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III.
Don Ciriaco aveva dignitosamente spiegato il tovagliolo, messa la cocca dentro il collare, mentre Cornelio serviva la zuppa di purè di piselli, che fu mangiata da tutti senz'interruzioni importanti. Il prete seguitava lentamente
a guardare la tavola e la stanza splendida di biancherie e di posate e di cristalli e di addobbo, il pavimento di legno, come
uno specchio, il soffitto pure di legno a cassettoni con belli intarsi, le mura tappezzate come di cuoio, bracciali dorati
eleganti, la ricca lumiera con que' graziosi boccioli di vetro che annunziano la gaia luce elettrica; in uno dei canti una
magnifica palma che pareva augurare con la sua vivente floridezza il buon appetito.
- Nel mondo ci devon essere i ricchi e i poveri - pensava ancora don Ciriaco, essendo quello il suo pensiero tormentoso, per imparare a rispondere alle moltitudini; - e tutta questa grazia di Dio perché levarla? Non ospitano i signori tanta gente? non ne godono anche in tanti? Dov'è il
buon senso dei socialisti ? -
Cornelio aveva già levato la scodella e il cucchiaio della zuppa, e portato un altro di quei bei piatti di porcellana che facevano
a Ciriaco tanta impressione, mentre Domizio aspettava tranquillo da parte, col vassoio delle ostriche native., al sugo di
limone, che si servisse.
Il prete se n'accòrse, e disse: « Oh, scusi! » E andò per servirsi ; ma non aveva mangiato, né visto mai simili cibi, e dato una rapida occhiata al vicino, si servì, confuso,
come facevano gli altri, senza sapere che cosa fossero realmente.
Don Malachia che non aveva mai aperta bocca per parlare, osservò lentamente:
« Aver le ostriche fresche a Milano in una stagione tanto calda è una meraviglia degna del nostro Epicàiro. »
Parlava con la voce cavernosa de' sordi.
Allora il prete capì che cosa fossero, le famose ostriche, dandosi in cuor suo dell'asino perché non ne aveva mai viste.
Ma Schicchirillo osservando che Perverso non ne mangiava, anzi s'era fatto portare una bistecca, gli fece confidenzialmente, come al solito:
« O che non ti piacciono, a te, le ostriche?»
« Un mese fa a un albergo ne mangiai che non erano fresche..... e ora..... amo stare un po' di tempo senza mangiarne. »
« Ecco il tuo stomaco che non ragiona come la tua testa. »
« Cioè, ragiona a modo suo come tutti gli esseri. »
Schicchirillo ne sorbiva una a ogni scossa di capo, protestando:
« Gustosissime, freschissime, a dispetto del caldo!»
« È la rovina delle campagne questa stagione!» fece Donna Tecla. « In montagna e sulle colline i contadini son tutti disperati: né grano, né castagne, né vino. »
« Pur troppo! » esclamò Sensati.
Schicchirillo riferì la notizia che alcune famiglie di sua conoscenza, dopo essere scese dalle Alpi, credendo l'estate finita, eran tornate
ancora a villeggiare su, all'alto.
Poi dicendo: « Donna Tecla, mi permetta! » al che donna Tecla rispose: « Sono abolite da un pezzo le superfluità di questo genere; » Schicchirillo accennò a Cornelio il vassoio, delle ostriche, che sùbito fu portato, e mettendone altre sei nel piatto mormorò:
« Cibo intellettuale, caro amico!» guardando Perverso.
E vedendo che Càrite pure mangiava una bistecca.
« Anche lei? » fece « Ah, mi perdoni; devota di suo marito fino alle ostriche ? E troppo, è troppo! »
Ma la bistecca dei due sposi avea turbato un poco don Ciriaco..Non sapeva che nelle case dei signori si potesse mangiare in giorno di magro tanto di grasso che di magro, salvo i padroni
di casa. Ma se anche l' avesse saputo, qui erano due dei padroni di casa che mangiavano di grasso. Donna Tecla, così avvedu'a, se n'accòrse, o lo suppose, e rivolta a lui, benignamente accennando alla nuora, mormorò;
Don Ciriaco s'affrettò a scuotere il capo assentendo, come fosse còlto in flagrante:
Però non potè far a meno di pensare, con un'occhiata sfuggevole al giovine. - E il marito, allatta anche lui ? -
E anche questo a donna Tecla balenò nella mente, ma era un' idea che scottava, e, sospirando, cercò distrarsi. Così assicurò che il caldo ormai era finito:
la pioggia imminente: per tutto si scoprivano santi e madonne, e si facevan tridui e novene. Il Signore vorrà bene essere
alla fine misericordioso, se i nostri peccatacci lo consentono.
« Sa, » disse rivolta al prete « quanti danni ne risentiamo anche noi ? Incredibili. »
« E pensare! » osservò Schicchirillo non senza malizia: « se abbiamo tanto caldo quassù nel settentrione d'Italia, figuriamoci a Roma! I festaioli della breccia faranno un matrimonio
altrettanto caloroso che pericoloso. »
E sporgendosi dentro la tavola per superare la grassezza di donna Tecla, allungò disinvolto il suo naso a becco verso don Ciriaco.
Perverso protestò. « E un pregiudizio che a Roma d'estate s'abbia a star peggio che nelle altre città; peggio che a Torino, a Milano, a Firenze, a Venezia, a Napoli. Il clima della capitale è calunniato come tante altre cose
sue: mite e circonfuso d'un sole incantevole d'inverno, splendido in primavera e in autunno, nell'estate è caldo, sì, ma non
troppo caldo; le ore più fastidiose sono dalle dieci alle due; benché, nella Roma vecchia, per esempio, ci son tante strade
strette, via de' Pastini, del Seminàrio, ecc., ecc., dove si potrebbe benissimo passeggiare anche col solleone ; ma la gente
per lo più sta in casa a far la siesta ; la mattina poi è fresco; e dopo le due s'alza il marino, che a Milano, a Torino,
a Firenze e in altre città manca affatto ; e si respira benissimo ; e, mentre a Milano è afa soffocante anche la notte, a
Roma, specialmente sui còlli, dove ora è stata costruita addirittura un'altra Roma, si sta tutt'altro che male; a volte par
d'essere in campagna. La gente se ne va per mutare abitudini più che per bisogno reale. E non ti starò a dire che siamo (e
non è poco!) inuna città che à l'acqua potabile a dieci gradi anche d'estate, in tutte le case, sicché la comodità de' bagni
è comune ; e non è senza conforto la gaiezza e ricchezza delle fontane pubbliche; c'è poi il biondo, ma fresco e rapido Tevere
; fuori delle mura, acque igieniche a tre passi, che mantengono il fegato sano e una salute invidiabile a' buoni Quiriti ;
e finalmente in quattro salti siamo ai bellissimi Castelli romani, a Marino, a Albano, a Ròcca di Papa, a Frascati, al Soratte,
eccetera; dov'è molta polvererina anche belle selve per sdraiarcisi e stare al frésco. Insomma non mi dir male di Roma: io nesono innamorato; e come me tutti che ci abbiano abitato un poco. O trovato
milanesi laggiù (e i milanesi sono i più sfegatati sciovinisti del mondo) che da vent'anni non son tornati a Milano, e non
si curano di tornarvi, mostrandosi entusiasti della città eterna. E così dici d'inglesi, di tedeschi, d'americani.... »
Schicchirillo stava succhiando le ultime ostriche, e non poteva parlare; ma accennava da un pezzo con le mani, quasi dicesse: - basta! -
« E sai perché? » riprese il giovine, « Perché, se tu potrai lodare e invidiare per certe cose e in certe stagioni Milano, Firenze, Venezia, Napoli, Torino, Parigi,
Vienna, Costantinopoli, Londra, e via dicendo, un fàscino eterno, non sai da che cosa specialmente dipenda, ma certo da tutt'un
insieme, la natura e l'arte, la città e la campagna, la tradizione cosmopolita e la storia, Roma l'esercita su tutti. Per
lei le parole non bastano: il suo elogio è lo stupore e il sospiro. »
I camerieri mescevano i vini chiari dell'antipasto. Schicchirillo, che finalmente riposava e asciugava le labbra, proruppe in un grido doloroso, e voltatosi a donna Tecla, che lo rimproverò ancora con la solita scusa, accennò di novo le ostriche a Cornelio, che già era lì col vassoio a servirlo.
Allora Schicchirillo si servì, ridendo sarcasticamente, e gracidando con la sua bazzina:
« O bella! o bella! o bella! Quella veggetta la voeur minga morì, perchè ne impara voeuna tutt i dì» Mai avevo saputo ; che il clima di Roma fosse delizioso! E delizioso d'estate! Ho! ho! ho! E la fortuna decisamente che mi
perseguita, giacché alla mia veneranda età anche ieri mi toccò a sorbirmi una lezione, che ò tuttora sullo stomaco. Sicuro,
da un maestrino, un pivèl, che non à ancora due peli sul mento! »
E raccontò che ispezionando il locale d'una scuola, insieme con la commissione, di cui è presidente, accompagnato da un maestro,
arrivato in un'aula s' accòrse che si sentiva benissimo a uscio chiusa parlare da una stanza all'altra: intendeva tutto quel
che dicevano alcuni della commissione che eran di là, sicché lui, Schicchirillo, osservò come quel difetto fosse grave, e che dipendeva certamente dall'essere stati impiegati mattoni vuoti invece che pieni.
Il maestro, invece che approvare lo guardò con un'aria di me n'impipo, sicché Schicchiinilo provocato, provocato da quello
sguarda sfacciato, capite ? gli ripetè: « Per essere stati impiegati mattoni vuoti: è persuaso lei? » Allora il maestro gli osservò con gentilezza untuosa, ipocrita, che era addirittura petulanza: « Scusi, ma sarebbe forse il contrario ?» « Come sarebbe a dire ? » « Con mattoni vuoti la voce passerebbe meno, mi pare. » « Ah, ah! è una cosa da ridere! » La voce di Schicchirillo era piena di sarcasmo.
« Ma io gli détti una lezione di galateo, ipso facto ! » concluse.
Perverso gli fece: « Scusa, ma anche a me, pare, che tu abbia torto. Gli domandi il suo parere, e ti adonti del suo parere; e d' un parere giusto, perché in fondo aveva ragione lui, il maestro. »
« Ragione ? Anche tu gli dai ragione. ?»
« Ma è sicuro! » aggiunse Sensati.
« Tutti mi date torto ; e io dico che avrà ragione ; l'avrà, ma non ci eredo affatto: ne vorrei le prove; e quand'anche l'avesse,
si deve sopportare che un ragazzo dia delle, lezioni a un uomo coi capelli grigi? Si vede proprio che il mondo è andato alla
rovescia. E ora viene quest'altro, quest'altro birbone d'amico, a contarmene un'altra! Che a Roma, il paese famoso della malaria,
e' è un clima che le altre città gli possono invidiare! Delle più belle, delle più belle! Aprite la finestra!... Per fortuna
è aperta di suo.... Non ci stanno qua dentro!»
Perverso protestò di novo. « È inutile che tu t'inquieti. Altro è malaria, che può in un paese che n'è afflitto, aversi anche d'ottobre, anche d'inverno;
altro è il clima caldo o freddo. Del resto per la stessa malaria, Roma è migliorata molto da un pezzo a questa parte, anzi
guarita: nella città non c'è n' è più affatto ; e se invece di buttare pazzamente i milioni nell' Africa, e in altre cose
inutili, s'impiegassero nell'Agro romano, come in tutti i paesi d'Italia che reclamano a gran voce aiuto aiuto, i benefizi
aumenterebbero del cento per cento ; e avremmo l'Agro romano popolato e sano, e sana e ricca e felice tutta la nazione invece
che misera, infelicissima, prostrata, quasi annientata, e una capitale meno afflitta e meno rovinata di quello che è. Ci vuol
altro che feste! Questo devi dire. »
« Anch' io ci sono stato due anni benone a Roma, tanto d'inverno che d'estate, » disse il senatore.
donna Claudia fece un' osservazione giusta. Il papa non ci stava sempre a Roma, e vecchissimo ¦e sano? e notare che abita nella plaga più infocata e meno sana della città!
E dalle parti di Trastevere non c'è l'ospedale, le carceri, persino dei collegi ?
« Sì, è vero;» aggiunse don Ciriaco, «anche mio fratello che è a Roma....»
Tutti si voltarono a lui. Piacque che interloquisse. Ghigo lo guardava con grande interesse, e non senza interesse e simpatia lo stesso Perverso. Quel giovinotto con le spalle ampie, con le mascelle grandi, il naso aquilino, il mento lungo e ostinato, la fronte quadra,
gli occhi vivaci, lo dichiaravano un soldato fermo in idee che a lui parevano vere. Mangiava, come l'età sua richiedeva, con
grande appetito. Quella zuppa di purè gli era parsa troppo gran companatico senza pane, e ci aveva mandato insieme i due panini
col burro servitigli, sicché Domizio attento gli presentò subito la reticella con altro pane.
« Anche un mio fratello che è a Roma,» continuò sgranocchiando il terzo panino, e sciogliendosi dalle pastoie della soggezione, incoraggito specialmente dall'amabile
devozione con che donna Tecla gli s' era rivolta e ascoltava, >« tornò poco tempo fa a casa; e me lo decantano i miei per molto migliorato in salute, mentre prima, di salute, era piuttosto
meschino, tisicuccio. »
« Assai diverso da lei, » osservò donna Tecla, è gli domandò sùbito se anche quello era prete. S'era immaginata, sentendolo a Roma, che fosse addetto alle missioni.
Don Ciriaco s'affrettò a disingannarla.
« Ò toccato da me una corda molto trista! » fece sospirando. E raccontò.
- Pur troppo doveva esser prete.... aveva anche preso gli ordini.... ma ora s'era messo tra i birbanti scomunicati. -
« È mio fratello, perché siamo nati tutt' e due dalla stessa madre, ma non è mio fratello: almeno io non lo riconosco per
tale, e non lo rivedrò mai più, spero, neanche in punto di morte. »
Il discorso produsse un senso strano di meraviglia e di curiosità. donna Claudia gli domandò, mostrandosi turbata:
« Ma che diavolo à fatto, se è lecito ?»
Don Ciriaco spiegò, non senza una certa solennità, parlando bene. Tutt' e due erano stati educati gratuitamente in seminario e tirati
avanti ai sacerdozio. Lui aveva già presi gli ordini, quando un giorno, un bruttissimo giorno, l'altro dovette andare soldato....Io avevo tirato su basso; a lui toccò portar lo zaino. È un'enormità a cui bisogna sottostare; e.... pazienza! ma quando sei
là, sii uomo, non ti confondere coi miserabili miscredenti, non abbandonar la tua religione, non ti convertire ; e quando
ritorni, torna alla tua chiesa, e celebra la tua messa, e sii sacerdote e soldato della fede, non è vero ? Costui invece,
era appena da tre mesi nell'esercito, che scrisse d'aver mutato idea, di non volersi far più prete, d'essersi addirittura trovata.... un'amorosa, e.... « mi vergogno a dirlo, cosa turpe, esecranda,
d'essersi fatto evangelico ! »
« Oh ! » proruppe donna Tecla. « Indegno ! »
« Addirittura cose ributtanti!... ma, come le dico, tempo fa non si peritò di tornare a casa, con quella divisa, e con quelle
belle macchie sull' anima, e come non avesse fatto nulla di male, rideva, scherzava, grass'e fresco, vantando coi miei buoni
vecchi, che cercavano riconvertirlo alla ragione, le sue idee di progresso e di libertà e di religione nova, eccetera, eccetera.
Mio padre, a dir vero, non lo voleva in casa, ma le mamme, ah le mamme son sempre cieche per i figlioli!... Io sarei andato
a dormire nella strada piuttosto. »
Donna Tecla osservò sospirando:
« In quant'al sacerdozio, se non aveva vocazione, non avrebbe forse fatto male.... ma cambiar religione! Ognuno deve stare
nella sua, in quella dove siamo nati. »
« E che farà quando avrà finito il suo tempo?»
« Si lusinga d'un impiego! Finirà sul lastrico, glie lo dico io. »
Schicchirillo che ascoltava con tanto desiderio, ammiccando prima con gli occhi a Perverso, lo tentò ancora così:
« Sicché oggi suo fratello tripudierà nella capitale con gli altri buzzurri per il venticinquennio della bisca di Porta Pia.
»
Disse cosìcosi persuaso di far piacere a donna Tecla.
« Tripudio inverecondo, » rispose il prete, « questo è fuor di dubbio. » E dopo un momento soggiunse ; « Però, che ci prendan parte dei pazzi come mio fratello, s'intende; ma che lo promova così ciecamente un governo, tirandosi
addosso l'ira di tutto il mondo, questo non s'intende, è enorme, colossale addirittura. »
« Una festa che dovevano risparmiare!» ribatté donna Tecla; « ma un peccato chiama l'altro. E l'abisso che invoca l'abisso. »
Epicàiro, che non parlava mai, osservò che avrebber fatto molto meglio a curare un po' più degnamente gl'interessi d'Italia e di Roma!
Ma per il senatore il fatto andava più oltre. Aveva come un pietrone sullo stomaco, perché trovava in questo troppi contradittori,
e non potè tacere.
« Quali sono le cose belle che invitiamo a vedere, chiamando in questo momento la gente nella capitale ? Un governo sotto
accuse terribili, un paese che fa pietà ; lo statuto lacero, la giustizia che non si sa dove sia, le istituzioni quasi divenute
un'irrisione, la libertà spenta, l'arbitrio diventato legge.... Il papa, a cui volevano fare scorno, splende d'una luce ideale
di fronte a.... un semplice immondezzaio. »
Tanto Perverso approvava forte col capo, altrettanto Schicchirillo negava dietro le spalle di donna Tecla. Sensati concludeva:
« Se l'Italia ufficiale doveva ricostruirsi per dimostrarsi, diciamolo francamente, così aliena dalla onestà e dalla coscienza, così satura di viltà, inneggiante soltanto e cinicamente agli utili e ai latrocini bancari, alla
forza e non al diritto, qualche volta son tentato di dire era meglio, molto meglio, se rimaneva come prima. Allora era compatita,
mentre oggi non può essere che spregiata. »
Nel dir questo Sensati diventava rosso, e soggiungeva come rassegnato:
« Mah! a dir queste cose, è vero che si corre rischio di parere.... strani!... »
E nel sentenziare così il senatore non sapeva quanto olio buttava sul foco.
Don Ciriaco, che si serviva allora di salmone alla russa, intese quelle parole tutte come se quel signore fosse un appassionato cattolico,
e tirate in fretta due cucchiaiate nel vassoio, disse:
« Perfettamente giusto! Sante espressioni! Dell'Italia nova che c'è di bello a Roma? Metteva conto chiamarci il mondo a vederla
? E poi osservi: contristare un santo vecchio, un uomo così dolce e così buono! »
« È davvero un'indegnità ributtante!» fece donna Tecla.
Epicàiro mescè al prete, dicendogli perché non beveva.
Stomaco di cammello, Don Ciriaco mangiava, e non beveva che verso la fine del desinare. Alla domanda non attese nemmeno. Era con la mente ben lontana.
« Bisogna averlo visto come lo vidi io,» continuò col suo parlare ampio, « quando andai a Roma all'ultimo pellegrinaggio, e che ebbi la "fortuna inoperata d'esser ammesso al suo cospetto e di, parlargli. »
« Baciargli i piedi e le mani, udirlo, porgergli l'omaggio del nostro umile ossequio, contemplarlo coll'amore. di' figlio
e di cattolico.... Nessuno può dubitare, nemmeno gli eretici, della presenza dello Spirito Santo nella elezione del nostro
pontefice in un momento così tempestoso per la Chiesa! Basta guardarlo in viso, non è vero? Nella sua fronte è scolpita la
maestà del pensatore profondo e del poeta severo; non è un uomo che cammina; è l'anima d'un santo che passa, d'un martire!
E pensare che un personaggio così grande è italiano, non è una fortuna per noi ? Nient'affatto. In lui, come nel suo santo
predecessore, si sono rinnovati gli oltraggi sanguinosi che toccaron a Gesù sulla croce, inflìttigli ogni giorno, ogni ora,
og"ni momento da questa turba empia e incosciente. Quale offesa più grande per lui che vedersi spogliare le chiese e le corporazioni
religiose, strappati i cherici all'uffizio del loro ministero, aperte nella Roma papale sale evangeliche d'ogni setta, predicata
l'eresia e l'empietà sotto ogni forma, la sua autorità schiaffeggiata e derisa con mille caricature, imperversare l'orribile
setta dei massoni! »
Mangiava e parlava, con forza ardente, con tono severo e una voce squillante che faceva sentire in lui il futuro e clamoroso
predicatore.
« Già Roma è invasa dall'infame massoneria, coi suoi simboli infernali della risurrezione di Lazzaro e della rosa mistica, agitante la bandiera di Lucifero, bandiera su cui è scritto a caratteri di fango: Pèra l'Italia e il suo popolo purché sorga l'impero di Satana sulle rovine del regno di Cristo. È dunque naturale che facciano guerra a fondo contro la Chiesa cattolica, e festeggino la breccia di Porta Pia, che ne fu
il degno principio ; ma nella loro cecità non vedono il danno che si apportano. »
Schicchirillo, affogato nel piatto, mangiava e rideva educatamente, alzando ogni tanto il viso di uccello per ammiccare leggermente e serio
a Perverso.
Don Ciriaco, ascoltato, continuava:
« Nessuna vergogna li smove, non anno conoscenza di sé. L'impudenza vi è organizzata: professori ignoranti e stolidi, impiegati
asini e ladri, un tabaccaio truffatore, un poeta da taverna sono i degni contrapposti al capo della cattolicità. L'ombra e
la luce. Di qua la carità e civiltà del Vangelo, l'accordo coi credenti, di là l'orrendezza dei delitti, l'impunità delle
truffe, la società de' malfattori stupidi, la scala delle malvage azioni. Cominciano alzando un monumento, di fronte all'
augusta sede papale, a un frataccio sfratato, altrettanto sozzo che ignobile, e finiscono naturalmente con le feste della
breccia. Ma i risultati ? Chi ci va a festeggiare ? La gente di criterio, no certo. E che posson essi vantare in venticinque
anni ? che azioni ? che uomini ? Anche i bambini lo sanno: dilapidatori che stanno in alto e si godono appartamenti, ville,
carrozze, servitù gallonate, feste, conviti, cortigiane, baldracche. Col magro stipendio? no, sicuramente: con storni, frodi, malversazioni, peculati, eccetera,
sui quali si stende sempre e d'obbligo un velo d'impunità, se non il premio. Non si debbono processare né mettere alla berlina costoro: sono massoni. Ma, vivaddio!
sentano almeno il peso del loro obbrobrio. Davvero che c'è da ridere. Questo governo à fatto come la famosa cicogna: à messo
il becco nel guscio dell'ostrica e non riesce più a distrigarlo. L'ostrica è Roma, il becco è la immoralità che ci anno portato.
In vent'anni sono state condannati più di tre milioni e settecento mila persone in Italia: ecco l'Italia nuova, ecco la gloria,
ecco l'apoteosi loro! Bel profitto portato alla gran nazione in un quarto di secolo! Un paese che à mèzzo milione d'ettari
di terra incolta, tutta da coltivare, e che è costretto a cercare il pane e la morte nell'emigrazione!»
E rise forte con sarcasmo, sempre pieno di convincimento; e continuò:
« Il venticinquennio delle cambiali false, delle cambiali non pagate, del rovinio delle banche, dov'erano i denari sacrosanti
del popolo, il venticinquennio de' plichi e delle querele che si mandano a dormire, il traffico delle decorazioni, un furfante
addosso all'altro furfante, i cinque ai sette; la festa della regia, delle mangerie, de' monopoli, del gioco del lotto, dei
patrimoni rubati ai Monti di Pietà.... Sì, sì, è stata creata la terza Roma, e riportata all'antico, a quella Roma che Leone Magno chiamava sylvam frementium bestiarum! »
Lo diceva con tanta convinzione e con tanta passione che nemmeno Schicchirillo rideva più, mentre il senatore e Perverso guardavano tacendo, e donna Tecla approvava di frequente o con la voce o col capo.
- Un esercito di questi preti - pensava Schicchirillo - che guidi il popolo alle elezioni, e siamo beli'e serviti. -
« Gente stolida, miserabile, empia, » continuava il Belloni, « che non vuol persuadersi come Roma è tutta del papa, è stata e sarà sempre del papa e per il papa, creata appòsta da Dio
per la santa sede, come testimonia Dante stesso, che pure era ghibellino. Della santa sede, e tornerà alla santa sede più
presto che costoro non pensano, oh molto più presto!... »
Ghigo fece, non visto, una piccola smorfia. Magrolino, ma sveglio e attento, non perdeva sillaba; e qui gli parve che il ragionamento
del prete tornasse poco. - Come, sempre del papa? Allora Costantinopoli doveva essere stata creata sempre per il turco e Londra per i protestanti e
Pietroburgo per gli scismatici. - Ma i ragazzi non devono metter bocca, e tacque, mentre don Ciriaco continuava con impeto, come fiume che abbia trovato il suo sbocco.
« Da venticinqu'anni a questa parte la vera Roma non esiste più, giacché, a parlare con proprietà, non c'è che un cumolo d'edilizi
e di rovine, d'antico e di moderno, di grande e di venerando, di piccolo e dispregevole, che una volta si chiamava Roma; ma ora è il nulla. La Roma vera oggi non si trova che al Vaticano. »
Gli mutavano i piatti, gli portavano i vassoi, prendeva, mangiava, ma come uomo che non pensasse a quello. Seguitava la sua
esposizione, all' uditorio che s'era conquistato con la sua parola calda, con la voce intonata, perché diceva le cose più
forti con la voce più equilibrata e armoniosa e con flessioni anche gentili; non dei soliti predicatori da strapazzo.
« Infatti, guardiamo: non è nella città empia e satanica, ma là sulla piazza di San Pietro che si avvia il forestiero, anche
protestante, su quella piazza sempre popolata di cocchi eleganti, di vetture pubbliche, una folla di persone che parlano in
tutte le lingue, scendono, e dopo aver contemplato il magnifico colonnato d'Alessandro VII, poi quella mole superba, monumento
eterno della magnificenza dei papi, simbolo della grandezza e perennità della nostra fede, i forestieri si portano sullo scalone
dove alloggia il vero re di Roma, e impetrano la grazia di visitarlo come il vero regnante. Vi voltate invece all'altro palazzo,
che non è d'un prigioniero: la strada e la piazza sempre deserte, non una carrozza; e quei soldati che fanno lì sentinella,
paiono custodi d'una vera prigione a di persona che stia chiusa dentro un romitorio a purgare i suoi peccati, facendoci gli
esercizi spirituali! »
Anche qui sorrise amaramente.
Schicchirillo, a cui il cameriere s'era ripresentato, non chiesto, col vassoio, si sfogava tirando giù un timballo di ravioli all' italiana, ma quietamente per non disturbare
il predicatore.
Perverso pensava come quelle idee fossero venute al Bellonipiù dalla lettura di libri e giornali clericali che da visione propria; e, molto probabile, eran gli argomenti che giravano
ne' seminari, ne' circoli cattolici, eccetera. Il prete non doveva esserne che il focoso riassuntore. Ma meritava d'essere
ascoltato attento: c'era da riflettere.
Don Ciriaco se la prese poi coi monumenti, perseguitandoli con risate sarcastiche. Avevan voluto con idea antipolitica e antiestetica
innestare un monumento nel monumento d'Agrippa, riuscendo, dopo tante mila lire spese, a appoggiare un lugubre e colossale
camminetto a una cappella del Pantheon; più là a un mediocre fabbricatore di versi sciolti anno innalzato una specie di monumento-fagotto
con la squadra e il compasso; vai più là, e trovi vestito in pelliccia uno scimmiotto che non à ancora digerita la scomunica
di Pio IX; più qua un giocattolo da giullare stenterellesco dedicato a un fedifrago chiacchierone; in alto, un gruppo indecifrabile
e svergognato dedicato al grande scarpone, scorticatore d'Italia.... Di fronte alle meraviglie della città eterna, questi
e simili imbratti!...
Erano d'intesa di lasciarlo dire, sicché nessuno protestava. Quand'ebbe finito, Epicàiro, tornando col discorso sul papa, osservò:
« Ma non crede Lei, che finiranno un giorno coll'adattarsi, non dico questo pontefice, ma un altro, e senza rinunziare esplicitamente, giacché, sì sa, i papi rinunziano e non rinunziano, seconde le persone.... »
Don Ciriaco scosse fortemente il capo.
« Impossibile. I pontefici son vincolati dal giuramento. »
« Giuramento! quale giuramento ? A tempo di Napoleone, i papi erano papi o no ? Se come papi avevan giurato, perché tradirono
il giuramento ? giacché col trattato di Tolentino Pio V, rinunziò in perpetuo per sé e per i suoi successori alle Legazioni di Bologna, di Ferrara e della Romagna, e Pio VII in Fontainebleau rinunziò addirittura al poter temporale.
»
Perverso rispose con la stessa compostezza:
« Non è violenza che tenga per un cristiano: prima la vita che mancare a un sacro dovere; in ogni modo poi, se Pio VI non
amava violenze, poteva fuggire quando il nemico era ancora lontano da Roma. Sicché bisogna portare una qualunque ragione,
ma non quella del giuramento. »
In questo momento una cameriera venne a parlare a Càrite che s'alzò, e dicendo: « Scusino, » uscì con quella. Il marito le tenne dietro con gli occhi finché non scomparve, col fare premuroso di chi ammira e ama.
« Che dice mai?!» esclamò don Ciriaco. Il papa esce, tutti gli omaggi sono a lui. E che diventa allora quell'altro? Oppure uscendo, viene oltraggiato, è causa di conflitti, e allora che diventa il papa? No, no, deve essergli restituita Roma. »
Perverso osservò: « Sta bene, ma (io faccio le parti del diavolo, se non le rincresce: mi chiamano E qui in casa, si figuri, Perverso!) dunque, sta bene, ma bisogna prima metter le cose a posto. Lasciamo andare che alla minima idea di voler anche soltanto
cedere al papa la città leonina, in Roma e in Italia scoppierebbe sùbito la rivoluzione; e i Trasteverini stessi sarebber
capaci.... non credo che si limiterebbero più alle proteste unanimi del 1870; lasciamo questo, e ammesso per un momento che
al papa s'abbia a regalargli o restituirgli Roma, come dice lei: si deve render Roma sola? perché in questo caso avremo gl'
Italiani intorno a Roma, e il papa non potrà uscire dalla città, non fare una passeggiata per la via Appia, non andare al
grazioso lago di Albano e alla sua villa di Castel Gandolfo; e la sua prigione sarebbe più vasta, ma sempre una prigione.
»
« No, Roma e la campagna romana!» rispose, don Ciriaco intrepido.
« La Sabina compresa o no ? » - domandò Perverso con un lieve senso ironico.
Don Ciriaco acuto guardò l'altro in viso, un poco imbrogliato nella risposta, non sapendo dove fosse realmente la Sabina, che pure avea
sentito rammentare altre volte.
- I preti, pensò Schicchirillo, vedendo don Ciriaco confuso, - occupandosi molto dello studio del cielo, alla geografia danno poca importanza, sicché molto spesso non la sanno, né gli scolari né i maestri ; e, quel che è 'l bello, neanche i liberali e i democratici
italiani che sono stati alle scuole dei preti la sanno: tant' è vero che siamo andati in Abissinia senza nemmeno immaginare,
non che sapere, che cosa fosse. -
E pensando questo sorrideva con malignità. Il Belloni, che ora cominciava a inaffiare il pasto, posò il bicchiere, poi disse pacatamente:
« Quello che il pontefice possedeva una volta. »
« Cioè le Romagne, le Marche, l'Umbria. »
« Oh quanta roba! » mormorò donna Tecla, « Non basta Roma? »
« È quella che gli ci vuole, » osservò Perverso, « e non gli basta! Altrimenti, senza uno stato grande e forte, senz'un esercito irto di baionette, come farebbe a difendersi
dalle sètte, dalle congiure, dai moti rivoluzionari che ogni tanto scoppierebbero nel suo seno? Dovrebbe star qua a difenderlo
un'altra potenza non italiana. >
Don Ciriaco si trovò davvero un momento impacciato, e sulle labbra di Cornelio, che lo serviva attento, chi lo avesse osservato bene, ci avrebbe còlto un leggerissimo impercettibile sorriso.
« Basterebbe, » fece donna Tecla, « che la capitale fosse portata ancora a Firenze o andasse a Napoli. Che c'entrano l'altre terre?»
Ma don Ciriaco si rimise in staffa.
« Del resto, i confini penseremo a stabilirli quand'avremo vinto. Per ora sappiamo che gl'Italiani a Roma non ci dovevano andare ; che l' unica soluzione possibile, perché torni la pace è che essi ne escano: tornino di dove
son venuti: i veri Romani non li possono patire; e si capisce; Roma è della cristianità; Roma è indispensabile al papa; Roma
deve tornare al papa. Armati del nostro diritto, ci sentiamo le spalle al muro. »
« Mi permetta ch'io faccia sempre le parti del diavolo!» osservò Perverso. « E se l'Italia dicesse: - Roma era mia prima del papa; Roma del papa, e non più mia, è stata la scissura, la discordia, il
marasmo di Roma e dell'Italia per tanti secoli; gli Italiani son dovuti tornare a Roma per smetterla con le discordie, per
ritrovare la propria esistenza, e ne usciranno quando i Francesi usciranno da Parigi, gli Spagnoli da Madrid, i Tedeschi da
Berlino; ossia è più facile che essi possano uscire di là che noi di qua. Forti del nostro diritto, sentiamo d'aver le spalle
al muro: che direste?»
« Non è vero, mi perdoni, che l'Italia sia vissuta malissimo per tanti secoli senza Roma, come ora con Roma è vero davvero
che vive malissimo. »
Schicchirillo pensò contento:
- Ecco che Perverso avrà un osso duro da rodere con questo prete. -
« Siam sempre lì: anche l'Italia può dire: - per molti secoli il papato è vissuto benissimo, e con pontefici migliori, santi
addirittura, senza posseder Roma, come, possedendo Roma, è vissuto molti altri più secoli assai male, con pessimi pontefici, in continue guerre, odi, nefandezze, delitti d'ogni specie, che i nostri a confronto son gingilli, giacché non tutti i papi
disgraziatamente anno sentito e detto come l'umanista Tommaso: - Io altr'arme non userò nel mio pontificato, che quella datami
da Cristo per mia difesa, la croce sua. - Essendo i due poteri a conflitto, vien giustamente e conseguentemente l'osservazione
e la domanda: l'Italia non pensa a mandar via il papa da Roma; anzi, la sua presenza, il contrasto che apporta, sono d'infinito
giovamento al suo popolo. Ma il papa vuole invece mandar via da Roma l'Italia; e, se gl'Italiani non se ne vogliono andare,
che farà il papa? chiamerà ancora gli stranieri? »
Domizio, a un cenno di donna Tecla, tirò su la tenda giacché la stanza pareva un momento oscura.
« Lo dicevo io che pioveva. Vedete che passeggiano dei nuvoli?» fece Schicchirillo.
Allora, a finestra aperta, si vide realmente una parte del cielo con nuvole, ma non molte; mentre si godeva una parte verde
del parco e alcune alte piante nel fondo che facevan cornice.
« Chiamar gli stranieri!» osservò Sensati, quasi rispondesse a sé stesso.
« Non saremo noi,» rispose il Belloni, « non saremo noi che diremo agli stranieri:- Venite! - saranno essi che verranno! Le preghiere pubbliche e private a Dio e
alla Vergine perché liberi il santo padre da così orrenda prigionia, i lamenti delle popolazioni afflitte da condizioni strazianti,
l'invocheranno essi come unica salvazione. »
« O l'Italia cede e s' arrende in precedenza, e sarà gloriosa e indipendente sotto le ali gloriose dei sommi pontefici ; o
non vorrà cedere e negherà, pervicace, di piegarsi alla loro sovrana autorità, alla bontà paterna che l'à sempre guidata ;
e lo straniero, non invocato da noi cattolici, ma mandato da Dio, verrà: calerà dalle Alpi, approderà dal mare, piomberà sui
ribelli, e, flagello divino, facendosi vindice della giustizia conculcata, della fede tradita, empirà pur troppo di stragi
le città e le campagne, senza distinzione d'età, né di sesso: la gente buona pagherà per la cattiva, il giusto ne soffrirà
per il peccatore; appena le chiese potranno essere breve asilo ai fedeli; case, palazzi invasi, cercati, frugati, a scoprirvi
gì' infetti ; e il male così sciaguratamente voluto e mantenuto sarà inevitabilmeute lavato da una fiumana di sangue, finché
il sommo pontefice, veduti i miasmi scomparsi, i falli espiati, non alzi per sua somma grazia la mano, e dicendo: - basta!
- richiami sull'Italia la. protezione del cielo. »
Aveva detto tutto questo con tanta forza d'apostolo, che donna Tecla, atterrita più che meravigliata, guardandolo in faccia, non ebbe forza che tardi di mandare fuori dalle labbra la sua debole
protesta.
« Ah, don Ciriaco, speriamo che queste cose non avverranno, e che siano semplicemente... diremo così, poetiche. »
« Una bella poesia! » esclamò Perverso, mentre il senatore inclinava il capo con un sorriso molto amaro.
« Non avverranno, » ribatté don Ciriaco, se l'Italia si piegherà ai sommi pontefici; se no, buona signora, avverranno fatalmente, inesorabilmente. Insegnare agl'ignoranti
è opera di misericordia; e noi ammaestreremo gl' ignoranti. Sarà nient' altro che una guerra di sterminio voluta da gente
indurita nel peccato.»
Don Malachia che non c'intendeva dall'orecchio destro, e poco dal sinistro, si piegò con la sua voce rauca a, Ghigo, e gli domandò:
« Che à detto? che ci sarà la guerra?
E avendogli Ghigo detto di sì, aggiunse:
« Sicuro che ci sarà la guerra, con la Francia. Bisogna farla a pezzi quella prepotente, un brano per uno, come la Polonia!»
E arricciò le labbra, col suo fare di cervello rammollito.
Perverso mormorò a Sensati:
« È una fortuna per gl'Italiani esser nati cattolici! Ecco, se fossimo nativi della Patagonia o del Texas» potremmo, respirando
a nostro agio, dire: - Siamo liberi nel nostro paese, possiamo pensarla a modo nostro, amministrarci come vogliamo; ma Dio
per la sua santa misericordia ci fece nascere in Italia, dove c'è la gloria del papato da sorbirsi per amore o per forza;
e se non lo vuoi, giù i barbari, invocati o non invocati, e bòtte da orbi! Me' foste state qui pecore o zebe! »
Sensati approvò con un sorriso sarcastico tra i folti baffi grigi.
Epicàiro osservò a don Ciriaco che per fortuna Leone XIII non era uomo da desiderare la guerra. Allora il prete gl'insegnò che non bisogna guardare troppo
alla superfice: la guerra è una necessità per il papa: chi lo potrebbe altrimenti liberare da quella prigionia? Se non si
scatenasse una bufera, il popolo s'avvezzerebbe a questo brutto stato di cose, e con la sua solita inedia lascerebbe il papato
in agonia anche mill' anni. Bisogna dunque organizzar la riscossa, prepararla sapientemente, come Moltke in Germania; e questo
fa appunto Leone XIII per sé e per i suoi successori. E si mise a tesserne ancora l' elogio. Aveva con la sua saggia politica
ricostituito eccellenti rapporti con tutti gli Stati, eccetto quello sciaguratissimo del nostro paese, il quale voleva togliere
alla sua Roma il signum Christi; disse come aveva fondato scuole e preparato un largo strato di futuri cattolici; formato una compagine più stretta e serrata
di credenti, veri battaglioni di soldati della fede, che un giorno procederanno come un solo uomo all' ordine del pontefice
romano contro il soffio pestifero della massoneria e dell'immoralità che straripa. Circoli cattolici regionali e diocesani,
casse rurali, compagnie, confraternite si fondan per tutto, s'affiatano, lasciano i vecchi rancori e dissidi, s'intendono,
formano i loro piani.
« Basterà un breve lamento del sommo pontefice, perché tutti un giorno si commovano e rispondano all' appello. Siamo, in fine,
dugento milioni; e chi oserà, quando interveniamo, dire a noi: Tornate indietro, non correte a difendere il vostro padre minacciato nella sua libertà? non riprendete la città che v'è stata
rubata ? »
In verità quello zelo di. neofito intelligente e franco era tutt'altro che sgradevole. Ma a Perverso parve l'ora di metterlo alla prova del duello; e passò all' assalto, con tutta disinvoltura e finezza aristocratica, senza
prenderla punto di petto.
« Ma perché la Chiesa non potrebbe rinunziare al poter temporale ?»
« Scusi, non domando il fatto: domando il perché del fatto. »
« Per il giuramento che i pontefici... » fece donna Tecla, «son cose che si sanno. »
« Non posson violare il giuramento!» ripetè don Ciriaco. E soggiunse:
« È questione di principî ! »
« Abbiamo detto poco fa, ma non n'avete tenuto conto, che al giuramento derogarono sotto la volontà di Napoleone. E poi di
quali principi parlate ? Giacché si tratta di guerra, con quali principi e diritti di religione la difendereste ?»
Ghigo stava attento senza batter palpebra, con due occhioni sgranati.
« Quali principî? principî fondamentali, caro signore! E piuttosto che abbandonar questi, impavidi ferìent ruince. »
« Fondamentali, cioè del fondatore della Chiesa cristiana?»
« E per il potere temporale se vien la guerra, benvenuta, giacché è voluta da Gesù Cristo! Però, un momento! Tutte le nazioni
europee che son cristiane, e alcune cattoliche, ammetton la guerra; ma c'è qualche setta cristiana che non l'ammette; e' è
qualche società non cristiana che non l' ammette. Io mi ci confondo. Questa guerra la chiesa cattolica l'ammette o non l'ammette?»
« L'ammette sicuro, quand'è necessaria. »
« Allora anche con la benedizione della Santa Chiesa ben venga la guerra!» rispose ironico. .
Don Ciriaco, che capi l'ironia, fece:
« Dica, i liberali non benedissero Pio IX fino all'entusiasmo quando minacciava d' assentire alla guerra contro l'Austria?»
« è vero, evviva dunque la guerra. E sarà bella, badi! di vero esterminio, giacché anche in Italia c'è un esercito che non
starà colle mani alla cintola; ci son liberi pensatori, frammassoni, ebrei, protestanti, c'è un'intera orda di malfattori,
di miscredenti che non vorranno lasciarsi mangiare, come si dice, la pappa in capo; c'è gente anche cattolica che non ammette
l'intervento straniero ; ci sono fuori d'Italia nazioni intere protestanti che non amerebbero starsene inerti davanti a una
simile devastazione fatta in nome del cattolicesimo: una guerra europea, un massacro universale, insomma. »
Don Ciriaco non se ne mostrò affatto turbato. Impavidi ferient ruinae.
« E la nostra iniquità che ci tira addosso questi e altri guai. Il nostro aggredire è rubare continuo, che cominciò con l'Italia
settentrionale per finire, sto per dire, in Abissinia, e che rende ormai i liberali sconfitti e annientati davanti alla riprovazione
di tutto il mondo barbaro e civile. Dove, in quale corte, trova simpatie il regno d'Italia? Chi viene a far visita a' suoi
regnanti fra i sovrani cattolici? La stessa regina d'Inghilterra, protestante, nega, pur venendo a Firenze, di far pochi chilometri
vantaggio e di portarsi a Roma! Perché? Perché non è un regno civile, ma vile! Lo scontento; la miseria immensa in tutta la
penisola, la fame che bussa alle porte della capitale, città desolata da far pietà, in cui posseder nulla è male, posseder
qualcosa è peggio, dove i poveri proprietari di case sono spolpati e spossati, gl'impiegati piccoli di tutta la penisola aggravati,
e messi a torme nella strada per fare economie e buttar milioni nelle sabbie affricane: tutto prepara la dissoluzione di questo
regno sciagurato. »
Il senatore sporgendosi un poco, fece a donna Claudia e a Perverso:
« Ecco, se questi lamenti venissero da un liberale, che dopo aver impiegato la sua vita e il suo sangue per render grande
e civile l'Italia, nel dolore di veder la mèta ancora tanto lontana, si sentisse scappar la pazienza, si potrebbe ammettere;
ma da quei pulpiti, da quella gente, eh?!.... L'incoscienza pervade!»
Perverso sorrise brevemente; poi riprese con la sua calma, vòlto a don Ciriaco:
« Ammettiamo pure tutto codesto ; ma ancora non vedo che bisogno ci sarebbe della guerra. Se si scatena una crociata qua,
bisogna tutti prender le armi; i cattolici staranno coi cattolici, i miscredenti coi miscredenti ; e sempre ci troveremo fratelli
contro fratelli. Lei stesso che à un fratello laggiù, si troverebbe forse di fronte a lui con l'armi alla mano. »
« Eh, se combattessi, perché no?»
« Così forte e robusto non vorrebbe combattere? È naturale. Desiderare, augurar la guerra, sospirarla, e poi lasciare solamente
che si battano gli altri, sarebbe una specie di vigliaccheria imperdonabile. Il buon cattolico deve affilare 'la sua brava
spada, il suo bravo coltello, metter da una parte la corona, da quell'altra il fucile, e quando l'ora è sonata, scaraventarsi
su Roma con le sue bande, andar diritti al Campidoglio, al Quirinale, senza fermarsi davanti a nessuno dei rei o degl'innocenti.....
consiglieri, ministri, sovrani, forse una donna.... la guerra non conosce distinzioni, non si fa a patti.... »
« è giusto! » rispose imperturbato don Ciriaco, benché gli paresse di notare un punto d'ironia nel discorso del suo avversario.
« E così una religione detta di pace mette la guerra sotto il suo patrocinio. »
Questa volta il prete rilevò bene l'ironia, e disse sùbito:
« Io amo ragionare nelle cose. Che la guerra dispiaccia, paia amara, si capisce: è amara anche - una medicina, e si piglia; ma che la medicina ola guerra non si possano ammettere, che la Chiesa abbia a scartarla a priori, perché?»
« Non lo so... avevo dei dubbi in proposito: mipareva che fosse contraria a' principi fondamentali della Chiesa. »
« Dubbi insussistenti. Quando la guerra è necessaria, è come tante cose necessarie, come un turbine, come una tempesta: non
si chiama; ma viene; spazza via de' miasmi: ben venuta!»
« Non si chiama? ma se la preparate, e la fate quando vi pare e piace. »
Schicchirillo s' atteggiò a profondo contento e meraviglia. Contento, perché quel pretotto giovine aveva tutta l' aria di somministrar
di brave busse a Perverso; maraviglia, perché gli pareva nei dìscorsi di Perverso ci fosse tutta l'aria di contrastare l'idea della guerra. Diavolo, n' aveva un' altra, di novo! E non potè trattenersi dall'esclamare:
« Contrastare l'idea della guerra?! Ma se è eterna, come il mondo!»
« Non contrasto. Oh Dio, soltanto non sapevo che la religione ammettesse la guerra, scusatemi.. Contrariamente alla ragione,
alla civiltà, al progresso, ai vantaggi sociali, all'educazione della,gioventù, tutto quanto volete; ma credevo che la religione
non l'ammettesse assolutamente. »
Schicchirillo scattò come un ossesso ; e ripetè tutte le parole di Perverso ; poi aggiunse:
« Ecco, ecco, è qui, ci siamo! Ma non t'ò sempre parlato chiaro a proposito di Gesù? Me lo vorresti far ridire? Ma è qui dove
la Chiesa à corretto, e s'è messa sulla buona via, dimostrandosi sapiente. La Chiesa non solamente l'ammette la guerra, ma
la fa, l'à fatta, la farà sempre. A empito il mondo e l'Italia di guerre e di stragi. Ti dimentichi la storia stamani?»
« Fare non vorrebbe ancora dire essere in diritto di fare. Uno ammazza un altro, lo fa, ma il mondo lo dichiara un omicida.
»
« La guerra c'è sempre stata,» mormorò donna Tecla, «si sa!»
« Sicuro » aggiunse il Belloni, « anzi la guerra è santa, quando si tratta di guerra giusta, di guerra che abbatte l'iniquità. Il punto è qui. Capisco, oggi
quei vigliacchi di massoni non la vorrebbero, perché a loro non fa comodo: ne anno una gran paura ; ma è per questo che i
buoni cattolici, per quanto non voglian parere, non osino ancora confessarlo, e per quanto dicano pure il contrario, la desiderano,
l'aspettano. »
« Oh Dio, lo sapete bene,» rincalzò Perverso col suo sorriso velato, « insegnare agl' ignoranti è un' opera di misericordia. Io sinceramente credevo che l'idea della guerra stesse con la religione,
come il diavolo, secondo un vostro modo di dire, e l'acquasanta. »
« O come? Non si rammenta le parole della Sacra Scrittura?» fece il Belloni. « Più chiare di quelle!» E si mise a ripeterle con tono solenne, sacerdotale, pieno di convinzione, meravigliando anche per la sua memoria:
- Quando il tuo fratello, figliolo di tua madre, e il tuo figliolo o la tua figliola, o la moglie o il tuo familiare intimo,
che e come l'anima tua, t'inciterà all' adorazione d'altri Dei, ignoti a te e a? tuoi maggiori, non gli compiacere, non l'ascoltare,
non gli perdonare, non lo risparmiare, non lo nascondere, anzi ammazzalo: la tua mano sia la prima sopra di lui per farlo
morire, e poi la mano di tutto il popolo... E altrove riconferma: -»
Se queste parole non fossero uscite dalla bocca di don Ciriaco, piene di convinzione e dette bene, forse avrebbero provocato un coro d'indignazione; ma così come le disse, colorite, scultorie,
gli dettero l'aria d'un di que' feroci ma simpatici spiriti dell'antichità, rinato tra noi, che tutto vedeva attraverso alla
potenza della forza; e nessuno osò protestare. Lo guardavano compresi di meraviglia, malgrado un brivido che corse per l'ossa
di tutti.
Schicchirillo sorridendo sarcasticamente, esclamò la sua frase prediletta:
Però donna Tecla non approvò. La prima volta in vita sua le parole della Scrittura l'avevan sorpresa e mortificata: dubitò un brevissimo momento
di sé stessa, se non della fede. Ma come si potèvano interpretare quei comandi differentemente dalla ferocia che esprimevano? E se esprimevan così, come potevano esser santi?...
Guardò i suoi figlioli, quasi per rifugiarsi un mo" mento sotto le loro ali; e il suo Perverso in quel frangente (vedete come l'uomo è sopraffatto dalle circostanze!) gli parve una faccia abbastanza sicura. Epicàiro sussurrò:
« Caro don Ciriaco, quelli eran altri tempi.... Tempi di diluvio universale. Ma ora il diluvio universale Dio non lo manderebbe più. »
« Oh come farebbe bene un po' di diluvio universale!»
Schicchirillo rise forte.
In quel momento, s'aprì l'uscio, e rientrò Càrite, soffusa in volto d'un colorito roseo più intenso, indicante certo la maternità sodisfatta. Riprese posto a tavola, fra l'ammirazione
intenta de' commensali.
« Dorme? » domandò donna Tecla, sul cui viso era un pallore insolito.
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