, dicono, la guerra porta un progresso. E vero questo?
Il poeta lo nega. La guerra è violenza, e la violenza, egli dice, è concezione bestiale, la quale, ferita dalla ragione che
va al suo perfezionamento, come toro che abbia ricevuto il colpo mortale, non sa andare, ma qua e là saltella. E dalle violenze commesse nasce sempre la violenza contro chi le commette. Ognuno che raccolga i frutti d'una vittoria,
pensi che con quella à seminato l'albero d'una più grande sconfitta. Gli eroi e i màrtiri caduti da ambe le parti, gridano
al vincitore: Nostris ex ossibus ultor! Così la violenza doma la Palestina, e dalla Palestina sorge la lancia dell' idea che abbatte l'impero della violenza. La
monarchia che empie di stragi la notte di san Bartolommeo, finisce atterrita nelle stragi. La repubblica di Genova malmena
la Corsica, e la vende alla Francia; la Francia la debella con le armi; ma nella Corsica debellata nasce l'uomo che distrugge
la repubblica di Genova, che poi debella la rivoluzione francese e la Francia, cancellando le leggi dei diritti dell'uomo
e lo spirito nel cui nome era sorta quella rivoluzione. I prussiani invadono indebitamente la Francia, spingono i francesi alla disperazione
e al terrore, provocano infinite stragi e l'invasione poi della nazione invasa su tutte le nazioni dell'Europa, la strepitosa
vittoria di Iena e la disfatta della Prussia. Ma la disfatta di Iena produce la iena di Scioenhausen e la vittoria di Sédan.
Oh, le vittorie della guerra, feconde come la ftiriasi e la disperazione di Siila! La gran rivoluzione col sangue crea Napoleone,
che sparge un mare di sangue, e opprime con le leve l'Europa; e il suo nipote, imperatore col delitto, uccide ancora il diritto
; aiuta l'Italia a risorgere, pronunciandosi contro l'intervento straniero; poi osa intervenire (e che intervento!) nei fatti
italiani, percote noi a Mentana, mentre porta alla sua nazione un' immensità di disastri e quel militarismo che guarda la
Francia e l'Europa come il pancraziaste delle Terme Diocleziane.... »
Per Schicchirillo, tutti questi esempi storici, tutti questi aforismi morali erano una magnifica zuppa. Allora, zuppa per zuppa, preferiva
l'annunzio di quell'altra sulla tavola comune; e impaziente ora guardava alla bussola dorata, ora con fissazione ostinata,
tanto per distrarre il suo fiero struggimento di stomaco, il bel nastro di seta che cingeva un còllo alto e tornito, còllo
che sorreggeva nella sua candidezza una testa superba di giovinetta. E pensava: - Oh, magnifica gentilissima dea, come l'eleganza si mostra sùbito in un nonnulla, e sempre, senza che si possa descrivere!
-
Però, l'Incognito, malgrado l'attenzione delle signore, avrebbe preferito rassegnare il suo mandato. Temeva di stancare.
« Dunque, donna Tecla,» disse, «non è ancora sazia di questo cibreo?
Questo cibreo di guerre in verso e in prosa?
»
La buona vegliarda alzò il piccolo viso ridente tra i riccioloni bianchi:
« Voglio sentire tutte le vostre obiezioni, poi vi dirò la mia opinione. »
L'Incognito scrollò il capo, e continuò:
« Il metodo di governo nostro nel mondo è quello del cattivo vetturino, che bastona il cavallo che casca, e tanto più lo bastona
quanto meno biada gli passa. Il cavallo ne busca e tace ; ma gli uomini sferrano calci, e nascono le rivoluzioni e le guerre.
Si creino,dunque governi non vetturini, e si aboliscano le rivoluzioni, le guerre e le armi, non solo perché dannose, ma perché
inique. Soprattutto a questo si badi. Quando Engels dice: - Non bisogna far barricate, perché con le armi d'oggi, e le strade aperte e lunghe delle nostre città, saremmo sicuri d'una
sconfitta - non è la coscienza dell'iniquità che lo ferma, ma l'utile momentaneo ; e non parla bene. Il puro tornaconto non può esser
la base del vivere sociale, perché esso è semplicemente effimero. Nessuna felicità col delitto, e nessuna approvazione! Qualunque
orrendezza, vista da un punto solo, potrebbe apparire lodevole. L'impunità non può essere scusa, ma aggravante al malfare, dal basso venga o dall'alto. L'omicidio dell'anarchico in giacchetta o del monarca scettrato, saranno un giorno dall' imparzialità
della storia pesati sulla medesima bilancia; e il crudele omicida sarà preso e disperso, sia che si presenti nella forma dell'
individuo o d'una collettività d'individui, vincitore come vinto. Se dovessimo guardare alla mania della lotta e della lite,
per approvare le guerre, essa c'è in tutti e c'è in nessuno, in una famiglia, come in una città, in un paesucolo come in una
nazione. »
Donna Tecla, reclinato con una certa solennità benevola l'immenso busto verso il giovine oratore, guardava i capelli e la faccia di lui
con una certa curiosità, e pensava in questo momento quale fosse la sua età precisa.
- È un tipo interessante, malgrado la sua faccia slavata, quest'è sicuro ; ma, è curioso! non sapresti dire quant'anni à,
ventidue o trenta? -
Schicchirillo, cambiato soggetto, mirava i riflessi castane! della chioma nera della cognata e quei bei grandi occhi mori, e faceva i confronti
con Càrite.
- Già, io vado alla perdizione, - pensava - per queste belle creature di Dio! -
Insomma il filosofo non lo voleva confessare neanche a se stesso, ma provava una grande stizza per tutti gli altri che ragionavano,
male o bene: voleva essere solo l'invitato, l'unico; e ogni segno del viso altrui d'attenzione per le parole non sue, gli
movevano la veneranda bile. Si sfogava allora in distrazioni reali o apparenti, quasi non volesse ascoltare, forzar se stesso a non ascoltare, in movimenti di piedi, in volteggiamenti di qua e di là, in un sussurrio continuo
di frizzi, i primi che venivano, agli orecchi altrui. A questo s'aggiungeva il marasmo d'un appetito morboso, veramente sovrano.
Sicché ora, dopo avere sbadigliato, come uomo oppresso dal sonno, avvicinandosi all' amico Perverso, gli mormorò ancora ironicamente all'orecchio:
« Scorrazza! scorrazza il predicatore! »
Poi pareva dire ancora tra sé:
- A tavola voglio raccontare una divertente istoria, sicuro che mi batterete le mani:
C'era una volta un povero naviglio....
-
« Non costituisce il progresso e non porta dunque neppure la civiltà. Costantinopoli assalita da ogni parte per dieci secoli
non fu più civile di Roma. E se gli eserciti fossero una moralità, morali sarebbero stati sempre. Invece per gran tempo furon
composti della feccia delle nazioni. Ladrone e soldato eran la stessa parola. Né Cesare fu un modello di virtù. I suoi soldati sghignazzavan di lui; e Catone, per non volerlo vedere,
s'uccise. La civiltà è solo dove regna la libertà intera e il vero. La patria, la nazionalità, lo straniero, confermare col
sangue il diritto del sangue, la fatai necessità e la crudele santità della guerra, la guerra per la vita, per la favella,
per la religione, per la giustizia, per la dignità insomma dei popoli, sono tutte parole e frasi ormai vuote di senso, che anno fatto il suo tempo:
esse sarebbero belle, se non le rendesse orribili il delitto; se chi le mormora, spesso non lo facesse per il desiderio malvagio
d'incitare il sentimento dell'odio tra gente e gente. Oh, dicono, le guerre per la patria! Non neghiamo che sian care le emozioni,
anche terribili, nell'ora solenne di difender la patria; e i difensori sono eroi, e eroi saranno per un pezzo stimati i milioni
di màrtiri che combatterono per la libertà e per l'indipendenza d'un popolo, e piangeremo commossi, come Pericle, i poveri
soldati che moiono difendendo una patria libera e benefica per tutti i cittadini; ma quando tutto il mondo sia una patria libera e benefica; quando non si capisce più la ragione d'assalire, come e quando troveremo gli assalitori? che cosa significa allora patria?
La religióne sia messa tra le cose care, che si serbano più volentieri, ognuno le sue, nell' intimità della casa, come un
gentile museo di memorie avite, tanto più rispettabili quanto più ispirano a chi le serba atti pietosi e nobili azioni; ma
guai a credere che possiamo imporre quel museo all' ammirazione di tutti e di ciascuno come salvatore del genere umano, guai
a volerlo imporre con la violenza! Allora non è più religione ma ferocia, e bisogna vietarla, come i Romani i riti cruenti
dei Druidi e le pene vendicative dei popoli d'Israello. L'amore che ciascuno deve avere alla propria patria, religione, nazione,
razza, eccetera, è di renderle via via più civili e corrispondenti al progresso umano, in modo che non sia invidiabile a nessuno spirito progredito
la pàtria, le religione, la razza d'un altro paese. Bisogna evitare che, attraverso alle superstizioni, i concetti perdano
quella primitiva sorgente d'ispirazione virtuosa per cui diventarono una religione. Senza questo non c'è progresso vero, non
c'è possibilità di sviluppo di vita, non c'è più scienza, non c'è Minerva che faccia balzare dalla terra l'ulivo: non c'è
affatto l'umanità. »
Schicchirillo diventava irrefrenabile. Piegò il corpo sulle ginocchia protendendosi più che potè, e sussurrò di novo all' orecchio di Perverso, sorridendo:
« Tutto questo mi fa rammentare le esclusioni di quel famoso custode del castello: - Qui vive? - Le marquis de Saint-Cyr. - Il n' y a plus de marquis. - De Saint-Cyr. - Il n'y a plus de de. - Afors; Saint-Cyr. - Il n' y a plus de Saint. - Cyr! - Il n' y a plus de sire. - Alors?... - »
All'interruzione del filosofo provarono stizza i presenti, come alla fermata d'un tram che ci trasporta velocemente un' importuna
sonata di campanello, che lo costringa a fermarsi.
Neanche Perverso gli rispose, com'egli sperava, con un sorriso. Le signore seguitavano a interessarsi al discorso, che l'Incognito proferiva con allegra varietà e disinvoltura, mentre, continuando, s'affrettava alla fine:
« Nel diritto naturale la collisione non esiste, giacché tutti gli uomini essendo uguali, i bisogni e i diritti si conciliano tra loro per una coordinazione e una limitazione
reciproca. Essa nasce quando da una parte il diritto è soppresso. Restituitelo dunque. Il diritto reintegri il diritto, vero,
universale, e basta. »
Schicchirillo tentennava automaticamente la testa, col movimento a stratti d'una pentola vota capovolta su un palo e mossa da un piccolo
vento.
- A volte pare vergognosa della sua bellezza, inconsapevole della sua grazia!... Quanta bellezza di sguardo all'ombra di quelle
folte palpebre!... Ella osserva tutto con quell'occhio quieto e tranquillo che comprende l'universo. Anche se non guarda,
vede; se non parla, intende! - Ma perché non li rivolge mai dalla mia parte? - E sospirando, concludeva:
- Un sorriso così benevolo che ridesterebbe nell'anima la pace! Sorriso che concede a tutti, fuori che a me povero Schicchirillo, meschino!
« La tanto creduta salutare selezione delle guerre non regge né all'economo né al filosofo. Selezione, se ci dovesse essere,
sola quella degli Spartani avrebbe una ragione; ma chi oggi vorrebbe eliminare un Leopardi gobbo e mite, per salvare un Ercole
diritto e furioso? Dunque, la fame, unica la fame, arriverebbe, apparentemente almeno, a giustificare l'atrocità d'una guerra;
se non che la fame è portata dalle armi, non tolta. Si racconta che un principe italiano, visti nelle desolate sue terre gli effetti strazianti della guerra, commosso, distribuì il denaro che aveva; poi si levò dal còllo un'aurea collana,
la spezzò, e ne fece dono ai poveri. Dimostrò buon cuore costui, ma quanto meglio poter risparmiare le tristi cause di quei
disastri! - è un orrendo spettacolo - scrive Cavour - quello d'un campo a battaglia finita! ò veduto carri pieni di feriti,
tanti altri, feriti gravemente, ricoverati nelle chiese: soldati nostri coi soldati: austriaci; ma l'impressione provata da
me a tal vista era veramente orribile. Dinanzi a tale spettacolo, tace ogni sentimento di inimicizia, non parla che quello
dell'umanità. - Il medesimo diceva Federigo III di Germania. Dunque, domandiamo noi: Deve proprio l'uomo aspettare a riconoscere
lo spavento del suo delitto, solo quando ne vede gli effetti? E li culleremo amorosamente in seno? Molto meglio aguzzar l'immaginativa
e raffigurarci il vero nella sua orrendezza prima d'esser obbligati a mirarlo coi nostri occhi! Poiché di pentimenti è lastricato
l'inferno, di questo giusto ribrezzo facciamone una religione! »
Don Ciriaco se ne stava sempre attento, muto e con un sentimento di mortificazione ancora dipinto sul viso. La sua mente, erudita alle
discussioni teologiche bizantine dei seminari, di fronte al vero si trovava come un gran castello di fochiartificiali che
incendiati da un razzo, rumoreggiano, brillano e s'esauriscono a un tratto, restando i poveri e nudi pali, fumicosi ancora
o spenti, sorpresi dal chiarore dell'alba.
Schicchirillo provò a scuoterlo, e accostatoglist di scatto, gli mormorò all' orecchio:
« Che ne dice lei della verità divina di questa nuova religione ? »
Il prete lo guardò per indovinarne l'idea, arrossì, poi con una calma inaspettata e una sicurezza superiore alla sua età,
gli rispose:
« È appunto per la verità divina che tutte le idee, tutti i ragionamenti prodotti dalla ragione meritano una piena e intera
confidenza. »
Schicchirillo allora si rinserrò nel guscio delle sue spalle, alzò tutt'e due le mani, in atto di rassegnazione, e mormorando: «Contento lei!...» se ne tornò al suo posto, mentre l'Incognito seguitava:
« È la fame, è il disordine, è la schiavitù, che producono la guerra e la pèste; e a sua volta la guerra produce la fame,
la pèste, il disordine, la schiavitù. Come si allontana un morbo ? Con un'altra guerra? Rideremmo certo, solo a sentirla dire.
Si allontana eliminandone le cause. La medicina moderna rinunzia infatti a guarire le malattie: essa cerca di metter il corpo
nelle condizioni più favorevoli, perché possa vincere le disposizioni alterate del suo organismo. E il valore della profilassi.
Ora, il terreno fecondo allo sviluppo d'ogni morbo è la miseria. Toglier questa è eliminare il contagio, è portar vantaggio
a tutti nel mondo. L'aria che esce dal tugurio del povero che soffre, entra senza riguardo nei palazzi dei signori che godono.
Il ricco Epulone che travaglia il povera Lazzaro, procura a sé tanta arsura che un giorno invano vorrebbe da lui una gocciola di pace e di conforto. Toglier le cause, per le pestilenze e per la guerra. E basterà
educare la specie umana a non ritenersi isolata, ma collegata. Nessuno è superiore a un altro se non in suo servigio, né il
servigio può chiamarsi angustia. Lunghe file di secoli ci stanno davanti ; eppure l'Umanità s'avvia al suo perfezionamento
con una rapidità tale che si direbbe giunta al fine del suo cammino. Ricomporre le fila delle tante razze sparse nel mondo,
portando tra loro rapidamente i benefici delle invenzioni e della scienza, ecco la nostra missione e la nostra gloria. Passeremo
in mèzzo alla Cina, in mèzzo ai selvaggi, sventolando la bandiera Fratellanza e pace...
- E prosperità! - fece Schicchirillo a mèzza bocca, al solito senz'osare di dirlo. - Bella cosa,. se per guarire le miserie umane si facesse ora un proposito tutti quanti: di non andar a mangiare! -
Non lo disse; ma con un po' d'attenzione si sarebbe letto facilmente sulla sua faccia grinzosa. Però, nessuno gli badava,
per sua disdetta, perché il discorso del biondo Incognito interessava anche più che a lui non paresse.
« E allora chi urlerà: Guerra! farà come quello che gridava: Alle mani! e non l'aveva. Non troverà più lo spirito omicida che gli risponda. Perché ci sarebbe? La questione della fame è sparita.
La terra è ricchissima di risorse, e la scienza anche più. Non ricordate le parole dell'illustre chimico europeo, è appena
un anno? - Verrà giorno che il mondo si nutrirà con poca roba nutriente, fabbricata in quantità inesauribile nelle nostre officine, indipendentemente
dalla irregolarità delle stagioni, dalla pioggia, dal calore che inaridisce le piante, o dalla brina che distrugge le speranze
delle raccolte, e scevro di quei micròbi patògeni che son causa di epidemie e nemici della vita umana. - Se questo tempo è
vicino, come può esser lontano il suo risultato, la pace universale? Penderà ancora sul genere umano la spada di Damocle dello
spirito omicida? No, sarà tolto il feroce incubo; e non disturbato il convivio. Potranno le madri crescere i figli nella letizia
d'un avvenire sicuro. I micròbi infettivi delle irragionevolezze saranno circoscritti dalla libertà e dalla ragione, che si
alimenta nella libertà. Via via che l'uomo acquista coscienza di sé e del mondo che lo attornia, ognuno penetra come elemento
sano nell'organismo vivo sociale. Tenuta aperta la valvola del vero, non c'è bisogno affatto di seminar di morti il cammino:
c'è bisogno di pace. Affrettiamo tutti quest' opera. Noi siamo innamorati della lealtà, della gentilezza e del valore di tanti
nostri ufficiali ; ma vogliamo che tutti gli uomini siano educati a queste virtù: vogliamo che tutto il popolo sia cavaliere. Se le lettere umane meritano questo nome, non siano estranee alla benefica impresa. Soprattutto i giovani in generale, e
i giovani universitari in particolare, sventolino il glorioso vessillo della scienza e del bene, che sarà salutato con gioia
da tutte le genti.»
Schicchirillo sorrideva. L'Incognito se n'accorse, e disse:
« Oggi forse parrà a taluno rettorica dir così; e il modo come io lo dico, è forse rettori co: chiedo scusa, non so parlar
meglio... »
Le signore s'affrettarono a negare.
« Ma sento d'esser nel vero! Non par possibile che l'energia elettrica, che trascina uomini e cose, in masse enormi, mai sognate,
attraverso alla Terra, senza ostacoli di salite di monti altissimi, senza paura di rapidissime discese in veri abissi, dietro
a un semplice filo, possa esser superiore all'energia umana. Se c'è nelle cose, c'è anche negli uomini; e par che la terra
stessa ce l'insegni. Ebbene noi la faremo sprigionare: essa trascinerà le moltitudini inerti, né timore d'altezze o di precipizi
ci tratterrà dal procedere alla fratellanza e alla vita, dietro una semplice idea, lasciando a tergo, lontana, l'ombra funesta
del delitto che amareggiò i nostri padri. »
« Bene!» disse Càrite e ripetè donna Claudia, assentendo di cuore anche il colosso di donna Tecla. Don Ciriaco e Perverso ascoltavano tacendo. Sulla bella faccia di Sensati era diffusa una serena benevolenza. Amava i giovani vòlti a un alto ideale di giustizia e di verità ; e trovava che il parlare
con tanta franchezza e sicurezza, senza suggezione d'opinioni altrui, era oltremodo lodevole.
Anche Epicàiro non pareva indifferente.
Ma Schicchirillo fu aiutato da ospiti inaspettati.
« Oh bravi! oh belli!» gridò vedendo arrivare con le ali rumorose, e grugando, quattro colombi sulla soglia della sala. «Belli! belli! »
E li accarezzava con la voce.
Venivano in tempo a frastornare quelle lodi, seccanti, e ne fu contentissimo.
- Sì, Dio mio, la pace, finché non viene la guerra! pensava. E diceva forte: «Belli, belli! venite, venite! »
E belli erano veramente. Un taglio elegantissimo, una meraviglia d'artistica e ben architettata varietà di piume, che l'artefice
più bravo sarebbe disperato a metter insieme. Essi eran entrati arditi e pacifici nella sala, e col mobilissimo, affrettatissimo
còllo, come cavalli che s'affrettino alla salita, la percorrevano da una parte e dall'altra, senza darsi pensiero dei presenti,
come fossero lor signori piccioni i veri padroni di casa.
« Bèi, bèi, bèi!» seguitava a dire Schicchirillo, stendendo la mano, per carezzarli; ma quelli, con disinvolta e agile mossa, una smusata e una grugatina ribelle, lo lasciavano
in asso.
Tutti s'erano rivolti naturalmente ai piccioni, principiando dall'Incognito, che aveva ripetuto, stendendo anche lui la mano, con voce carezzevole:
« Vedete?» fece donna Tecla a Schicchirillo, che non amò quell'osservazione, «bisogna proprio dire che sono venuti a convalidare la tèsi: essi sono il vero simbolo della pace! »
Le altre due signore fecero coro, contente, a quelle parole, sicché a Schicchirillo glie ne dolse più che mai, pur non manifestando il suo dolore, e dicendo a mèzza bocca:
« Continui,» fece donna Tecla all' Incognito, «giacché m'interessa più che non credevo. Poi le dirò in due parole quel che ne penso io. »
« Ò finito!» rispose il giovine biondo. «Gli antichi e i moderni, com' ella sa, chiamano anche i diritti commerciali col nome di ragione. Io chiuderò il mio magro,
scheletrito e inconcludente discorso con un argomento commerciale. Lo Stato, che si sia fatto prestare capitali a una determinata
ragione d'interesse, quando dichiarasse a' suoi creditori di non voler pagare se non un interesse minore, l'inclito economista,
e con lui tutti i buoni mercanti, alzerebbero la voce gridando: - Un tale atto che, si trattasse d'un privato cittadino, costituirebbe un reato, diventa forse legittimo perché lo compie
chi dispone di carabinieri e di carceri? Certamente fu compiuto da parecchi Stati, ma il mondo degli onesti li à messi al
bando dalle nazioni civili, e ora le loro finanze ne portano crudelmente la pena! - Protesta giustissima, eloquentissima, che non fa una grinza; ma chi dice a voi, incliti economisti, onestissimi mercanti,
che la rendita della carne umana abbia a considerarsi più vile di quella dell'oro ? che il medesimo, appunto, il medesissimo,
non debba dirsi tra i rapporti degl'individui e quelli dei popoli, tra il coltello e i cannoni? Credete voi, o signori, che
la guerra diventi onesta solo perché avete carabinieri e carceri per farla parer tale a chi osi manifestare la disapprovazione della sua coscienza? o credete che i rapporti tra l'individuo e lo Stato,
tra l'uomo e la collettività, s'abbiano a riconoscere solamente quando si tratta di quattrini e delle preoccupazioni della
vostra borsa? Noi sbaglieremo, ma si dovrà estendere il ragionamento a tutte le cose nelle quali entra, e vuole entrare, come
reggitrice e padrona, la ragione umana; e la ragione dice: l'uniche armi per progredire e per star bene, sono quelle d'amarsi
e d'intenderci, di conoscersi e d'aiutarci. Uno studio profondo della storia umana ci tira dunque a concludere, come un altro
filosofo, che mai riusciremo a buttar giù la scala che ci condusse in cima a questo edifizio civile; ma anche nulla prova
che dobbiamo continuar a salire coi medesimi mèzzi. Anzi, tutto prova il contrario. Finora ogni felicità umana fu fondata
sull'infelicità altrui: uno è ricco^ perché l'altro è povero; ma l'aforismo e il saluto della società futura non sarà: hodie mihi, cras libi, né mors tua, vita mea. Sarà: Bene mihi, bene vobis. In ogni modo, se altri la pensi diverso, padrone. Al motto di Voltaire, per conto mio, contrappongo quello di Roma antica:
Etsi omnes, non ego. »
In questo momento s'aprì la bussola dorata della sala da pranzo, s'alzò la cortina, e comparve Domizio con la sua faccia buona, nella sua semplice elegante veste azzurra dai bottoni d'argento. S'inchinò leggermente, e pronunziò
con la sua voce garbata il solito:
- Poiché il giovine accennava d'aver finito, le signore s'alzarono.
« M'è piaciuto assai!» disse con benevolenza donna Tecla al giovine. E détte un'occhiata significativa al perverso figliolo, che glie la ricambiò di gran cuore. «Ma!... »
Anche le altre due signore non vollero esser da meno:
« Molto bene! molto bene! »
« Due avvocati della stessa causa!» gli disse Càrite, lampeggiandogli la grazia delle sue pupille e dei bei denti bianchi.
Quel sorriso ingelosì Schicchirillo. - Non era solamente innamorata di suo marito quella infamissima Càrite!
E gli comparve sul labbro un forte sorriso di scherno; e prima d'avviarsi a prendere il braccio di donna Tecla, sussurrò agrodolce all'orecchio di Perverso:
«Che se Anselm no interromp con la suppèra... »
« M'è piaciuto,» ripetè donna Tecla, «ma... lei «quell'altro bel tomo» e accennò Perverso, «credete, certo in buona fede, che le guerre si possano abolire? è un'idealità troppo alta, perché possiamo arrivarci. Ecco,
bisognerebbe che tutti stessero sottomessi alla Chiesa cattolica; allora non ci sarebbe più guerre. Ma fintanto che il mondo
è diviso.... »
« Brava donna Tecla!» esclamò Schicchirillo. «Brava donna Tecla!»
« Finché il mondo è diviso!... Il papa potrà regolare, consigliare, ordinare; ma.... supponete, se tutti i Cristiani del mondo
s'unissero con le armi, per rendergli Roma; certo, sarebbe una guerra, ma noi cattolici.... potremmo dire che è proprio una
cattiva guerra ? »
E siccome nessuno rispondeva, e solo il senatore diceva a Perverso: «Pur troppo l'abbiamo nelle costole, e fu sempre il papa cagione di tutte le guerre d'Italia,» donna Tecla riprese con la maggior calma del mondo:
« Poi, credete davvero che il mondo si possa governare con la libertà? Che il vento della libertà basti per tener sano l'ambiente
sociale? Che errore! Di libertà, come d'istruzione, ce n' è già troppa nel mondo. Noi cattolici preferiamo l'autorità e l'obbedienza.
La verità produce degH scandali, nient'altro, e l'istruzione quando non è data da chi la misuri per benino, porta alla presunzione.
»
« Ah, questo è vero,» aggiunse donna Claudia, rivolgendo i suoi begli occhi espressivi al giovine Incognito, con affabilità di parole. «Questo è vero pur troppo! Di libertà, creda a me, bisogna toglierne, non aggiungerne. Oggi, chi c'è di contadini che rispetti
più i signori, e gli si levi il cappello? Qualche vecchio appena. Quand'eran più ignoranti, eran più rispettosi. Noi, ci si
fa in quattro per preparare, in capo all' anno, vestitini, camicioline, camice, berretti, indumenti d'ogni genere, ai ragazzi.
Non ci si ferma mai. Dica un po' che ci siano grati d'un saluto? L'altro giorno passai in carrozza con mio marito: un branco di marmocchi nella strada ci sbirciarono, e poi si misero a dire, così in bernesco:
- Chi l'è quèla lì: donna Càrite, donna Claudia o donna Tecla?... ah, ah! »
E così dicendo, alterando la voce a uso monello, la signora voltò graziosamente il viso, e l'atteggiò a una piccola smorfia
di birichina grande.
Naturalmente, risero tutti; ma il senatore cavallerescamente la rimproverò.
« Nulla anderà bene finché non ci sia libertà intera. E voi altre donne dovreste esser le prime a combattere contro le tirannie,
se volete esser madri di figlioli liberi. Eppure, che bel giovamento ci portino i dittatori lo dovreste vedere! »
Schicchirillo, impassibile, pareva tornato al pensiero di prima. Venne Epicàiro a svegliarlo, Epicàiro col suo bel naso aristocratico e la faccia bianca e rossa, somigliante ai ritratti più giovanili della madre.
« Che ne dite, voi?» gli domandò.
« Ma,» rispose spiritoso e serio Schicchirillo: «Eh, io son maturo per gli alti destini: l'intontimento è completo. »
Poi s'accostò ancora a Perverso, e, come volesse assolutamente una risposta, gli ripetè:
« Che se Anselm no interromp con la suppèra!...»
Perverso lo guardò col solito dolce occhio benigno, e rispose piano e solenne al suo mal celato disprezzo per l'incognito e le sue teorie:
« Il vino novo va messo negli otri novi!»
Il filosofo allora lo guardò, in atto di chi non à inteso, ma non vuol far vista, pensò al significato di quella sentenza,
lambiccandosi un momento il cervello. A un tratto afferratolo, nel tempo che offriva il braccio a donna Tecla, dato uno sguardo rapido alle due, alle quattro teste giovanili, anzi anche alla quinta, che gli pareva tanto più giovane
che la sua, mormorò rassegnato:
« Questa volta ài pur troppo perfettamente ragione! »
Lo strascico gentile delle sottane seriche non commosse questa volta il suo spirito.
L'anno dopo, nel paese di S***, sulla fine di settembre, entrava coadiutore della parrocchia, un prete alto e quadrato, pieno
di energia e di vita. Era il nostro don Ciriaco. Non staremo a dire quello che aveva perso di quanto è comune agli altri preti, e quanto aveva acquistato di quanto è sangue
vivo della civiltà moderna. Chi pensa con la sua testa, in un anno solo fa gran cammino. Diremo che in quel paesetto, dove
una gente cieca, trascinata da un cupo e mal inteso egoismo, prò cedendo a ritroso della sentenza di Socrate, che suona: - l'ignoranza è l'unico
male nel mondo, la sapienza è l'unico bene, - aveva fatto crescere due generazioni analfabete, don Ciriaco pensò lui stesso a metter su una scuola con intendimenti diversi da tante altre, e veramente nobili e civili, cominciando
dall'ambiente stesso: una stanza sfogata, ariosa, allegra, la più bella della canonica, aprendola a una moltitudine di bambini,
che, privi di luce intellettuale, la popolarono sùbito. Egli si proponeva di educare dei liberi. Quanto starà don Ciriaco con la sottana? Imiterà il cattivo fratello ? Non credo che abbia fatto a sé ancora questa domanda. So che, datosi alla ricerca
del vero, per questo vuol combattere a qualunque costo. E così a quei ragazzi insegna una morale senza beghinerie, né bagattellerie
dommatiche, e però ai beghini un po' in sospetto; ma non dà nulla a ridire, e à la sodisfazione di riuscire nel suo intento,
facendo rivivere in quelle tènere piante l'amore del bene.
Insegna cose di fatto, chiare, perché son chiare nella sua mente, con amore, perché è ricco di sentimento, con profitto, perché
i ragazzi d'Italia son' birichini, sì, ma pieni d'intelligenza. Grado grado, cominciando dal primo dell'anno scolastico, cerca
il buon fondamento e così, crollando l'ignoranza, scavando la superstizione, costruisce un ottimo edificio. Sei mesi dopo
è contento di vedere già di bei risultati.
Una mattina della primavera veniente, dando lezioni di grammatica ai più grandicelli, dettava quest'esercizio, scrivendolo
sulla lavagna:
« Copiare, distinguere le parti variabili dalle invariabili, e mettere al plurale:
«L'uomo che deliberatamente uccide l'altro uomo, rinunzia da sé alla più alta delle sue prerogative.
FINE
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