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VII.
Donna Tecla essendo padrona (e che stesse pure cent'anni), non potevan i figlioli far molte diverso dal suo volere. Ma nei limiti del
possibile, Perverso nei domini di lei, in tutte quelle famiglie di contadini aveva apportato non poche riforme e benefizi, di cui non è qui il
luogo parlare, e con le riforme una nova vita: quella che sentiva d'aver nelle viscere, la vita del cuore e della mente. Egli
era per quei buoni operai un fratello, non a parole, ma a fatti. Per tutto che fosse urgente l'opera sua, era sul posto. E
quando arrivava Perverso» quella buona gente, a lavorare che fosse o a discorrere, s'allietavano come arrivasse il fratello buono e benefico ; gli
sorridevano come a un amico che non si vede da un pezzo, tanto il popolo è riconoscente a chi se n'occupa non per boria o
per smorfia, ma per coscenzioso e sapiente dovere. C'era bisogno di qualche opera in comune? Si doveva ottenere qualche salutare provvedimento? Non c'era che Perverso. Due paesi minacciavano per ire stolide di venire alle mani? certo sciagure da una parte e dall' altra, uccisioni e ferimenti
di qua, galera di là, costernazione nelle famiglie. Tutto si rimedia: era avvertito in segreto Perverso ; e Perverso andava sul luogo: parlava coi capi di tutt'e due le parti, li portava a raffiatarsi, a snebbiare le menti: tutto finiva in
una festa, con benefizio e gioia di tutte le famiglie. Un giorno gli eran venuti a offrire di portarlo deputato. Li ringraziò.
«Quel poco che posso fare lo farò lo stesso qui.» Non si sentiva preparato abbastanza alle logomachie parlamentari, e poi una piccola cosa lo noiava grandemente, una piccola
cosa a cui dava molta importanza: il giuramento. Gli pareva l'umiliazione della coscienza, e una ridicola umiliazione. Lasciamo
andare il divieto che Cristo mise al giuramento, divieto che solo viene dal rispetto massimo della dignità umana, che chi
obbliga a giurare viola; ma nel caso nostro, che senso c'è ? Un oratore mandato dal popolo a tutelare gl'interessi del paese,
s'intende che ci vada là per questo. Se è uomo onesto, non avrà bisogno di giurarlo; sarebbe offesa il chiedergli che giurasse
; se è disonesto, tanto vale! Tutta la masnada che a tuffato le mani nell'erario pubblico, saccheggiandolo, anno fatto gl'interessi
dello Stato? E sono stati chiamati spergiuri? E perché non obbligano a giurare i consiglieri comunali di far gl'interessi
della città e del sindaco? Insomma, non accettò; e questo diciamo se a qualcuno importassero simili particolari. Godeva di
adoprarsi a educare e migliorare il suo piccolo territorio. Sua moglie poi lo coadiuvava perfettamente. La bella signora era
l'angelo tutelare di quelle buone e semplici famiglie, che allietava con una continua opera benefica altrettanto silenziosa
che sicura.
Passate le ore più mattutine a studiare, a occuparsi nel suo studiolo che guarda il parco verde e le Alpi, fatto il suo bagno
freddo, poi la cavalcata, presa una tazza di latte, tutto come al suo solito, Perverso s'avviava sulla montagnola dove era solitamente la conversazione, e dove tra i grossi faggi, i bagolari, i lecci e i cipressi
si gode il fresco anche ne' più caldi giorni d'estate e la vista in prospetto delle magnifiche Prealpi di Como e di Lecco.
Ci trovò Càrite che ricamava, e Mentana a cui la mamma insegnava fare altrettanto. Saliva dal bosco e dal parco un delicato e consolante
profumo d'erba; e si vedeva scorrere nella gora che attraversava il parco l'acqua che s'accavallava continuamente nel medesimo
modo. Perverso prese dal tavolino di pietra i giornali arrivati con la pòsta, e si mise a scorrerli come al suo solito, cercando rapidamente
quel che ci fosse di notevole. Tutt'a un tratto la bambina, com'avesse fatto una gran scoperta, esclamò toccando suo padre
nella manica della giacchetta:
« Babbo, guarda la luna! »
Il babbo si voltò, e vide la piccola luna a tre metri dall'orizzonte.
« Pare uno spicchio d'aglio! » osservò la bambina ingenuamente, mirandola co' suoi occhioni intelligenti.
« E vero!» rispose il padre sorridendo di quella similitudine, che gli parve curiosa a quell'età. E guardò il cielo. Di nuvole ancora
poche. Il sole sempre imperterrito come d'agosto, saliva a sfolgorare le campagne assetate. Càrite, in una semplice ma elegante azzurra veste da camera, su cui spiccava superba la bella capigliatura aurea cupa e il còllo
niveo, discorreva col marito, ora fintamente burbera, ora mostrando tutt'a un tratto, come una melagrana aperta, il grazioso
sorriso der suoi denti bianchi. Gli domandava fin dov'era arrivato nella sua passeggiata mattuttina.
« Fin al fiume: quarantacinque minuti. »
Poco dopo salì Sensati con donna Claudia dalla bellissima chioma nera che incorniciava quella sua fronte bianca come l'avorio; poi Ghigo, ridendo. Raccontava di Schicchirillo che era cascato quattro volte dal velocipede. La mamma lo sgridò delle sue risate, e il ragazzo si scusò dicendo che Schicchirillo non s'era fatto male. Da quando era venuto di moda, nel high life, a Schicchirillo era venuta una voglia matta d'imparare, ma non era ancora riuscito a trovare quel benedetto equilibrio necessario per tenercisi
bene, perché «quand' era il buono» lo pigliava la paura di cascare, e cascava davvero.
Non tardò a comparire anche lui, tutto sudicio di polvere nelle reni e davanti; il cappello ammaccato e i baffi biancastri d'un biondiccio sporco di terra.
donna Claudia si voltò accigliata verso il ragazzo, persuasa che avesse detto una bugia.
Il ragazzo intese, e osservò:
« Si vede che è cascato un'altra volta! »
Difatti Schicchirillo raccontò che gli pareva proprio d'avere imparato: aveva fatto un bel pezzo di strada da sé, quando, tutt'a un tratto, non
sapeva come, il manubrio aveva piegato, e per paura d'andare a cascare nell'acqua del fosso, scansando, aveva corso il rischio
di sbatacchiare in un albero ; e per scansare, tardi, anche questo, finito col battere un pattone, quant'era lungo, per terra.
Lo raccontava ridendo, ma era pallidissimo.
Claudia e il cognato lo tiraron da parte, e lo scossero, domandandogli se si fosse fatto del male ; e furon contenti quando si furon
persuasi di no, dai ripetuti che! che! di lui, asserendo che non s'era fatto nulla. Sensati non potè tenersi dal sorridere un poco, perché Schicchirillo ci rideva ancora e più rumorosamente e con molta disinvoltura: sicché cosi, tacitamente, fu sanzionata la pace della sera
prima.
Se guerra realmente ci fu, giacché Schicchirillo, sia detto tra noi, era altrettanto ammirato che compatito in certe cose. Ora s'accomodò su una banchina, in faccia a Càrite, e scordò presto la bicicletta e la caduta di fronte a quella figurina celeste.
« Stamane siete proprio una cosa di cielo,» le disse appunto, alludendo alla sua veste azzurra.
E la guardava in preda a una gran sete d'ammirazione, lasciando il viso di lei solo per cercare quello di donna Claudia, quasi per farne il confronto.
- E pensare - diceva tra sé - che le bionde mi son sempre parse antipatiche. Ora non posso dir altro se non che sono fredde e cieche. Questa non vede che
per gli occhi di quel birbante dì Perverso. -
Detto questo, guardò lui con un movimento, quasi avesse inteso il suo pensiero, e fu contento trovandolo tutto intento alla
lettura della politica.
« Insomma,» osservò il giovine, lasciando il giornale, «gl'Italiani a Roma ci vanno volentieri per qualunque occasione si presenti. Tutte son buone: un pellegrinaggio patriottico,
la venuta d'un imperatore, la morte d'un papa, la madonna di Pompei, le feste del venti settembre... Una volta si diceva:
Tutte le vie menano a Roma ; ora bisogna correggere: Tutte le scuse portano a Roma. »
Le signore ammisero la cosa come vera, e entrarono a parlar di Roma, Càrite con molte lodi, ricordando il tempo che c'era stata col marito; il marito col solito entusiasmo e ridicendo le impressioni
sue.
« La questione è che l'arte sotto quel cielo parla in modo mirabile, e i grandi passaggi dalle grandi maestose linee dell'antichità
a quelle grandi michelangiolesche del cinquecento, a quelle bizzarre e piacenti berniniane del secento, quei ruderi, quegli
avanzi del Fòro Romano, del Colosseo, delle Terme di Caracalla non puoi guardarli senza stupore: t'ispirano una meditazione e una pace solenne di cui senti non poterti render ragione; ma non la chiedi. Vivi tu dì venti
secoli di storia passata, e di venti avvenire? Che ne sappiamo? Nulla à mai parlato con tanto mistero, e dette cose più potentemente
belle. Poi i superbi contorni di queir urbe: dal Gianicolo, dal Pincio, dal Quirinale, dall'Aventino, dalla campagna romana,
dalla via Appia, dalla via Cassia da Albano, da Frascati! Le ville principesche dei Castèlli romani! Io dico che se i romani
antichi vincevano il mondo per gentilezza insieme e maestà; è perché il luogo che li produsse à in sé appunto queste qualità
in modo sovrano, e à la potenza singolare di ridestare nell'uomo la vita dell'intelletto, e dà come un'estasi benefica agli
artisti grandi e ai poeti. Non si dissociano dal pensiero Roma e Michelangelo, Roma e Raffaello, Roma e Goethe, e Shelley,
e Chateaubriand, e Byron, e Carducci, e Dante, e Mazzini, e Garibaldi. Il pensiero ringagliardito si spinge oltre le linee
gigantesche di quelle stupende rovine, diventa solenne e gentile come le volute di quei colli, puro come quel cielo, splendido
come il suo incomparabile sole. Sarebbera esagerazioni ridicole per chi non conosce Roma ; per chi la conosce, non sono che
affermazioni inferiori alla realtà. Agli stranieri pare questo chauvinisme italiano? Ma loro stessi però ne sono soggiogati. Da che dipende l'eterna ammirazione che Roma desta? Tu non lo sai. Non
ci sono i palazzi che noi siamo soliti vantare a Firenze, e a Venezia, come quello Pitti, quello Strozzi, quello della Signoria, quello del doge; non c'è l'ombra d'un campanile di Giotto o di
San Marco, né un tempio che per grazia esteriore e severità interna s'avvicini alla cattedrale fiorentina o si slanci fantastico
di guglie e di ricami come il duomo di Milano; non ci sono intorno le leggiadre coltivazioni della Toscana ; eppure le altre
città stanno a Roma come piccoli gioielli a un monumento di gran valore. Che cos' è che ti seduce ? Le sue piazze coi begli
obelischi e le ricche fontane? quella varietà di prospettive, d'erte, di scese, di spianate? di giardini aerei sormontati
da spalliere di ròse e da pini ombrelliferi? Non lo sai. Dicon gli archeologi: è la terra della storia ; dicon i preti: è
la sede del cattolicesimo ; ma Roma era fatalmente bella e fulgida prima dell'archeologia e del cristianesimo, e più assai
quando era nel suo vero splendore: basta rammentare quello che ne dice Livio ; e orbis compendium la chiama Ateneo ; così credo che una volta tornata nel suo essere, sarà più meravigliosa ancora.»
« Ancora!» esclamò Schicchirillo sorridendo.
« È » continuò il giovine, «una terra che corrisponde all' alta universalità umana: ecco, per quanto credo io, la sua potenza misteriosa. »
« Ma le infinite casacce, che ci anno costruito dopo il settanta, ricominciano la maggior bellezza ? Quel che c'è di veramente
ammirabile è romano antico e del tempo papale ; noi non siamo stati capaci che di produrre il brutto. Confessiamolo, i preti anno miglior gusto di noi».
Perverso protestò. Era un'esagerazione, una delle tante cose che si dicono per dire. Dal seicento in poi l'Italia è stata soggetta alla decadenza
artistica: chiesacce, palazzacci, fabbricacce, monumenti goffi da per tutto. Unica eccezione Roma, che continuò la vita artistica,
con un'arte che s'impone per la maestà dell'insieme: per esempio la fontana di Trevi del Salvi, la Chiesa di santa Maria Maggiore,
la piazza di S. Pietro. Giacché il carattere di quella città chiamata dagli antichi eterna è di perpetuare la vita, di rinnovarsi, di svolgersi, con la tendenza al grandioso e all'universale, poco curandosi, come
Firenze, della grazia delle linee in particolare. Ma dopo il settanta molte delle costruzioni sono pure opera del partito
clericale; le chiese recenti sono dei clericali e son brutte ; quella di san Giovacchino è un orrore. La stazione fu fatta
dai preti, ma non è bella. Non tutto però quello che è stato fatto da privati e da governo è spregevole, e tra i palazzi novi
non ne manca dei belli: il palazzo del principe di Piombino è bellissimo. Casacce certo ne aveva a torme anche la Roma antica,
forse ammirabili perché deformi. E ora nella fretta di rifare tutto, abbiamo dovuto prima guardare all'utile: fare quei, chiamiamoli
pure, solinoni del Tevere, che son costati un centinaio di milioni, e i lungotevere e di bei ponti. L'Italia debitrice a Roma
della sua vita potente, à cercato di renderle potente la vita. Roma non può e non deve essere un semplice museo. Invece che ammirare le gemme sulla tomba d'una illustre morta, è meglio ammirare
la donna illustre risorta e adornata delle sue gemme, credo. Da Gregorio XVI, che scomunicava le ferrovie ne' suoi stati,
a oggi che i pellegrini ci vanno col vapore, ne son avvenute di trasformazioni. Un'onda di sangue vivo italiano è entrata
dopo il 1870. Roma si è sempre ricostituita ab antico così, con immigrazione di novi popoli, che lì si riproducono romanamente. Ora la sua cittadinanza mostra linee e espressioni
incerte; è naturale, ma per breve tempo. La gente affluisce, il sangue circola ancora. I suoi colli eran disabitati tutti;
la gran città viveva rannicchiata in piccola cerchia intorno all'avanzo vivo dell'antica grandezza papale. Ma ecco i colli
in venticinqu'anni ricoperti come per incanto di nova gente italica; di vita nova formicolano le infinite strade create, che
portano tutti nomi italici, le piazze, i caseggiati, i villini.
Via Veneto è uno stradone regale; i prati di Castello, con la stupenda cornice di Monte Mario e col Tevere ai piedi tra verdeggianti
rive, destinati a un grande avvenire. Che vista ricreatrice per chi sta in quei quartieri, e può osservare Roma dall' alto,
i suoi colli incantevoli, il suo fiume divino! »
« Limacciosamente divino»fece Schicchirillo.
« è giallo, è limaccioso, ebbene, è eccezionale anche in questo; ma è notevole come il colore non riesca a togliere nulla
alla sua bellezza e maestà, specialmente nella campagna, tra gli argini verdi, i pini ombrelliferi, il cielo turchino, le ondeggianti colline e gli Appennini
severi. »
La città, diceva, più che triplicata, e abbellita, non imbruttita. E poi, inutile confondersi, laggiù sotto quel cielo romano, le cose che altrove
parrebbero brutte, diventan discrete ; le discrete, belle ; le belle, incomparabili. Non sappiamo se portando Castel Sant'Angelo
o la tomba di Cecilia Metella o la scalinata della Trinità dei Monti, o la piazza di san Pietro nel settentrione d'Europa
produrrebbero quell'effetto magico che producono a Roma. A Roma, quando si riesca a dare sfondo e risalto alla linea classica,
o comunque grandiosa, l'effetto è indimenticabile. Se intorno al Panteon, abbassassero la piazza, facendone una specie di
Campo di Siena, sicché quel monumento risaltasse nel fondo, quale" mai piazza le si potrebbe contrapporre? Invece ora fa quasi
ridesiderare le antiche sue casucce d'intorno! E non parliamo della pulizia; oh, Roma à fatto un passo gigantesco dal 1870
in poi! Da quando versavano nel Tevere le delizie notturne, e se le sentiva nel viso chi passava dal ponte di Ripetta! La
città dove il Fòro famoso era diventato Campo Vaccino, anela ora alla vita moderna, alla grandezza morale, alla libertà del pensiero, alle forti tradizioni dei suoi avi. Per questo
à sentito di dover riallacciare le sue arterie con quelle di tutta la penisola, à visto volentieri tolto ai papi lo sciagurato
poter temporale, quella bestia senza pace, cagione a tutti d'infinito affanno, fonte di schiavitù del pensiero, che aveva fatto di Roma una città di principi e di servi, d'osti e di preti. E pure se c'è
razza che senta fortemente la sua dignità è la romana. Si rammentava d'aver sentito con piacere un ragazzotto di dodici anni
alla Trinità de' Monti inveire severo contro una ragazzetta della sua età perché andava dietro pigolando a'forestieri che
passavano: Se non altro,- le diceva, - per la vergogna della patria; abbassarsi a quer boja de forastiero! - Lasciate dunque che a poco a poco ora si rinsangui tutto quest' organismo, che cessi l'anemia intellettuale, che sfumino
come nebbia i vecchi errori, e la terza Italia sarà gloriosa nella pace, come l'antica è stata gloriosa nelle armi. L'errore
grande nostro è stato quello d'essere andati a Roma con inadeguata idealità e con un concetto troppo antiquato: quello di
ricostituire una Roma bellicosa. Vent'anni, non che venti secoli passano forse per nulla? Lo sanno i Borboni e i principi
italiani che tornaron sul trono come se la rivoluzione francese e Napoleone I non ci fossero stati! Aggiungi. Il cristianesimo
aborre dalla guerra; e il cristianesimo non è che il puro e semplice prodotto di Roma civile. E come tornare a Roma contrariando
a quel pensiero ? una sì forte soluzione di continuo? Oltre a essere una cosa assurda di per sé, è poi in urto con quanto
à di più civile il pensiero moderno. Oggi ogni uomo, ogni città deve contribuire a portare la propria pace allosnebbiamento
dell'umanità universale, alla costituzione dell' affratellamento umano. Chi più risplende cori questa virtù, à maggior gloria. E Roma, siam certi, non sarà indietro alle altre. Quel che appunto l'à
salvata e la salverà dalle catastrofi che il tempo seco adduce, è la sua grande anima aperta alle più alte idee sociali, è
saperle risolvere con grande e serena giustizia. Anche ne' tempi più barbari si vedono diffusi su di lei i raggi di questo
sole. O che ? Non ci sono più questioni sociali? Non ci sono più grandi idee? Allora non e' è più Roma. L'eternità sua è finita, il suo sole è scomparso.
Ci fu un momento di silenzio ; poi:
« Se la riprenderà il papa,» mormorò timidamente Epicàiro.
Rispose Perverso sorridendo:
« Bisognerebbe prima bruciare tutti i libri di Dante, tutte le opere di Mazzini ; buttar giù o velare tutte le statue dei
nostri grandi, da Arnaldo da Brescia a Garibaldi; bisognerebbe che si rovesciasse prima il senso comune, o che il popolo italiano,
come il popolo ebreo, si rassegnasse a andar ramingo per il mondo a scontare l'ultima sua onta e vergogna. Ma è vana idea!
A Roma stessa non è cosa che la pensino sul serio neanche i clericali. Essi pure sentono che s'impone questo dilemma: o l'Italia
tutta divisa ancora e con perenni discordie, o l'Italia unita con Roma capitale.»
« Sta bene unita, ma sotto il papa, dicono i clericali. »
« Oh Dio, un controsenso nero, una stonatura! A auesti lumi di luna un papa re! Non confondiamo lo suo stato non florido di Roma con la questione papale. Il popolo romano oggi langue come langue l'Italia, come languono
i paesi che abbiano sproporzione d'intenti e cattivo indirizzo economico e politico; ma non può esser sempre così. Date all'Italia
tutta la sua cultura scentifica e agricola, coltivate le sue campagne, coltivate l'agro romano, sicché la capitale, non attorniata
da un deserto, trovi ancora la necessaria e dovuta agiatezza, e allora anche il popolo romano troverà il suo buon sangue vivo
di prima e l'antica tempra. Datemi quella gente, rieducata con la dignità del vivere a libertà, e poi mi avrete ritrovato
anche la vita integra della nazione. Allora si vedranno i vantaggi del mutamento politico voluto dai nostri padri. E questo
dobbiamo volere: che si ritorni all'antico, in quanto la plebe riconquisti grado grado, in una vita pienamente libera, tutti
i suoi diritti. Oggi è disgraziatamente, volutamente indietro, sicché e' è ancora l'uomo nelle sue linee esteriori, ma l'anima
del romano non è all'altezza di Roma; i lineamenti fisici delle sue donne sono superbamente belli, come quelli della loro
città; ma la donna roma,na non è, e forse non poteva àncora esser tornata nel suo stato primiero, benché, se il buon giorno
si vede da mattina, tutto fa credere che non sia lontano quel tempo. »
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