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IX.
Detto questo, il giovine reclinò un poco il capo ; poi lo rialzò, voltandosi alla campagna, dipinto il viso d'un sentimento
indefinibile, dell' uomo in cui sono a fronte due sentimenti: uno, che non si lascia scoraggiare nemmeno dall'apatia altrui,
la più deprimente delle forze d'inerzia; l'altro dalla poca voglia di seguitare a discorrere. Ne sentiva l'inutilità. Quant'
era più bello contemplare e ragionare con la misteriosa natura! Ecco, uno sguardo, e davanti a voi è il più splendido quadro,
che non vi sazia mai la vista, che vi disperde tutte le melanconie, che vi rimette in cuore la poesia, vi rende la forza della
lotta e della vita! Quella bruna spalliera di monti che si lancia nel cielo nitido, come un esercito di giganti, con tante
gradazioni di linee e di figure ; quella distesa varia di verde, dal verde azzurro dei pini e dei cipressi isolati, o a gruppi, che stanno come a guardia di casette o di ville, al verde grigio de' pioppi, delle viti e dell'erbe! Che dicono tutte quelle
file di vetrici smilze e di vetricioni dalle grosse capocchie, che mandano in alto diritte le mazze, come steli di fiori da
una caraffa? alcune col tronco ricoperto d'edera, e tutte s'inseguono allineate come un esercito di militi, che nonsi combattono
mai ; ogni tanto intramezzate da alberi più lunghi e più smilzi, che paiono pali da telegrafo fronzuti seminati per via, e
ricoperti in vetta con nappe di fogliame verdognolo: pali diritti e sovrani, che stanno li come sergenti a tenere i più umili
in ordine di battaglia... incruenta! E quelle interminabili sfilate di gelsi tarchiati e bitorzoluti, con la loro capocchia
trinitaria e arruffata, che dicono? Essi si protendono in forme diverse e strane, per sorreggere calmi e contenti, lunghi
n festoni di viti carichi di grappoli d'uva. Ecco là un altr' albero che s'incurva a ponte sopra gli altri con una groppa
così alta e lunga che ti dà l'idea d'un cammello fermato in una folta di giunchi. O albero gobbo! tu guasti la simetria militare
e grammaticale degli alberi tuoi compagni; e nessuno per questo ti atterra! Intanto Michele contadino ripassa ancora scamiciato
e scalzo, guidando i suoi bovi bianchi e lenti, dalle anche ossute e le zampe basse, che tirano gravemente l'aratro, il gran
simbolo della verità che risolleva k la vita: l'erba verde rimettiticcia scompare senza rumore e senza lamento, dando luogo
alla terra bruna, che ti comunica, solo a vederla, un sentimento di diletto novo, come l'aspetto d'una giovinetta bella. Nel fondo del campo, intanto, Celeste e Giovanni, due robusti villani,
scompaiono in mèzzo a due nere e fumanti piramidi di letame, come due re fra due troni, spargendolo tranquilli col forcone
; e l'odore acre l'aria libera se lo porta senza che offenda le narici d'alcuno; mentre sotto nella gora larga, che corre
tra rive erbose, a portar nel lago della vita l'acqua argentina, lievemente increspata per gli ostacoli che trova, due bei
cigni maestosi, uno bianco e uno nero, vengono notando quieti a ritroso, lasciando dietro di sé ora un solco come d'un remo,
ora un ventaglio di pieghe come una veste di seta tirata da un lembo.
Le signore avevan chiesto graziosamente il permesso, e abbandonata la Montagnola, per l'abbigliamento della colazione.
« Dopo una discreta pausa, Schicchirillo disse: «In conclusione, quando mi ài ridotto il mondo senza guerre, tu m'ài fatto degli uomini un convento di frati. »
« O perché?» rispose Epicàiro che pur non parlava quasi mai. «Codesto sarebbe vero, se la varietà della vita consistesse nell'ammazzare il prossimo. Mi pare che si possa essere non frati,
e non ammazzare nessuno. Anzi, se si esamina bene bene, i frati ci sono forse appunto perché ci sono le guerre. »
Schicchirillo, che non fumava più e si dondolava sulla sedia, una bella dondolona di legno grigio, rimettendo i piedi perfettamente orizzontali, détte in una gran risata.
« Impari anche tu da tuo fratello la via de' paradossi! »
« Perché paradosso?» rispose Perverso. «In fondo, quando avessimo un mondo tutto libero e forte, gioventù virile e non floscia, eserciti di volontari e non di coatti,
disciplinati, resistenti alle fatiche, pronti alle avventure, pieni di bravi ufficiali e di non meno bravi soldati, nobili
e caval' lereschi, non votati a corrompersi nelle caserme, ma a percorrere il mondo noto e l'ignoto, promovendo lavori e opere
utili, rispettando la vita umana, calmando come buoni fratelli i più riottosi e cattivi, portando non piaghe e prepotenze
ma civiltà e benefizi, non impiegati supini, impoltroniti negli uffici, ma educati a libertà non omicida (libertà, intendiamoci
bene, perché senza libertà intera e perfetta io non ammetto assolutamente società ci' vile); dato questo, che bisogno ci sarebbe
di frati? o almeno dei frati come li intendiamo comunemente? »
Rise Schicchirillo molto forte.
« Non ce ne sarebbe bisogno: i frati veri sarebbero codesti! »
Perverso si contentò di rispondere lento é calmo, come il bue che solcava il suo piano:
« Giorno verrà che canteremo:
De i vecchi prepotenti in su gli spaldi
Pasce la vacca e mira lenta al pian ;
E de le torri, ostello di ribaldi,
Crebbe l'utile casa al pio villan.
Dove il bronzo de' frati in su la sera
Solo rompeva, od accrescea, l'orror,
Croscia il. mulino, suona la gualchiera
E la canzone del vendemmiator.
Coraggio, amici!
»
Schicchirillo sempre dondolandosi, sorrideva, tentennando il capo e andava parlando come una macchinetta che si scarica da sé.
« Tutte poesie, tutti sogni, come la Città di Campanella, la Repubblica di Platone, l'Utopia di Tommaso Moro, ecc. ecc. Eppoi... siano pure veri coonformi al vero, io ripenso a' tuoi esempi storici, alle tue citazioni poetiche ; ma
a che serve la storia e la poesia? Perfettamente a nulla. Maestra della vita! Sì, per 'ridere! In verità, non ci ò mai capito,
e mai credo che ci capirò un'acca in questo magistero! Arma a due tagli, pericolosa per chi ne può usar male, forse utile
a chi ne usi bene, e in che senso? a dar della polvere negli occhi! L'uomo, non ci illudiamo, è sempre lo stesso in tutto
il mondo, né si corrègge; e tu vorresti correggerlo! Io sono un pensatore, caro mio, positivo, positivo, positivo ; e sto
ai fatti. E poi un uomo di mill'anni fa paragonarlo con un uomo d'oggi: quello portava la corazza, questo non la porta. Digli
che la porti; e citagli Roma antica! son burle. Citar l'Inghilterra, citar l'America! altre genti, altre razze, altri temperamenti.
Quel che fa bene a lui, non fa bene a me. A te fa bene l'aria di montagna, a me no. A te fa bene vivere in pace, a me l'ammazzarti.
Domani, sta bene, tu riammazzi me!... »
Vedendo una risatina che spuntava sulle labbra d'Epicàiro e dell'incognito, la prese in burletta:
« Va bene, voi ridete! Bisogna intendere a discrezione; del resto, se io avessi sbagliato, e la ragione (dato e non concesso)
l'avesse lui,questo appunto dimostra che l'ò io, perché io ragiono più di lui; e questo perché sono col mondo, che non ragiona.
Eppoi, ma che ragione! venirmi a parlare di libertà incondizionata! A pinco l'avete a dare ad intendere! la libertà è necessaria
a chi comanda:
L'asinità della vil gente onesta
Si sgroppi a lavorare!
Che se ne fa il popolo della libertà? è come dare un rasoio nelle mani a un fanciullo. Tu, che i bisogno ne senti? T'accorgi
che ti manchi questa i libertà? In Italia gridate sempre: libertà! e dovreste gridare: dispotismo! Bisogna finirla. E, finché
si fa per ragionare, l'intendo; ma non mi dire che tu stesso, dentro di te, augureresti al popolo d'avere la libertà per davvero.
Verrebbe a depredarsi. Non c'illudiamo a vicenda. Io bombarderei, e tu faresti lo stesso. »
Questa volta Perverso ebbe un fremito di sdegno, e diventò rosso come mai non era stato. Rispose:
« Di re Bomba ce n'è stato un altro avanti a te: tu sarai il secondo. In quanto a me vuoi sapere quello che penso?
« Per me, sempre per me, s'intende, chi non ama e non reclama intera, senza restrizioni, la libertà per sé e per gli altri, non è un uomo. »
Invece di rispondere, Perverso lo guardò in atto di commiserazione, e scrollò il capo, come chi si risparmia di dire una parola abbastanza chiara.
- Il non dire è superiore al dire - sentenzia un drammaturgo giapponese del diciassettesimo secolo; e bisogna che sia vero. Tutti la intesero, cominciando da
Schicchirillo.
Il Sensati, annuendo con un lieve sorriso, osservò:
« O non abbiamo combattuto per questo?»
Schicchirillo ora era rimasto lì con una faccia scialba e fissa, quasi pensasse:
- Che me ne viene a me di quella parola? -
Poi, quando parlò, voleva riattaccar la questione sulla libertà; ma Perverso fece un gesto di ripugnanza. N'aveva avuto già troppo dell'altro tèma, sul quale avrebbe potuto seguitar un giorno a portare
argomenti, tanti glie n'affluivano nella mente, e non ci si provava nemmeno. Che sugo c'era?
Che c'era da rispondere a una filosofia così semplice come quella di Schicchirillo? Nulla. E taceva, mentre l'altro seguitava sghignazzando affettatamente a dire:
« La libertà! la pace! Sogni, illusioni, illusioni e sogni! ripeto. »
« O perché sogni? Nulla della sistemazione umana può ormai essere un sogno, più che non fosse nel secolo scorso una delle
tante conquiste di questo secolo. Chi avrebbe creduto all'unità d'Italia? Io pure, che non arrivo per ora alle speranze rosee del nostro amico, sono
della stessa opinione in! questo, che i popoli si svegliano, e che vogliono I comandate loro; e svegliandosi, trovano sogno,
e brutto sogno, la vita passata finora. Son anche persuaso esser possibile che i nostri non lontani nipoti possano insegnare
a' loro figlioli, che l'apprenderanno certo con incredulità e ribrezzo, molta parte della storia del passato, come facciamo
oggi di tante crudeltà avite. »
Schicchirillo protestò. La parola del Sensati non era, come al solito, imparziale nella questione. Anche a lui s'era attaccato il contagio. E esclamò domandando:
« Ma chi vorresti tu che attuasse codesto bel programma... ideale? Chi, in un mondo irto di baionette, comincerebbe per il
primo a dire: - disarmiamo?! - E chi lo seguirebbe, se lo dicesse? »
« Non sono osservazioni che si possan fare in precedenza. Chi primo inventerà il timone che deve guidare le navi nell'aria?
Eppure noi tutti abbiamo la convinzione che sarà inventato. Potrebbero anche inventare il modo di penetrare negli altri mondi,
non che quello di vederne con un telescopio i misteri! E allora? Io, se fossi un filosofo come te, a priori non negherei nulla.
»
La botta era stata assestata con molto garbo, perché alla filosofia del commendatore il Sensati credeva poco.
Schicchirillo non capì, o finse di non capire ; e come un bambino che si mette più diritto quando il padre gli dice d'esser più uomo, ricompose
il viso a serietà, e tacque, pur continuando leggermente a dondolarsi. Spiccavano, coi calzoni molto tirati su, un bel paio
di calze pavonazze da canonico sopra un bellissimo paio di scarpette gialle, da giovinotto. Il senatore aggiunse:
« E ritengo ormai assiomatico che l'impossibile i di ieri è il possibile d'oggi. Del resto, il paese che prima portò la civiltà
nel mondo, e che poi abolì la schiavitù e le torture, e trovò la scintilla galvanica, non può veramente avere per assurda
la scalata alla barbarie della schiavitù e della guerra data dalla coscienza umana. Non si tratta di sapere se si può appunto
ora, ma se è nel regno del possibile. Qui è il punto. »
Schicchirillo abbandonò il senatore, si rivoltò a Perverso, quasi temesse d'averlo offeso ; e disse:
« Ma siamo sempre lì! Il mondo cresce per educazione compagno. Non cambia come voi credete, e come tu credi! Tu stesso se
vuoi esser giusto, devi avvederti che sei cresciuto in una società, di cui tante cose biasimi come irragionevoli, eppure le
lasci vivere. Quand'anche il nostro fosse un contagio, si comunica anche a te. »
« Perverso che aveva, bisogna riconoscerlo, la mania dei versi, rispose con la solita calma:
«
Avvinto in alto fango
di superstizì'one
crebbi ; ma i ceppi or frango
e con quella ragione
che natura mi diè,
all' aure vive e buone
risorgerò da me!
»
E altro non disse. Pensava. Noi cercheremo di ricollegare qui interpretando, con un po' di chiarezza, i pensieri di lui, come
un fotografo pretende affannato con l'istantanea di fissare su uria lastra una fuga d'indocili cavalli.
- Sì - ei pensava - ci saranno dei contagi inesplicabili, de' micròbi infettivi, che si propagano nelle menti, e scoppiano tutt' a un tratto
feroci ; ma si cerca di limitarli, isolarli, renderli innocui ; e d'altra parte ci sono, per contrapposto, non solo le cose
cattive che si comunicano; ma anche il bene che è ugualmente rapido. L'umana ragione trionferà più presto che non si creda;
e tanto meglio, se le armi poseranno nel mondo. La voce dell'amore non è più rapida della scintilla elettrica?... Fin a poco
fa le guerre erano un brigantaggio organizzato da privati, che si arrolavano spontaneamente a sfogo di vendetta, a scopo di
guadagno. Oggi il monopolio di queste se lo assume lo Stato, e la nicotina non à perduto il suo veleno. Ora popoli par che
dicano: basta! I Romani antichi stessi eran contenti quand'era chiuso il tempio di Giano ; oggi perfino nei paesi come l'Inghilterra,
dove l'arrolamento è volontario, le diserzioni sono in numero incredibile: arrivano a volte alla metà dei soldati! Da questo
alla fine potrebbe mancarci un secolo, come un anno!... La patria! voi dite. La patria è un tutto, risponde il Metastasio, di cui siam parte. Ma che è questo tutto? Oggi può esser
Peretola, domani la Terra intera. Oh, se aveste detto agli smargiassi, che cinquantanni fa preparavano e promovevano odi,
liti, guerre terribili, a colpi d'accetta e di coltello e di schioppo e di scherni tra i vari paesucoli e comuni d'Italia,
e a cui prendevan parte anche i magnati del paese, i preti stessi, i vecchi ; chi avesse detto: - calmatevi! è cosa iniqua combattersi tra fratelli! - la sua voce sarebbe stata ricoperta da urli e da imprecazioni: - la patria! - avrebbero gridato; e il meno che gli poteva toccare era del porco e del vile. Dov' è andata oggi quella feccia belligera?
Quei vigliacchi e quei prodi dove sono? E come? questo doveva succedere in migliaia di paesi d'una penisola, e non dovrà o
potrà succedere in un continente o due o cinque ? Quando' sarà unita tutta l'Europa, chi potrà più spingerne le varie parti
alla guerra ? Nessuno può negare che il mondo vada e con forza crescente per questa via: dai paesi ai comuni, dai comuni alle
prò vince e alle regioni; dalle regioni alle nazioni; dalle nazioni ancora più gagliardamente all'umanità. -
E Michele contadino formava quieto coi bovi la lunga scia nera nel campo verde, volgendo al sole smagliante la groppa coperta
della rozza camicia bianca: quelli a capo chino, con le basse e tenui zampe, leggermente piegate sotto il gran peso, compievano
obbedienti l'utile opra, lasciando dietro di sé la freschezza nera nella terra ridente.
« A che pensi?» domandò Schicchirillo al giovine così intento alla campagna. «Tu pensi ai cigni, a cui non vorresti strappare le penne, nemmeno per ricevere un toson d'oro, di' la verità! »
Perverso si volse, lo guardò, e come rispondesse a lui nel medesimo tempo, soave e lento gli rispose:
Qual venir suol nel salso lito l'onda,
Mossa dall'Austro ch'a principio scherza,
Che maggior della prima è la seconda,
E con più forza poi segue la terza!...
- A che voleva alludere con quei versi sibillini? Quel suo avversario non era davvero un buon filosofo: la passione della
poesia nella testa, fosse pure della buona poesia! e un argomento espresso bene da un bravo poeta, in buona lingua o dialettale,
magari il Porta, il Belli, il Pascarella, gli pareva il migliore degli argomenti, un diamante di fronte al vetro! Peu! Il
filosofo è il mago che forma il castello incantato; e il poeta è l'invasato d'un'idea che ci corre dentro, che agita se stesso
e lo spirito altrui, non sempre a proposito. Non per nulla Platone escluse costoro dal legiferare nella sua repubblica. Eppure
anche lui, buon filosofo, si provava a citare, quando gli venivano in mente, i poeti, benché non sapesse, pur troppo, recitarli,
insinuarli, farli valere, come quel diavolo di Per. verso. -
E Perverso pensava ancora, pur seguendo con l'occhio i suoi pazienti, bianchi e simpatici bovi.
- Quando il mondo s'è persuaso che una còsa è ragionevole, esso l'attua, anche se prima non ci aveva pensato mai, anzi con tanto più fervore, quasi ce lo spingesse il rimorso o il desiderio di raggiungere un'altra cima
della sua grandezza.... La lampada oscillante in un tempio, voi dite, era stata vista per migliaia d'anni da milioni d'uomini;
e a nessuno aveva parlato; parlò a Galileo, e divenne' misuratrice del tempo su tutta la faccia della Terra; domani la lampada
della ragione parlerà ai popoli, e dirà: - la guerra è barbara! Allora la giustizia sarà fatta, e le stragi umane entreranno solamente a far parte dell'impuro bagaglio della storia. La
guerra, parlerà la ragione, è barbara, perché è contro natura che s'abbia a dissolvere di propria mano l'umanità per render
servizio non al progresso dell'uomo, ma alla tirannide e all' ingorda cecità che grida: - la lotta è la vita: dunque la guerra, che è lotta, accompagnerà la vita. - La lotta è la vita, sta bene, ma per voi invece è la morte, giacché della lotta ne fate "strumento iniquo di depressione
delle vigorie umane, una mietitura di giovani, generose e forti vite, un abbrutimento, un flagello, uno sterminio. Lottare?
siamo pronti, ma sul campo immenso della verità e della libertà, che fanno trionfare la ragione, non sull' abisso della brutalità
che fa trionfare la forza cieca, e da cui scaturisce sempre il soverchiatore, causa d'oppressioni e di etisia nei popoli,
abolitore d'ogni dignità umana. Ma certo, gli omicidi le vere lotte non le vogliono, perché portan la luce, e i loro occhi
annebbiati non la soffrono. Ecco la lotta! son in lotta gli elementi, e i mondi s'attraggono con gran potenza, ma una stella che nel suo rapido viaggio per esistere, abbia bisogno di
cozzare con un' altra e distruggerla formerebbe una rara eccezione, non la regola nei cieli ; og'nuna fa il suo cammino fino
all'esaurimento della sua vita concessale dalla natura; non solo, ma, anche estinti, i pianeti vediamo che s'avvolgono ancora
nei cieli ; e si ricoprono della luce dell'astro maggiore, aspettando il giorno che risorgeranno a vita novella. E tra gli
uomini che questo vedono, la morte dev'esser cercata, coltivata, glorificata ? Non è già breve abbastanza il nostro giorno?
Non siamo aggrediti anche troppo da tutti i microrganismi che ci circondano, dalle influenze dell' aria e dell'acqua e della
sfortuna? L'odio di razza quand' è che esiste, se non quando voi lo costringete a formarsi ? In questo caso scoppierà pure
tra fratelli. Un re d'una nazione di razze sorelle, unite e civili, che avesse due figlioli ambiziosi, potrebbero costoro,
andando at trono, portare la disunione in quell'unione, e fare scendere in campo a guerra quei popoli che ieri vivevano felici
nella loro unità; e ricadere nella barbarie. 'Infinite razze diverse abitano l'America del Nord, ; e formano un popolo solo
libero e civile ; poche razze formano l'Europa, e si scanagliano e si puntan le armi tutto giorno.... Un puro e semplice interesse
dinastico, di brigantaggio, d'ambizione, di pazzia, di rivincita, di vendetta move le guerre ; roba bestiale (e delle peggiori
bestie) non umana: gl'interessi si possono risolvere tra nazioni e nazioni, come tra uomo e uomo, senz' obbligo d' assassinare nessuno ; né per far posto a un re o ad un capo di repubblica, né per
l'acquisto d' un territorio, impugnerà, chi si chiami uomo, i ferri nefandi. Né questa è viltà, di conservare un mese o un
anno di più la vita, tutt'altro. Attraversiamo l'oceano dell'essere, con la speranza d'arrivare a un porto felice ; e se dovrà
coglierci il naufragio, molti si consolano col pensiero d'un'altra vita avvenire, come gli egiziani speravano di trovare dopo
morte le sorgenti del Nilo. Venga essa prima o poi, non è quel che preme; preme di non arrivare là dove andiamo con la macchia
incancellabile sulla fronte del delitto orrendo d'aver impedito a qualcuno di fare il suo viaggio come voleva natura. Ci ammoniscono:
senza la guerra la terra si popola di troppi uomini, e mancherà il mangiare a tutti! Fosse questo argomento reale, e non un
pretesto, aspettereste a far la guerra quando l'eccedenza degli uomini incalzasse davvero (se pure tale argomento bastasse
a quietare la coscienza); ma voi sapete per i primi che abolite le guerre, adoprati i milioni e i miliardi nelle industrie
e nell' agricoltura e nei commerci, coi progressi infiniti e gli innumerevoli vantaggi che porta la scienza all'uomo, voi
sapete benissimo che non è il numero degli uomini che ci darà noia. In un mondo civile, quanti più saremo, e più saremo felici,
quando le guerre non verranno a rattristare le nostre case; e la gran madre natura avrà nel suo seno da mangiare per tutti.
Non è il cibo che manchi agli uccelli; son questi liberi abitanti dell'aria che mancano al cibo, distrutti dall'ingordigia umana. L'Italia coltivata bene, à pane per
cento milioni d'abitanti. è il cibo che manca? - Per restituire le terre a una prosperità in lontani secoli tanto celebrata - dice il Cattaneo, - manca soltanto il volere dell'uomo. - E aggiunge: - In tanta vanagloria di popoli e di regnanti, l'uomo fin a oggi non è arrivato ancora, non che a occupar tutta la terra abitabile,
nemmeno a vederla! - E noi penseremo dunque a scannarci quando c'è tanto terreno da visitare e da occupare ancora?,,. In un mèzzo secolo l'Inghilterra
triplicò sulla sua superficie le mèssi, e la scienza potrà triplicarle su tutta la faccia della terra quando i suoi abitanti
sian arrivati a popolarla come formiche. Oh la felicità d'esser in tanti quaggiù, senza la paura vana che ci manchi il pane,
senza il bestiale odio, .e con un po' di pace! Quanto lavoro c'è da fare ancora per conoscer la storia dell'uomo e delle cose,
le lingue di tutti i popoli, e di tutti i viventi, per riaddentellare le nostre origini e lo sviluppo del genere umano con
quello dell'universo, per conoscer la terra, questa piccola parte di casa nostra, e amarla. La vita degli uomini è breve a
tanto lavoro, e noi vorremo abbreviarla ancora?... Anche senza i progressi della scienza moderna, la Cina retrograda sa alimentare
una popolazione fittissima, e la vecchia Europa vorrà affamare i suoi tanti meno abitanti!... Là ammazzano i bambini, voi
gridate, e ci mandate i vostri missionari a impedire l'esosa barbarie; ma anche qua, per paure vane e aberrazioni funeste, seguendo l'infamia maltusiana, si sopprimono i figlioli prima che nascano,
buttando forse a mare le vite più preziose ; poi, una volta nati e cresciuti e alimentati da tesori di tempo e d'affetto,
li spingiamo a morire uccidendosi l'un l'altro!!...Scompare la guerra, strillate, scompare la civiltà. O chi sa mai! Gli svizzeri
erano nel secolo XVI popoli che della guerra facevan un mestiere; eran armeggioni gl'inglesi; i belgi eran in antico agguerriti
e fortissimi: horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt (così anche Cesare ammette che la civiltà e la guerra non stanno insieme:) ebbene, gli svizzeri e gl'inglesi e i belgi oggi
sono, come gli olandesi, gente pacifica: o non certo più armeggiona come una volta: la civiltà è cresciuta, non scomparsa:
liberi son divenuti, non servi. Non si arrolano soldati, e già si parla di ridurre la ferma a pochi mesi anche là dove si
arrolano!... Il Belgio, le cui pianure serviron di campo di battaglia agli eserciti europei da Luigi XIV a Napoleone I, e
della guerra à visto tutti gli orrori, è antimilitarista per eccellenza e uno dei paesi più civili d'Europa.... La faida e il brigantaggio noi li chiamiamo cose barbare, quant'una volta le ritenevan civili, o tollerabili almeno, e le guerre non
sono certissimamente che una faida e un brigantaggio su vasta scala.- Tolgono la corruzione! - Chi non asserirà con più alta ragione il contrario? A morire in guerra vanno i contadini e gli operai, lavoratori non più corrotti degli oziosi che rimangono sulle panche dei caffè a parlare di guerra
con la bocca piena di gramolate e di pasticcini. La pèste consola don Abbondio, a cui par eccellente, perché à spazzato il
suo gran nemico don Rodrigo. Ma la sua viltà non riuscirà per questo a render buono un flagello. Non sarà la guerra dei lanzichenecchi
che dal cuore di lui, nato timido coniglio, toglierà l'egoismo e la paura. L'aggiungerà. Né la viltà consiste solo nell'avere
spavento delle armi. E più vile chi à spa' vento del vero. La guerra scuola di coraggio! Forse I una volta, con le armi bianche
; oggi, con le armi a tiro perfezionato, è questione di tattica e disci, plina più che altro. Gli anni passati senza guerra
avvezzano dormienti e oziosi, e le generazioni imputridiscono e si guastano! Ma le nature sane non anno bisogno di tali stimoli,
e le malate li rifiutano. Anche i cavalli accompagnano l'uomo alla guerra; anch'essi non meno di lui s'infiammano nella lotta,
e con lui lasciali la vita sui campi; non s'è mai però sentito dire, neanche dagli apologisti dei bagni di sangue, che le
guerre siano necessarie a migliorare le razze dei cavalli, e che bisogni ammazzarne qualche migliaiaio de' più forti a vantaggio
dei più deboli. Per migliorarne le razze, basta un rimedio; tenerle bene. Se qualche rudero meraviglioso rimane a provarmi
l'aspetto venerando d'un antico monumento, è malgrado la distruzione fattane dagli uomini o dal tempo, non in grazia di quella.
Le guerre, aggiungete, non scompariranno: ci son troppi ancora che le difendono, e tra questi non mancano i filosofi, i quali vi sanno dire che un popolo
più, un popolo meno, il mondo volge lo stesso. E una malattia, che indica la fine delle classi in cui si manifesta. Il Tevere
seguita il suo viaggio eterno al mare, e il sole ci illuminare la Terra, tanto che ci siano campagne deserte o feconde, abitate
da belve o da uomini, ma ognuno tende alla sua conservazione; e l'umanità non può trascurare la propria, e non sentire che
V iniquità non è la via migliore per lei. Così, volendo fare il suo cammino verso la mèta buona, non a ritroso, va eliminando
i crudeli e le guerre e le atrocità commesse a scopo di speculazione parziale, in onta al destino dei popoli. Osservando come
à proceduto nei secoli l'umanità troverete la soluzione del problema. Essa, informandosi sempre più al concetto della giustizia
e della misericordia, à perduto a poco a poco le abitudini più insane, attenendosi a quanto le pareva più equo. Solo la pazzia
guerresca rimaneva, e quando l'uomo era assalito da quella febbre infettiva, balzava dal suo letto di doglie, dove giaceva
ferito, e compieva atti pieni di forza e di valore, sicché pareva sano agli occhi superstiziosi degli altri insani come lui,
quantunque lo vedessero presto ricadere più spossato di prima. Oggi luce s'è fatta, e l'umanità vuol esser guarita dell' infezione
che la porta al parossismo: tornar forte e robusta, col suo sangue vivo, la sua civiltà piena, non intermittente e a bagliori.
Gli scrittori, i poeti, la musica, l'arte aiuteranno la grande opera benefica: non si possono chiamare umane le lettere che non siano tali; e più specialmente la donna riuscirà nel grande intento. Non vogliamo gli uomini languidi,
ma forti; e questo senza l'omicidio; vogliamo un esercito di giovani disciplinati e ragionevoli, Ìche intendano con amore
e con vigore alla civiltà, non italiana, né tedesca o inglese, ma universale, non con la forza delle armi, ma con la prodigiosa
manifestazione del sacrificio e del sentimento. Crediamo poche nazioni atte come gl'italiani in questo proposito, se la loro
urbanità antica non è sparita. Del resto, senza vanti e senza tema, ognuno segua il suo corso. La festa e la danza non posson
esser né liete né belle quando nasca il dubbio che qualche violento le guasti. Forse tanta civiltà non potrà ottenersi oggi
come oggi: lo sappiamo ; forse qualche altra impresa pazzesca e grande travaglierà il mondo; ma siamo alle ultime. Come un
giovine gentiluomo andrà a battersi in duello, pur rico. noscendo del duello la ridicola barbarie; così noi, preparandoci
all'avvenire, protestiamo intanto che la guerra è incivile, aspettando che una forza superiore metta d'accordo la nostra coscienza
col nostro dovere. La forza superiore non può essere che l'umanità intera, che costringerà i prepotenti, singolarmente impotenti
a fermarsi, anche se volessero ricominciare il gioco. Troppe cose ci sono da accomodare e da saldare tra gli uomini, troppe
ingiustizie da risolvere, troppe matasse arruffate da sciogliere perché ci s'aggiunga anche questa più imbrogliata e cattiva. La libertà e la verità sole salvano il mondo: la violenza eia prepotenza preparano l'abisso e la distruzione
dei vincitori e dei vinti.... Quando gli antichi popi, cinta la corona d'alloro o di quercia, secondo il dio a cui offrivano
l'olocausto, tiravan la corda, per far venir la vittima all'altare, con tanta arte da mostrar che essa non andasse al sacrifizio
di contraggenio, per non sollevar ribrezzo e nel conturbato pubblico non sorgesse il cattivo augurio, essi non s'immaginavano
certo che quei sacrifizi, a cui assistevano allora turbe di credenti e di devoti, sarebber cessati sotto il ridicolo. Molti
popi della guerra ci sono anche oggi, e molti preti tra questi. Essi non ne sognano la fine né vicina né lontana. Ci son di
quelli che avendo passata male la notte s'addormentano stanchi verso il mattino, e poi non credono all'annuncio dell'alba
o al sole alto sull'orizzonte ; ma chi à dormito o vegliato bene le sue ore, lieto che ritorni la luce, vede l'imbiancarsi
del cielo, sente il fremito della natura che l'accompagna, guarda.contento i vaghi colori dell'aurora e saluta il sole novello.
-
Quanto siano rapide le onde del pensiero non pensava Schicchirillo, e, del resto, stentiamo noi stessi a persuadercene. Questo che a noi à occupato delle pagine, attraversò, come un baleno,
la mente del giovine, che pure pareva intento ad altre cose. Come chi, entrando in una stanza di persone che conosce, le raffigura
in un'occhiata, che a chi non conosce richiederebbe un tempo discreto a delinearselo nella memoria. L'Incognito e don Ciriaco parvero comprendere che molte idee s'avvolgevano ancora a schiere irruenti e vivaci per quelle ampie cavità craniche, e che
aveva taciute; ma col filosofo nessuna comunione telepatica avveniva, sicché egli era convinto che tacesse perché non avesse
più altro da dire. E poiché era seccante e ostinato per natura, si affrettò a dire:
« In conclusione, mio caro, giacché siamo entrati in questo discorso... »
E lo guardò, senz'aver coraggio di continuare. Perverso si voltò, guardò lui, e aggiunse:
« E ci siamo impigliati... per colpa tua.... »
« Prendiamola almeno mèzza per uno. »
« Qualche volta sei giusto! Dico bene ora ? »
« Ebbene, subiscine sino alla feccia l'amaro calice! Concludi. »
Come la torpida salamandra che lenta lenta, con le sue gambe inferme, e il tozzo corpo macchiato di giallo e di nero, ti attraversa
una viottola nell'ottobre piovoso; poi si ferma al pedale d'un castagno, e ti guarda stupida e fastidiosa, se.nza moversi,
sicché a te move insieme curiosità e ribrezzo; tale Schicchirillo nell'attraversare il muto ragionamento di Perverso.
Nella villa di donna Tecla anche per la campanella dei pasti il trinum erat perfectum. E a quali intervalli! Schicchirillo, benché avesse preso un buon caffè e cioccolata la mattina, aveva fame, e pensava alla carta. - Che ci saranno le ostriche anche stamani? Un salmone?... Si capisce l'intervallo quando siamo lontano nei boschi o per i
prati a caccia, per dar tempo d'arrivare a tempo.... Ma ora!... Mancava altro che il pranzo della marchesa, per ritardare
la colazione a mezzogiorno!... -
« Concludiamo pure, se così ti giova. Ma, a un patto! Ricapitolando, vorrei sapere: ti rimangerai tutti i tuoi sì e i tuoi
no, o me li ammetterai tutti quanti? Qui sta il punto. »
« Quel che dissi, scrissi. »
« Ebbene, io ti compenserò, essendo breve! »
Detto questo, si voltò ancora dalla parte del grigio filosofo, si piegò un poco supino sulla sua sedia, nella solennità naturale
d'un antico quirito, che annunziasse tranquillo la pace o la guerra, e gli disse:
« Ammetti tu dunque o non ammetti la ragione umana capace d' un progresso, sia pur lento, che cambia leggi e costumi? »
Una domanda nova che ne implica tante altre vecchie:
« Ammetti tu che gli uomini si abbiano a distinguere in razze o dividere in specie? »
« Diavolo, in razze!» rispose con una prontezza imprudente.
« Allora ammetterai che l'umanità sia una cosa sola e non frazionabile. Non dirai tu dunque mai l'umanità d'Americaz e l'umanità d'Europa, ma con la parola umanità intenderai abbracciare tutto il genere umano? »
« S'intende, tutto il genere umano. »
« Non essendoci specie, ma razze, essendo tutti gli uomini fratelli, tu non vuoi dunque escludere che una guerra tra un popolo
e l'altro sia guerra tra fratelli. »
« Non voglio, dirò: non posso. »
« E che la guerra e l'odio tra fratelli sian condannati dalla stessa religione, vai a dire aborriti così istintivamente da
tanti secoli, sì che il sentimento n' è diventato religioso, lo ammetti o lo contrasti? »
« Sarebbe vano contrastarlo. »
« Ammetti che le guerre siano fatti, e come tali giusti e appartenenti alla natura, s'è detto; ma che anche le cause dei fatti
possano evitarsi o allontanarsi, l'ammetti? »
« E che la guerra entra nelle serie dei fatti come una pèste, un tifo, un incendio, un malanno qualunque, sei tu pure che
l'ai detto: sei disposto ora a ripeterlo ? »
« E che le pèsti, i tifi, gl'incendi e cosette simili, cerchiamo d'allontanarle e di spengerle con ogni cura e non d'allevarle,
è vero? »
« È vero; ma anche le guerre si cerca di evitarle, finché si può, armando, e preparandoci a quelle! »
« Evitarle, dico, senza che mai abbia sognato l'umanità di dire: viva il tifo, viva l'incendio, e creduto che sia un eroismo
trovarcisi impigliati; né che abbia mai creato nessun popolo ministri della pèste, della fame, ecc. ecc. »
« E che se anche le guerre possono produrre uomini eroici, potendo risparmiare quelle, sia anche pur meglio non avere eroi,
l'approvi? »
« Ti dissi: a malincuore, ma l'approvo. »
« Ci posson essere ugualmente, ma si tratta d'abolire quelli della spada. E che ammesso l'affratellamento di cinquanta, di
cento, trecento milioni, si possano anche affratellare ottocento, mille milioni e via discorrendo, dai il tuo consenso? »
« Alla ragione non s'oppone certamente. »
« Che utilità vera e generale nelle guerre, a rigore d'argomentazione, non n'abbiamo trovata, ma solamente parziale e momentanea,
lo neghi? »
« Non lo negherò, benché il pastrano sia cucito di punti. »
« Malgrado questi punti, tu ammetti pure, ultima e grande condiscendenza, che le guerre, per quanto si voglia giustificarle,
dobbiamo concludere che sono belle, divine quanto ce n'entra, ma sono ripugnanti a ogni ragione e dalla ragione riputate inique
? »
Qui Schicchirillo ridiventò quello di prima, nella pienezza delle sue argomentazioni. E s'alzò, sgraffignando nell'aria ed esclamando:
« Ebbene, ammetterò che siano contro ogni ragione, ma appunto per questo sono tanto più meravigliose! Quando la ragione non
comprende perché un fatto avvenga, bisogna ben dire che soltanto - per questo c'è il miracolo, e un miracolo divino, sicché il diavolo cacciato dall' uscio, rientra per la finestra. Benché
in fondo, se si raspa bene, una ragione c'è, e potente. È la fame, ti dico, che separa gli uomini, che partorisce l'odio e
le discordie e la distruzione, e per conseguenza la necessità e divinità delle guerre. Fratelli, sta bene, ma anche troppi
fratelli empion le stanze, rovinan la casa, ci privano del respiro, l'ossigeno manca, e invece dell' ossigeno ti trovi invaso
l'ambiente di carbonio. Allora bisogna levare i troppi, bisogna scannar qualcuno. È l'igiene che lo comanda, e l'igiene non
è essa natura? Si sventran le strade, si sventrano, perdio, anche gli uomini! Metti venti marinai su una nave e senza cibo:
eran fratelli ieri, sono antropofaghi oggi. Viva dunque la pace e la fratellanza finché si può ; ma quando non si può, avrai
tempo a respingerla, la guerra viene da sé. È una carneficina, che à apparenza legale, e l'uomo compie qualunque delitto se
riesci a dargli un'apparenza legale. Diradare è la legge de' boschi, ma è anche la legge umana: diradare a benefizio delle
piante che restano! Per vivere in pace bisogna campar bene, e per campar bene bisogna mangiar meglio. Scommetto che se tu
non sentissi sonare la terza campanella per tutto il giorno, il tuo stomaco, per quanto sia uno stomaco di persona tanto ideale,
ti renderebbe feroce! Mangiamo il pane de' nostri simili, respiriamo la loro aria? godiamo il loro amore, succhiamo il loro
sangue. Non ci confondiamo. Ognuno che s'ammoglia obbliga un altro a rimaner celibe. Ogni anno di pace obbliga a cent' anni di guerra. Ognuno che avrà risparmiato la guerra si troverà
addosso la guerra, con buona pace del tuo signor Gesù Cristo. La miglior cosa che posson fare a noi i nostri simili è quella
di morire, per lasciarci un po' di posto, seppure messer Domeneddio non leva l'antagonismo delle due leggi di natura, che
una vengan su come i funghi milioni e milioni d'esseri umani, e l'altra che il mondo ne sente il troppo peso, e vuol levarseli
d'addosso. Siate positivi, vi prego. La guerra è una questione sessuale. Ses-su-a-le, avete capito ? »
Questa volta, bisognava convenirne, era stato eloquente! Lo riconobbe da sé, e si rimise a sedere sodisfatto e quieto, aspettando,
come uomo senza timore che parla senza riguardi per nessuno. Non parliamo di riguardi al prete, che aveva ormai per un inetto.
Il giovine lo guardò serenamente, benché nel suo cuore sentisse una vera, profonda afflizione. Pensava: E inutile: Schicchirillo sarà sempre lo stesso Schicchirillo, inguaribile, oggi, domani, in eterno. S'atteggia a filosofo positivista, senza positivismo, a politico della scuola di Machiavelli,
senza in fondo approfondire neanche Machiavelli, a darviniano, a spenceriano, a maltusiano, al diavolo anche se venisse a
tentarlo con qualche formula, senza curarsi di studiarla nella sua essenza vera, e sgattaiola sempre per qualche feritoia,
scappando dalle strette del ragionamento.
Invece dunque di ribattere le sue ultime questioni a una a una, Perverso mirava alla sostanza, e pensava se non fosse il caso di risponder a quella; ma in cuor suo ripetè: - E inutile! Non l'avevo già spiegato? - E tacque.
S'erano alzati: s'avviavano verso la villa, scendendo dalla Montagnola e percorrendo lentamente il viale. Gli alti alberi
secolari facevano sull' erba un vago frastaglio a ricami di luce. Voltata la prima ala della villa, arrivaron davanti alla
fontana che spicciava dalla bocca scontorta d' un bel mascherone di sasso in mèzzo a muschi e a larghi fogliami dentro alla
vasca, limpida, uguale, calmissima nel suo perenne e ammirabile gorgoglio.
Il prete guardava così intensamente e amorosamente Perverso che Schicchirillo, fattosi vicino al giovine amico, tanto per calmare il dolore della sua sconfitta, gli sussurrò in un orecchio:
« L'unico guadagno che avrai fatto è questo: di aver procurato la dannazione d'un'anima! Costui presto si spreta, vedrai ;
e viene a chiederti un posto di servitore. Ma come i giovani li pigliate facilmente alle reti ingannevoli della ragione!»
« T'inganni; se un cambiamento sarà avvenuto in lui, lo farà sentire dalla cattedra. Non mi pare uomo da spretarsi. »
Il filosofo tentennò il capo, senza poter affermare neanche lui che significato desse al suo tentennio.
La compagnia fu costretta a fermarsi a mèzzo il viale, perché Schicchirillo prese per un braccio il senatore Sensati , e lo fermò, abbordandolo, come un monello còlto in flagrante; ma con un discorso, bisogna dirlo, veramente serio. Gli uccelletti
zirlavano sugli alti fronzuti rami, rincorrendosi: e tanto che li costrinse un momento a voltarsi.
« Scusa» gli fece «dianzi non sei stato giusto. Di' la parola come naturalmente possiamo aspettarla da te. Rinunziando alla guerra, tu rivoluzionario
antico, rinunzi alle rivoluzioni. Credi questo possibile e buono in natura? Sta bene, Perverso potrà anche, citando dei bei versi, venirci a dire che si possono riparare i guasti d'una società come quelli dei fiumi,
per impedire le piene e lo strazio delle verdi campagne, e il grano sperato, eccettera, eccettera ; ma quando le verdi campagne
non ci sono; quando c'è il deserto, e convien coltivare con un'inondazione del Nilo; quando l'acqua non trapela, ma irrompe;
quando il bilicare pare l'allungamanto d'un'agonia ?... Tutti fatti da mettere sulla bilancia opposta a quella su cui si giudica
con severità l'opera di rivoluzionari. Non sono manzoniano ; anzi, neh' intimo del mio cuore, sono antimanzoniano; ma prescindendo
da questo non saprei capire, come l'ammiratore più cieco dello scrittore lombardo, non abbia a trovare stupida la sua critica
alla rivoluzione francese. Che dovevan fare i Francesi quando non ne potevano più? Alla tua serenità imparziale mi affido.
Parla franco. E se non togli le rivoluzioni, dimmi come togli le guerre? »
E guardò il senatore, aspettando.
Il senatore ammirò questa volta la temperanza e il buon senso di Schicchirillo, espresso proprio senz'enfasi, con perfetta naturalezza, da vero galantuomo, e rispose:
« Sta bene. Ma il Manzoni deplora la rivoluzione francese, perché, dice, si potevano ottenere i medesimi buoni risultati,
evitando le cause degl scoppi furibondi. Però io pure convengo che qui don Alessandro abbia torto: il male era ormai troppo
grave e acuto, e arrivato all'ultimo stadio E certo che quando non si provvede per tempo le rivoluzioni scoppiano, e abbiamo
le guerre. Ma questo è ben diverso dal prepararle; e tenendo degli eserciti in ballo, certo le prepariamo. E mi par lecito
affermare che alla ragione non ripugna affatto l'idea che le guerre abbiano a finire. Ma, se la ragione non c'entra, come
tu asserisci, è inutile che tu domandi a me il mio parere. Lo chiedi, e allora per conto mio dichiaro che ritengo la cosa
possibile, e che tutto sta, naturalmente, a trovare il prezioso segreto. Benedetto chi ci riesce, se pure la società non arrivi
da sé a sopprimere quella che uno dei più grandi guerrieri antichi e moderni à chiamato professione da barbari. Così com'è
andato finora il mondo, e come va, à senza dubbio bisogno ogni tanto di subbugli, perché l'ingiustizia genera l'ingiustizia,
e le matasse troppo aggrovigliate non si sciolgono senza le forbici. Poi ci sono gli avvoltoi che seguitano gli eserciti,
e istigano...
cento novelle e cento novellette,
dov'è la pace, la guerra si mette.
Può però provvedersi domani a salvarci da tanto aggrovigliamento, pararci dai tristi insinuatori, e tutti quanti, credo, ne
saremmo felici. Oggi intanto possiamo aspirare, mi par quasi sicuro, a un' Europa unita contro le razze gialla e nera, ottocento
milioni di persone che circondano le nostre terre. Dobbiamo disarmare per lasciarci invadere da loro? Dobbiamo stare armati
così l'uno contro l'altro per lasciarci invadere dalla miseria? Intanto provvediamo, per conto nostro, al mèzzo di collegarci
a comune vantaggio, avendo però di mira il progresso e il benessere universale, di quelli che reputiamo estranei e di quelli
che crediamo di famiglia. L'Italia ab antico ama l'unione dei popoli nel mondo. Era l'aspirazione di Roma pagana e di Roma
cristiana. Se non ci riuscirono, dipende da questo: che il mondo era paralizzato, perché conosciuto a metà. Cerchiamo di provvedere
al benessere sociale. Perché, ci spaventano di fuori ottocento milioni? A me spaventerebbero di più ottocento mila affamati
in casa. Ma poi che c'entra lo spavento? La paura non è la coscienza. Lasciamoci guidare da questa; e niente di meglio se
andremo preparando il terreno; se guarderemo, e presto, in questo tempo, che gli eserciti, quali ci teniamo obbligati a mantenere,
non dissanguino le nazioni che li mantengono, che non rovinino le famiglie che li producono, che il soldato tornato a casa
non abbia perso il suo tempo in un ozio nocivo a sé e a' suoi. La vita è breve, è il tesoro dei tesori! Sa male perdere gli anni più belli, portare con una dispendiosa pace armata un danno irreparabile ai popoli. Per evitar tanto
guaio, per arrivare a intenderci (dal conoscer poco gli altri e noi stessi nasce l'idea sbagliata che gli uomini e le razze
siano molto diverse tra loro, e che non si possano affiatare: errore grossolano) e aiutarci, invece che guardarci in cagnesco
e odiarci, le discussioni sulla guerra non sono inutili: sono anzi utilissime pei popoli, facendo loro contemplare un miglioramento
sociale possibile, che li conforta, trattenendo ancora, se non altro fra loro, quella gran consolatrice umana, che è la speranza.
Che se i giovani potessero far trionfare sanamente un ideale sano, non sarebbe il colmo dei beni? Mi diceva una volta un ambasciatore
d'oriente: - Quando si radunano dieci intorno a un'idea, ivi sorge il nume! Le parole che tra tutti si scambiano per esaltarlo e lodarlo,
anche se non ci fosse, lo creano. - Combattano dunque, per arrivare a buoni risultati. n La graduale abolizione degli eserciti permanenti e i la diffusione dell'
istruzione e del benessere sono i ormai l'unica speranza della povera razza umana. »
Schicchirillo non si dimostrò contento della risposta; e lo guardava diffidente, pensando:
- Testa vuota di filosofìa!... È lo stesso di quando abbiamo discusso del catechismo nelle scuole [1]: anc'allora s'affannò a provare le ragioni del Cristo e della ragione, e il torto della Chiesa; io invece pensavo, allora come ora, che la ragione era la politica,
che Cristo aveva torto, e la Chiesa che non aveva seguito il Cristo né la ragione, aveva ragione. Naturale! La ragione è di
chi non ragiona: è della politica, è della forza. -
Ma con diverso occhio un'altra persona guardava Sensati : don Ciriaco. Aveva saputo chi era: glie l'aveva spiegato donna Tecla, con molta imparzialità, malgrado le sue idee cattoliche. Un uomo liberale, altamente liberale, che aveva sofferto molto
per le sue opinioni, a' suoi tempi, ma che nel fondo egli non era mai stato alieno dal cattolicesimo. Le sue convinzioni liberali,
sì, ma profonde, larghe, estranee a ogni spirito sistematico o di partito. Non aveva paure né sospetti riguardo al popolo,
né ai popoli, non divagava il suo pensiero oltre i limiti del possibile, non era però né sfiduciato né impaziente di risolvere
ardui problemi. Nella sua freddezza esteriore, era capace ancora d'entusiasmi giovanili, impetuoso e socievole, riservato
e ardito nel tempo stesso.
E il giovine prete mirava quella bella testa veneranda, dalla colta e lunga barba cosparsa di assai fili argentei, quell'occhio
sicuro, quelle labbra che mostravano a volte un fuggevole se non impercettibile amaro sorriso di sdegno, e lasciavano uscire
le parole lente e gravi, risonanti come metallo. L'uomo come il suo abito: elegante, semplice e severo.
Schicchirillo aveva la consuma: molto mangiava che non gli approdava, e non compariva sul suo viso giallo-bilioso. Oggi poi, o che avesse fumato troppe sigarette, o discorso
o sentito discorrere troppo, era preso da uno struggimento tale allo stomaco che avrebbe mangiato questo mondo e queir altro.
- Oh, se mi portassero almeno un bicchierino d'elisir di china, appena in casa! -
Erano appunto entrati nella rotonda, tinta di luce vagamente simpatica, col tavolino sparso di periodici e di giornali, che
si presentarono, una dietro l'altra, gaie di gioventù e di vita, le due cognate. Avevan combinato, sùbito dopo colazione,
una passeggiata nel parco della marchesa I***, che da più giorni l'invitava, felice d'essere mèzza giornata con loro; ed esse
raggiavano della gaiezza di chi è contento di contentare.
donna Càrite aveva un abito di seta d'un bel verde potentina, coperto di mussolina di seta bianca; portava sul petto tumido un mazzolino
di violette di Parma ; e era davvero affascinante col suo viso di giovine birichino e gentile. Una personcina flessuosa, una
verderosea immagine, una ròsa sopra il suo stelo. Aveva, allora allora, lasciato nella cuna il suo bimbo, ciò che le accresceva
la soavità del sorriso, su quelle labbra soavemente curve, che poco prima avevano liberato un mondo di baci.
Schicchirillo pensava:
- Il suo fiato à certamente il profumo della vainiglia!...
Poi, con l'usata galanteria disse forte:
« La statua della Venere dei Medici, che si alza gentilissima nel suo bianco marmoreo, qui in un canto della vostra stanza,
pare, anzi è certo seccata di trovare due così splendide rivali! »
Il prete che levava appunto allora gli. occhi da un magnifico vaso di ceramica, rappresentante un grosso pappagallo verde,
con le ali larghe e spaventate, che fugge, e si rivolta arrogante e timido a una piccola biscia avvolta intorno a un tronco,
il cui vuoto costituiva un recipiente per varie cose, guardò anche lui alle due sopravvenute, una delle quali aveva le gote
e le tempie colorate, come una fanciulla che, non familiare a certe espressioni e a certi sguardi, risponda con rossore a
qualche frase eccessiva. E ammirava, benché prete, la toelette di tutt'e due, elegantissima nella sua semplicità.
donna Claudia vestiva un abito di crespo della China ròsa, con una larga cintura di raso nero, girata molte volte alla vita, come una specie
di bustino. Sul petto un mazzolino di ròse. Era certo una superba matrona; e matrona molto giovane.
Si vedeva, stando là dentro, a traverso alla bella entrata, le frappe delle piante variamente colorate dal sole; e sotto,
ancora il solito frastaglio di ricami lucenti, anche più vago di quello del viale. Dalle soglie scendevano rame di rampicanti
gentili e vivaci, che s'intrecciavano, amorosamente stringendosi e sorreggendosi. In mèzzo alle foglie verdi ne apparivano
alcune dorate, come in una folta chioma nera qualche capello autunnale rosseggia, che presto volgerà in bianco, producendo quel senso di piacere che
precede la melanconia.
Dalla stanza accanto, sforzandosi di parer sana e svelta, ma dimostrando molto la fatica dello sforzo, comparve lenta donna Tecla, col solito vestito nero di seta, d'un' altra stoffa del giorno precedente. Al còllo la grossa croce d'oro, e un grosso braccialetto
d'oro al polso, con un grosso rubino. Il viso era simpatico, avvolto da tanta pace, ne' suoi riccioloni bianchi.
Si mostrò premurosa e sorridente, come fossero tutti suoi figlioli ; ma guardò sùbito i figlioli veri con tono di rimprovero,
che voleva parer brusco.
« Avete discusso della guerra, aspettando che non ci fossi io! Che gentile compiacenza, non è vero ? »
« Abbiamo chiacchierato, ecco quanto!» rispose il figliolo più giovine, arrossendo ; «nulla di divertente. Se però avessimo creduto di farti piacere... figurati! »
La madre ripetè le stesse parole; ma visto quel Perverso un po' mortificato, si voltò al giovine Incognito, che taceva sempre, con un complimento che era come un avviamento di trattative. Sì, voleva sapere da lui che cosa avevan
detto: la conclusione, insomma.
Intendeva con questo di riconciliarsi tacitamente con quel pervertito e adorato figliolo? Forse sì, giacché il giovine a cui
si rivolgeva, non era che un alter ego di lui, un compagno assiduo e amato delle sue conversazioni, quello col quale passava le più gradite ore del giorno, discutendo sempre.
La testa bionda e liscia dell' Incognito, una vera testa dolicocefala di razza anglosassone, era un tipo affatto opposto a quella bruna e ricciuta del nobile lombardo.
Pareva veramente un uomo del nord: pallidissimo, con un sorriso fine, inesprimibile, che a volte lo direste ironico, a volte
indulgente, molte volte misterioso. Egli, a quella chiamata che non s'aspettava, come filugello che cerchi la foglia, alzò
il viso un poco sorridente, tra i piccoli baffi, biondi come il lino. Due occhi celesti quasi ingenui, e che erano accorti,
e molto dicono d'aver veduto, il mento d'uomo fermo, due labbra sottili e sagaci, s' affissarono in lei, come di uomo addirittura
meravigliato della scelta.
Donna Tecla insistette. Sì, doveva lui ridirle il senso della discussione, ripeterle le conclusioni.
Non dispiacque ai presenti l'invito. Sentir parlare quell'uomo che non parlava mai.
Ma Schicchirillo non era della stessa opinione.
- Ci manca anche questa! - disse dentro di se. - Stamani mi voglion far morire di fame, d'inedia. E il modo questo d'invitare a pranzo ? -
L'Incognito fece un gesto vivo di raccomandazione e di riluttanza, respingendo da sé l'amaro calice.
« Creda, non è facile,» osservò, «per me, ripetere le idee altrui, coi medesimi argomenti. A meno che non si tratti di sentenze
luminose di filosofi, che mi rimangono impresse come sintesi fulgida di ragionamento, il pensiero altrui arriva al mio cervello e si dilegua, suscitando altri pensieri. »
« Tanto meglio,» insistette donna Tecla. «Sent'amo. In casa mia s'obbedisce. La prima virtù della cattolicità è l'obbedienza! »
E questo disse con la più grande amabilità, rallegrata da' suoi bei denti piccoli e bianchi, che alla sua età conservava benissimo.
Una signora interessante davvero e curiosa quella donna Tecla: donnona quasi gigantesca, che a' suoi giorni dovette esser bellissima, torreggiava anche ora seduta. La testa piccola e
ben fatta si moveva sorridente, come notando ringufata nelP immenso petto di balia ormai asciutta. Le molte rughe e crespe
della fronte e delle gote, le aggiungevano, non le toglievano nulla alla sua bellezza senile. Sicché gli sguardi di tutti
si fissavano con piacere su lei, e difficile era disobbedirla.
Ma l'Incognito insistette ancora.
« Non ne son capace..., lo creda, signora! C'è don Ciriaco!...» E accennò il sacerdote.
Donna Tecla fece un gesto negativo. Poi disse, suscitando un coro di oh! e di ho! ho! di Schicchirillo:
« Un prete è per svia natura meno imparziale...» Ma la rimediò aggiungendo ; «E poi non deve concludere chi è in questione! Uno non può esser giudice e parte. »
La cosa stava in un'altra maniera. Donna Tecla era un po' crucciata con don Ciriaco. La mattina aveva notato in lui un mutamento strano: non era più il prete della mattina avanti, focoso, ardente, battagliero: si mostrava invece mogio, come incantato. Dopo la messa,
non s'èra fermato nemmeno a ragionare con lei; le aveva chiesto il permesso d'assentarsi, di fare una passeggiata in giardino,
perché non si sentiva molto bene: aveva poco dormito la notte.
« Già, forse il letto novo!»
Invece, la passeggiata era consistita nell'andare sulla Montagnola, a sentir la discussione sulla guerra, senza nemmeno prenderci
parte! - Vergogna! -
Del mutamento strano del prete se n'erano accorti tutti ; Schicchirillo per il primo, che ne sentiva una specie di nausea.
- Oh Dio, i fulmini dell'eloquenza perversiana l'anno còlto nella lingua! (Era la frase preferita di Schicchirillo; e non molto dopo la ridiceva, ridendo, a proposito del negus Menelik.) Che bella calata!... povero prete, povero prete! Non sarai tu che ci farai paura! Oh che pasta frolla! oh che sacerdote! La
sera leone, e la mattina....! -
Don Ciriaco era imbarazzatissimo. S'accorgeva chiaro che tutti s'eran accorti di quel suo cambiamento; ma che farci? Era vero. Come un
ragazzo di natura non ingenerosa, non cattiva, che commette delle birbate solo perché le vede fare agli altri compagni, ma
còlto in fallo e mostratagli con benevolenza la ragione, rimane muto e interdetto, e si vergogna del passato e sta preparandosi
all'avvenire; così don Ciriaco sentiva nelle vene una febbre di mortificazione incredibile, d'essersi lasciato cogliere impostato su così falsa base di ragione, e un desiderio
immenso di mettersi su un novo assetto di vita, fuori di quel tradimento.
« Glie l'ò detto dunque? Ubbidienza per prima cosa.» ripetè donna Tecla al giovine biondo.
« Mi manca,» fece l'Incognito, «la chiarezza e il legame oratorio sufficiente per sodisfare a tanto desiderio; sarei più abile a saltare un muro di due metri
a pie pari, o a camminare a piedi tutta l'Italia! Ma, se tanto vuole, mi proverò. »
Sorrisero alla sua uscita. Godeva infatti una fama incontestata di camminatore indefesso e di agilissimo saltatore.
« Sì, deve dirmelo lei: è giusto che ne sappia qualcosa anch'io; e non voglio saperlo da loro, ma da lei. Lei è un vate, che
parla di rado, ma chiaro e sicuro. »
Il viso del simpatico Incognito si colorì a quel complimento, che non sapeva di meritare; la sua .voce si sprigionò con fatica; e da principio così tenue,
e poco promettente, che pareva venisse di lontano lontano, per fonografo, o di persona rispondente, per modo di dire, da una
caverna. Ma s'andò presto rischiarando a poco alla volta.
[1] La discussione è riportata nel libro La religione nelle scuole, operetta, che, per il miglior conoscimento dei nostri personaggi, si suppone nota al lettore.
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