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II.
La villa di donna Tecla è a una ventina di chilometri da Milano; ancora in pianura, se si vuole, ma in pianura alta e bella, dal lato nord. Ci vanno
in carrozza, a cavallo, a piedi, in bicicletta ; piacevole d'estate, malgrado le strade polverose, ma ombreggiate da alte
siepi e da pioppi, su cui strillano al bel caldo lussureggiante le ostinate cicale, che per passare di tram a cavalli o a
vapore, di trionfatori o di vinti, di Mario o di Barbarossa non cessano dal loro canto. Si cammina sul mattino, quando da
tanto tempo non piove, per quelle strade alte di polvere, non ancora diffusa nell' aria da veicoli e da pedoni, lunghe e bianche
in mèzzo agli alberi cupi e alla campagna verde, deliziosamente, sbirciando già attraverso ai pioppi e alle siepi, frotte
di contadini allegri, malgrado i tempi, e di contadine svelte e brune, qualcuna ancora in capo la famosa raggerà; coppie di bovi bianchi e lenti che attraversano la terra vecchia e sfruttata per rifarla giovine
e produttifera ancora; stormi d'uccelli ondeggianti o dritti nell'alto; qualcuno che circola agitandosi e ristando tra le
siepi ; un opificio triste nel suo organismo speculatore, con le soglie, il tetto, gli abbaini, la torre fuligginosa e nera
; qua e là una cascina sudicia e scalcinata dal tetto scuro tra 'l verde ; cascine e case monotone per fisonomia costruttiva,
lontane dalle ridenti e pulite casine dei'contadini toscani, eppure non meno poetiche nel loro melanconico abbandono, e gentili
nella tenue varietà dei balconi e dei terrazzi, delle piante vicine e degli orti; ragazzi e polli che già mangiano e beccano
nel cortile, pronti e presti alla vita. Il sole s'affaccia grande e solenne attraverso ai vapori d'oriente ; e le erbe ancora
luccicanti di rugiada, ridono; i solchi si stendono; lunghi e bruni, e l'ombra degli alberi snelli si proietta come un solco
non di rado obliquo sul pianò; qualche rivo che mormora; una cascatella d'acqua che canta l'eterna canzone ; canali e canaletti
d'acqua argentina, che fa sempre verdi le rive; piccoli e gibbosi pioppi che si protendono a specchio in quell'acqua; una
villa elegante tra il verde scuro delle piante alte ; un campanile elevato che s'affaccia ridente sul piano e sugli alberi;
un paesetto, un tabernacolo, una madonnina alla cantonata, un' osteria, una chiesa ; e uscendo dalla strada incassata tra
i campi, salendo su un ciglio, e camminando rasente alle terre piene di stoppie o di granturco o di gambuli, stendendo lo sguardo alla campagna, si vede lontano l'aspetto sublime delle Alpi negre e nevose
nel limpido cielo d'estate; e i monti più bassi ancora circonfusi di nebbie che li dividono a mèzzo e li fanno parere montuose:
isole in un. vasto mare ; mentre vedi sorgere dalla superficie del piano su sfondo turchino le frappe» variamente sporgenti
e colorate, miste di verde, di giallo, di bianco, con quel colore incerto che a momenti ti fa credere a un autunno inoltrato,
a momenti una primavera sul fiorire, quando le tristezze dell'inverno non ancora scomparse, ti promettono le gioie della gaia
stagione.
Era in quei giorni che il Ministero si preparava a ricevere in Roma le genti italiche, chiamate con una stamburonata di patriottismo
a raccolta, per festeggiare le nozze d'argento (d'argento scappato, diceva Schicchirillo) di Roma con l'Italia, inaugurando fuori di porta Pia quella misera colonnina sproporzionata al viale, e che serba coi monumenti
di Roma antica la stessa distanza, che e' è tra il senno nostro e quello dei nostri avi, a noi ignoto o mal noto; nozze che
avevan fatto uscire de' gangheri tutti i clericali e giudicate sconvenienti anche da molti moderati; ma.... chi poteva vincere
la gran testa d'Olivares ?
Il mondo cattolico papista si sfogava con invettive sui giornali, in minacce nei consigli comunali, in preghiere per le Chiese
; e Olivares irritato e nervoso sciòglieva consigli comunali, picchiava pugni sul banco, minacciava preti e rendite, istigava
prefetti a stare all'erta per cogliere in fallo chi ardiva opporglisi, appunto in quei giorni che già pregustava il trionfo
molto vicino dell'Italia W sull'Etiopia e l'ingresso in Roma di Menelik incatenato come l'antico Giugurta.
Anche donna Tecla nel suo profondo attaccamento alla Chiesa cattolica voleva il venti settembre fare a modo suo una controprotesta o un atto
di riparazione. Don Luigi doveva in quel giorno venire alla villa a dire la messa secondo la sua intenzione, tanto più che per le sue varici riaperte,
il medico le avea proibito assolutamente di uscir di casa, quando pure si trattasse soltanto d'andare alla chiesa del paesello,
dugento passi distante.
La villa di donna Tecla è su una piccola altura in fondo al paese, che è poi composto d'una settantina di cascine de' suoi contadini, un'altura in
parte naturale, in parte artificiale. Con la terra de' fondamenti e altra portata di fuori avevano allargato la prima, formando
un'ala del giardino, detta la Montagnola.
Le carrozze che ci arrivano, rumoreggiando prima sul selciato grossolano, si rifanno quiete su un breve viale fiancheggiato
da cipressi, poi s'entra a cancello spalancato, i cui pilastri son sormontati da due pacifici leoni di sasso, in una corte
a giardino, con una grande e odorosa òlea nel mezzo. I cavalli che vi portano, girano intorno alla pianta, e si fermano dirimpetto
a una gradinata che mette nella rotonda, la sala di convegno.
donna Tecla ospita nella sua villa continuamente degli amici. È un andare e venire: ci stanno tre, quattro giorni, una settimana ; i
posti non sono mai vacanti. La familiarità nobile di lei e de' suoi figlioli, la presenza gentile delle nuore rende ambito
quel soggiorno, già di per sé molto bello. Villeggiano là i due fratelli Epicàiro e Perverso, con le mogli e i figlioli, questo occupando il quartiere a levante, l'altro con la mamma quello d'occidente.
Gli ospiti fin all'ora di colazione o di desinare, se non abbiano combinato passeggiate o gite con la famiglia, son liberi
di stare o d'andare a loro talento. Per lo più prendon giornali nella sala di convegno e se li leggono sulle poltrone di casa
o sulle banchine del giardino o passeggiando nei viali ricchi di alte e rare piante odorose, o salgono alla montagnola, da
cui si gode la sottostante e amena campagna verde, non che la magnifica corona delle Alpi dal Monte Ròsa al Resegone ; e a
mezzogiorno candida nell'orizzonte turchino come una visione fantastica, la selva di guglie marmoree caratteristica di quel
piano, come un vascello che sorga dal mare.
Don Luigi però aveva rifiutato d'andarci in quella circostanza. Non eran valse le preghiere. Era, a dir il vero, la prima volta che
faceva come uno sgarbo a donna Tecla; e certo non senza dispiacere, essendole affezionato; ma non poteva; si sentiva troppo afflitto e scontento. E poi, dire
una messa per il ritorno del poter temporale? Un'eresia addirittura! Andare a un pranzo di protesta per la festa del venti settembre ? Una piccineria, dal suo punto di vista, né
più né meno che le feste ordinate da Olivares. Mai, mai. Potrà assisterci Sensati perché quasi di casa; Schicchirillo, perché la sua filosofia gli permette di tenere il piede in due staffe, Morioni perché è un vecchio rimbambito; ma lui, don Luigi? impossibile.
- Se il poter temporale è caduto -, diceva tra sé, e qualche volta in famiglia e agli amici più intimi, - è segno ,che l'Onnipotente voleva che cadesse. Non vi pare ? Non cade foglia che Dio non voglia. E, guardando alla storia
con sincero spirito di verità, noi cattolici dobbiamo ben rallegrarci di questa scomparsa, e che sia finita la lunga catena
d'iniquità e d'ignominie, di cui, per amore o per forza del potere profano, i pontefici si sono gravati.
Giunta la spada
col pastorale; e l'un con l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada,
però che, giunti, l'un l'altro non teme:
se non mi credi, pon mente alla spiga,
ch'ogn'erba si conosce per lo seme,
dice Dante. Infatti, esaminate senza passione, né pregiudizio: da che i papi ebbero il temporale, cessarono i papi santi e cominciarono
i papi cattivi. E che lunga catena! s'inacerbirono le discordie de' popoli, le guerre furono all' ordine del giorno, e rovinarono
questa povera Europa. Nonostante, invece di ricredersi, tanto il traviamento li invade ripugnanti a spargere una gocciola di sangue d'una gallina, d'un pettirosso o d'un agnello, farebber correre a torrenti il
sangue umano pur di riaggrapparsi a quel potere maledetto! -
Per contentare in ogni modo donna Tecla, che voleva un prete in quel giorno a dir la messa, e un prete simpatico e pulito, non come il parroco lì del paese, un buon
diavolo, ma troppo lercio, che faceva schifo a passargli da canto, don Luigi glie ne cercò uno ; e gli mandò un sacerdote novello, che aveva detto messa pochi mesi prima, e che da un suo collega gli
veniva raccomandato così: « Tu che godi la benevolenza di tanti signori, guarda di fare un po' di posto a questo giovinotto sveglio, focoso tomista
e temporalista, ma che si domerà col tempo: i signori specialmente son fatti appòsta per domare e smorzare le tinte. » Don Luigi glie l'indirizzò, avvertendo Epicàiro e Pervèrso di che si trattava; dandone loro, come si direbbe, i connotati. »
Ma ci fu chi li accrebbe. Il maggiordomo era dello stesso paese, e sapeva vita, morte e miracoli, del prete e della famiglia.
Si chiamava don Ciriaco Belloni, e godeva molta stima fra' suoi compagni. Era stato discepolo in filosofia dell'arcivescovo, e l'accompagnava un'aureola di zelo, un pronostico insistente d'un futuro predicatore di grido. Già, una specie di vaticinio
lo circondava fin dalla nascita. Suo padre, un contadino di Romano, era un cattolico fanatico, fenomeno raro ne' nostri paesi,
ma era così anche in grazia del suo parroco intransigente che prima del 1870 non aveva fatto altro se non predicare ardentemete contro il governo italiano; e dopo il 70 pareva diventato un ossesso.
Il contadino obbligato alla leva, gli era toccato andar coscritto. La prima offesa che gli fecero, il caporale gli strappò
sghignazzando dal còllo l'abitino e le molte medaglie che ci portava. Zaccheo ci riparò, cucendosi ogni cosa pazientemente dentro il cappotto. Poi le bestemmie ereticali che sentiva di continuo da' soldati,
e i rutti e gli accidenti a Pio IX, che certi soldati toscani chiamavano Pio nòccolo, gli aggettivi insolenti contro ogni cosa venerata, l'avevan tenuto in continuo malcontento ; finalmente, come una tegola
sulla testa, gli capitò d'esser appunto in uno dei battaglioni che furono mandati alla presa di Roma.
Si può immaginare con che cuore il nostro Zaccheo facesse quella gita! com'un condannato che vada alla Forca. Più s'avvicinavano, e sentiva gli altri compagni gridare Roma
con alterezza e entusiasmo, e una folla d'emigranti dietro l'esercito che aveva la febbre di rientrare nell'antico nido, più
Zaccheo si sentiva angustiato. Dopo ottantaquattro chilometri di marce forzate in venticinque ore, con un sole indiavolato, senz'accampamenti,
né sussistenza, arrivaron ne' pressi di Roma, e furon mandati a dormire così. Poi sentiron l'ordine di seguitar per Roma dopo
un breve riposo.
Zaccheo, che non avea chiuso occhio, chiese di parlare al suo capitano. Gli si presentò sconvolto e tremante, bianco come la carta, al lume d'un fanale, e gli disse come insomma alla sua coscienza ripugnava quell'impresa,
e che lui..... non sarebbe stato mai possibile che avesse vòlto le armi contro Roma santa.
Il capitano, un bel faccione lombardo, con dei baffi così neri che parevan tinti, il più simpatico e allegro uomo del mondo, ma che nelle
cose patriottiche e militari aveva un filo solo, giacché aveva un sentimento solo, la fierezza della patria, gli disse in
poche parole che se voleva buscarsi otto palle nella schiena, procurasse di dare addietro quando sentiva l'ordine dell'assalto.
E voltosi all'ufficiale lì presente, per contentino gli aggiunse:
« Lei à inteso, eh ? se vede questo soldato che tentenna, gli punti senz'altro la rivoltella alla testa: la rivoltella agli
ufficiali è data per questo!»
L'ufficiale rispose di sì. Era il tenente Augusto Valenzano romano, che ansioso di riabbracciare la vecchia madre, aveva il cuore in un'agonia d'entusiasmo. Gli pareva che s'andasse
a passi di tartaruga. -Ah quel Cadorna! - diceva in cuor suo, quando l'ufficiale gli fece quell'intimazione; e il sì fu più meccanico che altro.
Zaccheo se n'andò com'era venuto. La mattina del venti, al terzo tocco delle cinque si sentì il primo colpo di cannone, e ne seguirono
altri parecchi. Incredibile l'effetto che facevano sul nostro Zaccheo, il quale, quel che è peggio, poche ore dopo dovette correre con gli altri all'assalto, e si vide allora cader accanto, colpito
da una fucilata, il tenente che avrebbe dovuto puntargli la rivoltella alla testa. Quella caduta pietosa che accese negli altri il desiderio
della vendetta, da Zaccheo fu riguardata senza commozione, come un vero e proprio castigo di Dio.
Entrati in città, guardando intorno sospettoso, vide i suoi compagni felici, e al capitano raggiante parevano i baffi essergli
diventati anche più neri. Gli occhi gli rilucevano di gioia. Aspettando, sul riposo, gli ordini, andava di qua e di là parlando
con entusiasmo concitato, come avesse la febbre, a ufficiali e a soldati.
« Questo giorno, » diceva, «sarà memorabile, figlioli, negli annali del mondo. Il funesto, l'esoso poter temporale è finito, e il voto di Dante e di tanti
màrtiri e dei secoli si compie oggi. Oggi sventolerà la bandiera italiana sul Campidoglio, e i cittadini di Roma, son restituiti
a quella libertà di cui da tanto tempo avevan perduta ogni memoria. Il Romano, una volta padrone di sé e del mondo, lo avevan
ridotto servo in casa sua; e se provava a liberarsi, i papi e gli stranieri gli ribadivano feroci le catene. Voi, visitando
l'alma città, la troverete piena di gloriosi avanzi degli antichi: osservateli con cuore pieno di venerazione: ogni sasso
è un ricordo della grandezza avita, grandezza d'animo e d'intelletto, giacché il popolo romano era solamente grande perché
era sovranamente libero. E voi siate degni de' nostri padri, dimostrando il sentimento della libertà. Passeggerete per le
strade o per le chiese, ma da voi non appaia spregio o dispetto, per nessuno, neanche per i preti, che di rispetto alle opinioni altrui non ne anno mai dato esempio. Voi rispettateli.
Se l'Italia entrando in Roma, non sapesse il compito suo, quello di rieducare un popolo al sentimento della libertà e della
tolleranza, meglio sarebbe stato non entrarci mai. Roma non è e non può essere una città di più conquistata: è l'anima del
diritto e della ragione restituita a un popolo intero, al mondo intero. »
I soldati mostravano d'aver intuito, se non inteso. Zaccheo sentì qualche contadino toscano che disse:
« Il nostro capitano parla bene! » e fissò chi parlava così, parendogli che dovesse essere un cattivo soggetto. Questa entrata in Roma per lui era invece una
rapina, una pessima azione. Avrebbe voluto buttarsi in ginocchioni al santo padre, e chiedergli perdono piangendo.
Tanti patriotti esuli da Roma rientravano ora con l'esercito. Repubblicani o monarchici, giovani dagli studi, o vecchi entrati
nel regno delle memorie, passeggiando per quella strada incassata tra due muri, che da Porta Pia conduceva in piazza a San
Bernardo delle Terme, sentivano stringersi il cuore da un'onda d'affetto immenso, una gioia, una commozione mai provata. Ecco
i primi cittadini che dopo una trepidazione spaventosa di cinque ore di cannonate, appiattati perfino nelle cantine, saputa
la resa, vengono incontro all'esercito, coll'incertezza paurora di chi non è ancora certo di essere sveglio, e aspetta un
altro disinganno. Donne, uomini con le lacrime agli occhi vedono con intensa e muta ammirazione sfilare a passo lesto i pennuti bersaglieri, che poi si cambia in entusiasmo. E quando succede
la sfilata delle truppe, ecco, per incanto, bandiere tricolori a ogni finestra, e una pioggia di fiori sull'esercito che passa!
I soldati sotto l'abbronzata pèlle sono commossi ; ma Zaccheo non muta sentimento, né lo convertono le baldorie, né i lumi, né i canti, né le musiche della sera, né gli scroscianti evviva
ai soldati italiani e le imprecazioni agli zampitti pontifici, né le belle ragazze, di cui Roma è così ricca, prodiganti carezze e feste ai nostri militari. Vengon notizie dì
grandi dimostrazioni d'entusiasmo a Firenze, a Torino, a Milano, a Trieste, a Venezia, di fochi accesi sin sugli ultimi paeselli
delle Alpi e degli Appennini: i soldati raccontano contenti questa cronaca ; ma Zaccheo, duro.
Anzi, pochi giorni dopo la famosa breccia, appena ebbe un'ora di libertà, la prima cosa fu di andare a buttarsi in ginocchioni
al primo confessionale, a raccontare il fatto, e a chieder perdono. Il confessore, che era un gesuita, uno dei pochissimi rimasti in città, un'anima lunga che toccava con la testa il palco del confessionario,
e ogni tanto metteva fuori la faccia lunga per sbirciare intorno, un gran naso lungo e una gran bocca larga, gli rispose,
piangendo e singhiozzando forte: il suo cuore esser colpito da due cose: dall'iniquità e dall'empietà che un turpe governo
senza coscienza commetteva violando la città santa dei sommi pontefici, e dalla confessione di quel giovine soldato, così
compunto dell'oltraggio portato verso il padre dei fedeli, che è il padre comune.
Licenziandolo, dopo un lungo fervorino, col quale gli raccomandava di mantenersi sempre devoto alla santa causa, di frequentare
i santissimi sacramenti e di tirarci a frequentarli anche molti suoi compagni traviati, gli disse:
« E giacché voi sento che amate una ragazza, che è una bonissima giovine certo, che presto dovete sposare, votate a Dio e
a Maria Santissima tutti i figlioli che vi nasceranno, e qualcheduno, se potete, e potrete certamente, perché il vostro parroco
è pieno di zelo, e uomo di virtù e di mèzzi, qualcheduno avviatelo alla carriera ecclesiastica; fatene de' buoni sacerdoti,
di cui noi abbiamo tanto bisogno; e che Dio vi benedica! »
Zaccheo non intese a sordo: scrisse sùbito, seppure non fece scrivere, perché forse non sapeva neanche tenere la penna in mano, alla
sua amorosa tutti gli avvenimenti, e le promise che per voto fatto, il primo ragazzo che nasceva, l'avrebbe chiamato Ciriaco, nome che aveva sentito a Roma, e che gli era tanto piaciuto, e che l'avrebbe tirato su prete, a costo di mangiare formentone
solo per tutto il tempo che campava. Andato in congedo pochi mesi dopo, Zaccheo sposò, e dopo nove mesi, a colpo sicuro, nacque Ciriaco ; poi, in capo a due anni un altro ragazzo, e via via. Intanto i primi due l'avviò chierichetti a servir messa, a cantar
in coro, a recitar la dottrina; finché d'accordo col suo focoso curato, furono stradati in seminario; e Ciriaco divenne don Ciriaco, appassionato tomista, antirosminiano temporalista, intransigente e inquieto.
La mattina del 20 settembre disse messa nella cappella, a cui assistevano donna Tecla, la servitù, Epicàiro, sua moglie e Ghigo. Mancavano Perverso, Càrite e la bambina. Ormai donna Tecla s'era abituata a quello scisma, e si contentò, uscita dalla messa, incontrato il figliolo nella sala di lettura, di mormorargli
amorevolmente arcigna:
« Già ti chiamo Perverso, e basta! Però, se non piaceva a te, potevi mandarci tua moglie e quella bambina. Come tua moglie possa esser tanto cieca
da viver solamente in contemplazione di te, non mi riesce di capacitarmene. Maria Santa, datele il dono della vista! »
E dopo un po' di pausa, a Perverso che non rispondeva, aggiunse:
«Credi che questo prete, perché è giovine, sia un ciuco? Se tu fossi venuto, non crederei che ti saresti annoiato. Sa quel
che dice, e è convinto di quel che dice. Non arriverà don Luigi ancora; ma più tardi l'arriverà. »
Alla villa di donna Tecla, il prete, quand'aveva detto messa, verso le nove, faceva colazione a caffè e latte, o caffè e cioccolata ; poi, per consuetudine,
rimaneva a desinare e a dormire, tornando via il giorno dopo, se gli pareva.
Verso le cinque, l'ora canonica del pranzo durante la villeggiatura, perché, dopo, spesso facevano qualche visita nelle ville
vicine o qualche passeggiata tra' campi, erano sulla montagnola a conversazione Perverso, Schicchirillo, il conte e senatore Sensati e un amico incognito.
La giornata era stata ugualmente calda e afosa, storia che durava da un pezzo; e qualche frotterella di nuvole qua e là nel
cielo non prometteva per ora pioggia veruna. La campagna verde e polverosa chiamava l'acqua, e molte piante vicine ai giardini
pareva che guardassero assetate con invidia i fiori delle aiole, le piante dei limoni e degli aranci che annacquate premurosamente
dal giardiniere non avevan sete. Il fogliame verde bruno e folto delle piante alte del bosco spiccava tra l'erba verde chiara
del parco e il fogliame rado e biancastro de' pioppi allineati lungo i fossati.
Era sonata già due volte la campanella, e Perverso interruppe la questione sorta tra Sensati e Schicchirillo. Sensati sparlava calmo e melanconico del ministro Olivares, (così chiamavano il Crispi alla villa di donna Tecla) sbuffando nella folta barba ogni tanto: « Poveri noi!» e dicendo: « E un disperato costui che gioca le ultime carte, ma disgraziatamente tirando nella sua rovina l'Italia, » mentre Schicchirillo, col suo solito sorriso e i soliti argomenti cinici difendeva la permanenza di costui al potere come una necessità.
«Una rovina e del nostro onore e del paese! »
Perverso deviò la questione.
« Sapete, oggi abbiamo il novo prete. Procurate di non disturbarlo nei suoi ragionamenti ; anzi gli daremo un po' di spago,
e lo faremo parlare: prèdica volentieri, e dobbiamo far sì che la mamma.... si goda intera la festa! »
Schicchirillo, come il cane che lascia un sasso addentato per correre a abboccarne un altro, voltò a Perverso la faccia verdognola e scura, fissa nella questione precedente, e l'aprì a un pronto sorriso. La larga bocca di fauno mostrò
la fila de' denti radi e consumati; i radi peli de' baffi si allentarono anche di più, e rinfittirono le grinze degli occhi,
formando come due solcuti ventagli di rughe alle tempie.
Era una macchietta. Schicchirillo si tingeva in biondo i baffi spelacchiati e abbandonava i pochi capelli alla bianchezza naturale, dicendo spiritosamente
d'appartenere ormai al Canton dei Grigioni, mentre taceva, diceano i suoi amici, d'essere ascritto da un pezzo anche alla
scuola del Tintoretto.
Sonò la terza campanella, e s'alzarono, avviandosi verso la rotonda. Prima di moversi, si voltarono istintivamente ai cielo.
Ormai lo facevano non ogni giorno, ma ogni ora, per strologare quando finalmente sarebbe piovuto. Qualche nuvoluccia qua e
là, non era capace di macchiare l'immensa volta d'un perfettissimo azzurro. Verso occidente spiccava pallido, nel turchino
fiammante, e appena visibile, un tenue spicchio di luna.
« Volete scommettere che prima di piovere passa il plenilunio? » fece Perverso « c'è da stare allegri! la luna è giovine: di due giorni! »
Schicchirillo protestò rumorosamente, asserendo che l'acqua era ormai in terra: prima di due giorni sarebbe piovuto.
Entrarono nella sala di ricevimento, una magnifica sala attigua alla rotonda. C'era stato poco prima Ciriaco, aspettando che donna Tecla uscisse di camera, e ammirando tutte quelle belle cose.
Le tendine ricamate a fiorami grandi e colorati delle finestre ampie rendevan vaga la luce, mentre le magnifiche tende di
drappo che scendevano a volute eleganti e solenni la temperavano nella stanza. Tutto era bello e signorile là dentro: le pareti
rosso sangue, i bei quadri alle pareti in belle cornici dorate, il vivace pavimento alla veneziana, la superba camminiera
nel fondo, con un grande specchio e un'ampia elegante cornice, stile cinquecento; per tutto, sparsi con disordine aristocratico
divani e poltrone, coperti di seta a fiamma, a fiorami diversi, tavolini e tavolinini svelti, di varie fogge, con sopra svariatissimi
oggetti e galanterie: chitarre, mandòle, mandolini con mille nastri di tanti colori, indicanti i molteplici regali d'amiche,
vasi di porcellana cinese, fiori, libri, orologi, putti, raccattacenere, fotografie, tutto come buttato a caso, ma disposto
invece con negligenza artistica suprema da una mano di fata. Due draghi avevano specialmente fermato don Ciriaco, due grossi draghi di porcellana, verdi dalla bocca rosea, spalancata, e guardanti minacciosamente con capricciosa vitalità.
Don Ciriaco era appunto uscito quando gli altri entravano. Trovarono a sedere il cavalier Malachia che sfogliava qualche giornale. Era il sindaco del paese, sulla sessantina degli anni, sordo da un orecchio. Da giovine era
stato carbonaro e mazziniano, poi moderato, e dopo la Consulta Araldica, avendo scovato un suo titolo antico, era diventato conte Morioni, e sindaco del paese, dove aveva una villa. Era un uomo
lungo e buono, con baffi e pizzo rossicci stinti. Si divertiva a far romanzi storici scritti in buona lingua, come dicevano
le signore vecchie a cui li leggeva, senza che riuscisse a tenerle deste. Del suo sindacato poco si curava, e fasciava lapidare
le sostanze degli amministrati. Solamente quest'anno s'era opposto, contro la deliberazione del Consiglio, di festeggiare
il venti settembre, sicché aveva incontrato tutte le simpatie di donna Tecla, la quale, come in compenso, galantemente in questo giorno gli espresse il desiderio di volerlo con sé immancabilmente a
pranzo.
Nel lungo corridoio laterale si sentì un fruscio di vesti seriche, poi guizzò come un folletto nella sala Ghigo figliolo d'Epicàiro; e dietro, la mamma, la signora Claudia, molto bella e vestita con grande eleganza.
Altro fruscio, poco dopo, unito a quel rumore speciale di gonnelle di seta che tanto commove, come una volta quelle insaldate,
gli uomini galanti; poi leggeri e piccoli passi ; e comparve, come leggiadra visione, donna Càrite, elegantissima nella sua semplicità. Slanciata e snella, dal viso come una rosa sull'aprirsi: salve le chiome, pareva a momenti
quello d'un giovinetto birichino e gentile. Era con lei la piccola Mentana: inutile dirlo, un amore di bambina.
Schicchirillo, salutandole, baciò la mano a tutt'e due le signore, e Mentana sulla fronte; poi si soffermò, mentre parlavano, a guardare minutamente la loro toelette col suo sguardo vanamente bramoso in eterno delle cose belle;
poi le interrogò, cominciando da Càrite, a proposito delle loro vesti, per avere agio di soffermarsi anche di più e ficcare gli occhi ne' recessi sognati.
« Dunque questa è una stoffa?... »
« Pekin! potrebbero dire anche Pechino queste modiste infranciosate: non sarebbe lo stesso ? A righe nere e vieux rose, ròsa antico ; o perché ? perché io son curioso, lo sapete bene, di sapere tutte queste particolarità. Perché?»
« Questo poi vada a domandargliene. »
« Già, ci son cose che non si capiscono da noi mortali. Intendo, per esempio, il perché e il per come sia così larga in fondo:
è un principio di ritorno al cerchio; la gonnella senza guarnizioni: è una semplicità elegantissima; queste guarnizioni di
mussolina verde Nilo stanno proprio d'incanto ; le maniche larghe di mussolina verde idem al gomito che permettono di vedere....
ehm? il braccio in tutta la sua bellezza.... divina.... »
« Oh Dio, com'è seccante! »
« Seccante, seccante! Sùbito insolenze! Venga qui, venga qui, si faccia vedere; e questa scollatura à la vierge, e questi bei fiocchi di raso nero e mussolina alla cintola?... »
« E questo profumo che è un amore!»
E così dicendo Schicchirillo abbassò il viso sulle spalle di donna Càrite, e lo rialzò respirando come se volesse parere di farlo per chiasso.
« Ma la smetta! sempre ficcar il naso per tutto, e.... quel nasaccio poi! »
« Ah, sì, io ficco volentieri il naso per tutto.... oh adagio per tutto! Dove sento dei profumi come questi. »
Non faccia meraviglia a nessuno un dialogo che pare così ardito tra Schicchirillo e donna Càrite, giacché Schicchirillo era, sì, considerato come un filosofo, ma un filosofo senza conseguenze.
Poi venne a tiro donna Claudia, e il nostro filosofo fece con lei altrettanto.
« Oh, come spicca stupendamente la sua chioma corvina su questa toilette bianca, camicetta e gonnella di seta.... come si chiama.... si chiama? lo sa che io son curioso di sapere i nomi.... quella
Pekin, e questa ?... »
« Crépon!! crepòn vuol dire si crepa!... che nome triviale a roba così bella! Ma vedete, vedete qui: camicetta tutta pieghettata, benissimo;
maniche grandissime fermate al gomito, che lasciano vedere le belle braccia.... tutto benone; cintura di raso bianco, scollatura
a cuore, ehm ? acquolina in bocca, mazzo di ròse.... potrebbe mancare altro?»
« À finito ? » domandò donna Claudia.
« Oh, se volessi osservar tutto, avrei finito.... di cominciare. »
Lentamente, sulle sue gambe varicose comparve, accompagnata da Don Ciriaco, donna Tecla, col suo abito di seta nera, accollato. Portava al collo una catena d'oro, da cui pendeva una croce d'oro.
Poi l'attenzione si rivolse tutta al prete: era un pezzo di giovinotto, tarchiato, quasi vergognoso della sua grossezza; accanto
a donna Tecla, veniva col capo umile e deferente parlandole, tenendo però, con quell'atto confidenziale dei preti lombardi, la berretta
in testa, come fanno in chiesa con messer Domeneddio (eredità, anche questa, ebraica) e le mani nelle tasche della zimarra.
Il giovine prete fu presentato agli ospiti. A tutti s'inchinò, se si vuole, con una certa rozzezza e un cert'impaccio non
dispiacenti. Aveva una faccia molto viva e franca, una fronte quadrata sotto i suoi capelli neri.
Dalla parte del cortile s'aprì la finestra a persiana, e si presentò la figura d'Epicàiro nella sua grassezza epicurea. Più andava in là cogli anni, e più si facevan vive le sue somiglianze di lineamenti con quelli
della madre. Veniva dalla cucina, dopo aver dato tutte le disposizioni. Era lui che s'occupava dell'andamento della casa,
della spesa, dei pranzi perché c'eran sempre ospiti a tavola. Gastronomo di prim'ordine, amabilmente ghiotto, sapeva con elegante
semplicità architettare i suoi mangiari tanto di grasso che di magro. Un piccolo Lucullo.
Entrò col suo solito sorriso pacifico e bonario.
Schicchirillo gli andò incontro festante.
Il cameriere Cornelio aprì la bussola della sala da pranzo, rimanendo impalato in silenzio. Nella semplice e bella montura di panno turchino coibottoni d'argento rifulgeva il suo viso aperto e intelligente, che nessuno
avrebbe detto d'un servitore. S'intende senza barba.
Dentro la sala anche Domizio, l'altro cameriere, aspettava, col viso vòlto ai venienti. Era più tristo di forme, ma di viso
ugualmente simpatico e buono. I servitori, è noto, somiglian quasi sempre ai padroni.
Donna Tecla, precedendo, dopo che don Ciriaco ebbe posato la berretta, passò nella sala, dandole il braccio il commendatore Schicchirillo, omaggio dell'antica relazione ; e dietro loro, donna Claudia a braccio del senatore ; donna Càrite del signore incognito. Il prete, inchinandosi, protestava che voleva passare per ultimo; ma non glie lo permisero: passò prima del sindaco. Ultimo
fu Epicàiro.
Su que' pavimenti di marmo alla veneziana lustri e lisci aveva camminato male finora, ma sull' impiantito di legno luccicante
come uno specchio e lubrico che pareva insaponato, il giovine prete si sentì anche più a disagio: dovette camminare affettando
disinvoltura, come sull'ova, e a un certo punto della sala fermarsi, aspettando che gl'indicassero il suo posto.
L'insieme di quel lusso abbagliante finì d'impressionarlo.
Con un' occhiata rapida, senza rendersi sùbito conto dei particolari, intuì in una straordinaria semplicità un'eleganza signorile
e sorprendente: commosso dal luccichio degli argenti e dei cristalli, dei mobili a cera e dei quadri, delle biancherie finissime e dei fiori.
Un pensiero gli si ripetè nella giovine mente che si cimentava ancora con molti errori alle battaglie della vita. - Il socialismo con le sue uguaglianze toglierebbe tutto questo. E non sarebbe certamente un bene. -
Donna Tecla l'invitò alla sua sinistra; e tutti presero posto alla tavola, una bella tavola coperta di splendido candore, e su cui le
belle porcellane e i cristallami limpidi formavano uno dei primi ornamenti.
Presto don Ciriaco vide altri particolari e della stanza e della tavola, non che dei commensali, guardando con occhio non sfacciato, ma attento,
e sentendo alla sua volta, non senza qualche imbarazzo, d'esser guardato e studiato.
Il calendario segnava la fine dell'estate: un giorno o due dopo doveva cominciare l'autunno ufficiale; quello rurale avrebbe
dovuto esserlo da uri pezzo: nel fatto però s'era ancora in piena estate, una stagione afosa e soffocante. Se non che la villa
di donna Tecla era così ben esposta e ventilata, le stanze così ben tenute, che non dava noia veruna.
La sala volta a occidente, riparava il sole inclinato a lei una magnifica tenda che portava a stampa un paesaggio orientale
d' ottimo gusto e di buon disegno, con piante a larghi fogliami, un cielo gaiamente opalino, un lago azzurro, e cacciatori
che guazzavano vivaci e attenti, armati di fucile, mentre una frotta di cani parte scorrazzavano alacri, parte puntavano fermi tra le piante palustri vicino alla riva.
Don Ciriaco guardò a uno a uno e con prudenza i vari commensali. Dietro l'incomoda grassezza di donna Tecla stava seminascosto l'esile Schicchirillo, e la piccola Mentana, della quale, del resto, ignorava il nome ; Càrite nella punta ovale della tavola con le spalle alla finestra, un incognito alla sua destra, Perverso alla destra dell'incognito, poi donna Claudia, il conte Sensati, Ghigo, don Malachia, Epicàiro.
Anticamente donna Tecla si segnava, e recitava il benedicite ; l'usanza era cessata da un pezzo avendo troppe volte a tavola persone d'altre idee e religioni. Ma don Ciriaco fu sorpreso dell'omissione, e non vedendo che nessuno si segnasse, fece da se rapidamente e arruffato il sue segno sul petto.
Cornelio accostò leggermente la sedia a donna Tecla, che gravemente si sedette. Allora tutti fecero altrettanto.
« Anc' oggi ci troviamo insieme a tavola per grazia di Dio! » esclamò soddisfatta la signora.
« Speriamo che sia per cent'anni, » aggiunse donna Càrite, col suo timbro di voce argentina.
« Per cent'anni, per cent'anni!» ripete Schicchirillo, guardando Càrite, che gli pareva oltremodo seducente.
Infatti così pareva anche agli occhi di don Ciriaco, che ammirava senz'accorgersene, quella grazia ineffabile nella sua freschezza. L'aveva ben vista dianzi, incorniciata come una visione nella luce della finestra: una bocca rosea che si schiudeva graziosa n;el viso ovale
e delicato, a cui faceva degno ornamento la ricca capigliatura, che si avvolgeva a cono in abbondanti e voluminosi giri sulla
cervice. Ora, con le spalle sue alla luce, di profilo, gli pareva una figurina greca dipinta o scolpita, che campeggiasse
come in un quadro.
« E Giògio? » domandò Schicchirillo a Càrite con galanteria premurosa.
Giògio era un vezzeggiativo familiare d'Ambrogio, l'ultimo bambino di Càrite, partorito poco prima, nel luglio, sicché i due sposi non avevan potuto andare in montagna quest'anno.
« Grazie, à poppato ora, dorme. Per un po', credo, che mi darà pace! » aggiunse con tono scherzoso dopo un minuto di silenzio.
« Vien bene, quel ragazzo,» osservò donna Tecla. E non potè nascondere un sospiro.
Pensava: - Vien bene materialmente ; ma per l'anima come me lo alleveranno costoro? - -
Don Ciriaco, tanto per far qualche parola, domandò a Càrite se l'allattava lei.
La giovine rispose di sì, e don Ciriaco lodò l'usanza, che le signore disgraziatamente, sente dire, osservano di rado.
« Per le signore, che non siano sane e robuste, non sarebbe un male! » osservò Perverso. « Bisogna far mettere nelle vene dei bambini un sangue vivo e forte, se loro non l'anno. Un po' di contadino nel sangue non
fa male. »
Schicchirillo, ridendo, sussurrò a Càrite con la sua voce di corvo:
« Quand' apre bocca l'amico, tanto o quanto il demagogo bisogna sentircelo sempre! »
Poi, letto attentamente un cartoncino, che aveva davanti, sporse il capo verso Epicairo, movendolo dall'alto al basso ridendo,
come una statuina cinese, in segno di grande approvazione.
Epicairo gli aveva fatto trovare sul tovagliolo la nota del pranzo, e Schicchirillo gli annunziava così che era di pieno suo gusto, mettendo una mano replicatamente sul petto, come dire: - I pranzi, siano pure di magro, in questo modo, piacciono anche a un ateo come me.-
Le zampe di gallo confluivano profonde versa la cavità oculare come altrettante forre in una valle.
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