VIII.

Ecco che videro venir su su Epicàiro con don Ciriaco. Avevan obbligato il prete a rimanere, per dire ormai la messa anche la domenica: un giorno di differenza! e il Belloni non si fece molto pregare. Gli piaceva, quasi a suo dispetto, il luogo e la gente.

Ma apparve piuttosto preoccupato, e diverso dal giorno prima.

Infatti aveva passata la notte, la misteriosa e pensierosa notte, in grandi riflessioni.

O fosse il caldo, ancora veramente vivo, o il letto novo, o le idee nove che lo frastornavano, si levò perché non dormiva, si rivestì, e si mise alla finestra, in maniche di camicia, senza la zimarra.

Gli era entrato l'inferno addosso, un inferno, se vogliamo, che non sapeva addirittura spregiare e riteneva fors'anche necessario. Perverso che l'aveva preveduto, ne gioiva in cuor suo. E non aveva pensato d'agire con lui se non con la pura ragione. Non s'era sognato nemmeno di levargli o fargli levare dalla stanza tutti i quadri, anche di santi guerrieri che c'erano, di fargliene metter degli allegorici adatti alla sua conversione. Neanche per sogno! Aveva però pensato che don Ciriaco alla ragione non dovesse rimanere indifferente.

E così fu difatti. La casa eccezionale dov'era capitato, le persone che prendevan parte alla conversazione, le cose veramente buone che aveva sentito, la gentilezza delle giovani signore che a quella conversazione davano tanta importanza e splendore, quella luce piovuta a illuminare un mondo di cose vecchie e confuse, a spronare la sua inclinazione già smaniosa di verità, avevan risvegliato in tumulto una folla di energie in contrasto che non gli davano pace.

Il cielo era senz'ombra di chiaror lunare; coperto di stelle, per quattro decimi nascoste dalle nuvole: sul piano una caligine scialba.

La mente di don Ciriaco vagava alla persona di Cristo, alle sue parole, a' suoi atti, dall'uno all'altro di continuo, che ora gli si rivelavano in aspetti e in casi terribilmente diversi dai primi; e tutte le ragioni che tirava in campo per reagire, gli riuscivano sfavorevoli. Gesù non è Lui che, avendo tanto rispetto per la persona umana, in qualunque paese, di qualunque razza, à soppresso i cittadini e le patrie, à contrapposto a tutto l'armamento civile antico il semplice uomo, e à detto:

«Il Padre tuo che è nei cieli à contato i capelli del tuo capo, e guai a chi te ne torce uno ?» Che venne in terra col decreto delle molt' anni lacrimata pace, pace di Dio con gli uomini, a patto che facessero pace tra loro: pax in terra hominibus? Come, dunque, poteva ammettere la guerra? Era il Dio biblico chiamato Dio degli eserciti, ma Gesù venne sicuramente per combattere le idee cattive e contradittorie attribuite al Dio biblico, e per ristabilire quelle buone e coerenti. Il Padre, permettendo dopo il diluvio di mangiare la carne degli animali, non proibì di spargere il sangue dell'uomo? Anzi, per infonder negli uomini avversione al sangue, non proibì perfino di mangiare la carne degli animali sanguinante? «Perché io farò vendetta del sangue vostro sopra qualsiasi bestia, e vendicherò l'uccisione d'un uomo sopra l'altro uomo. Il sangue di chi spargerà il sangue dall' uomo sarà sparso dall' uomo, perché Dio à fatto l'ttomo a sua immagine, cioè conforme al bene, coni' è Dio, non al male, com' è il demonio. Voi dunque crescete, e moltiplicate, e diffondetevi sopra la terra, e riempitela. -»

E quasi per darsi piena ragione dell'esattezza di quelle massime, le andava ripetendo nella Volgata: « quicumque effuderit humanum sanguinem, fundetur sanguis illius: ad imaginem quippe Det factus est homo... » -

Poi continuava:

- Sicché, sparger il sangue umano è delitto, e richiama altro sangue. Come può dunque la guerra chiamarsi necessaria ? Necessario il delitto ? E divino ? Dio non può contradirsi, che avrebbe in sé e produrrebbe un male morale. Dio, come dice san Tommaso, non può essere autore del mal morale! Se Egli avesse voluto la distinzione della morte commessa da un uomo e di quella commessa da mille, ne' suoi comandamenti avrebbe detto chiaro: tu non ammazzerai l'uomo, altro che in tempo di guerra. Ma questo non l'à detto, dunque non l'à voluto. E l'esterminio in tempo di guerra portato sui vecchi, sulle donne, sui fanciulli, su città, su paesi interi! E perché Gesù non disse: « Vi amerete gli uni con gli altri, eccetto in tempo di guerra? » Allora i Farisei avrebbero ragione su Lui, quando dicevano: « Tu amerai il tuo prossimo, e odierai il tuo nemico! » E proprio argomentava giusto quel diavol di figliolo di donna Tecla quando asseriva che Gesù era venuto a portar la guerra nelle idee, non contro le persone, e che la spada andava intesa in senso figurato. Non aveva Egli detto allora: « In una casa di cinque persone tre saranno contro due, e due contro tre? Io son venuto a metter la divisione tra il figlio e il padre, tra la figliola e la madre, tra la nuora e la suocera? Da ora innanzi i nemici di ciascuno saranno nella sua casa? Son venuto a portare il foco sulla terra, e tanto meglio se avvampa di già? » Pensieri elevati che non posson esser fraintesi, e significano aver Egli voluto dissolvere il mondo delle viete idee, dei falsi pregiudizi, per ricrearne uno novo, a base di verità. Ma non con la guerra omicida; con la pace, armata di verità. Il suo saluto, come osserva Dante, non era ricchezze, piacere, onori, lunga vita, salute, gagliardia, bellezza, ma Pace! Sia pace a voi! Il sommo Salvatore dava così il sommo dei saluti. Ebbene, è Gesù tale cui ci possiamo permettere d'alterare e modificare i precetti? Non è un Dio venuto in terra a insegnarci con precisione come dobbiamo contenerci, operare? E se Dio è, chi s'attenterà di mutar faccia a' suoi insegnamenti ? Non à Egli detto perfino: « Non giudicate? » E come potremo, oltr'al giudicare, condannare; oltr'al condannare, punire; oltr'al punire, uccidere? Chi può dire che uccidendo un uomo, che crediamo cattivo, noi non gli togliamo il modo di ritornare in sé stesso? Ecco il punto. D'un uomo come di mille, come d'una nazione intera. Cerchi tu d'uccidere i tuoi figli nella collera? O non piuttosto aspetti che torni in te la saviezza e la ragione? E come ti permetti una strage d'uomini nell'esaltazione frenetica del tuo odio bestiale? Se Gesù dice: « Non t'adirare contro il tuo fratello,» può sottintendere: « Uccidilo, all'occasione? » Un uomo non deve offendere, né ammazzare un altro per qualunque offesa abbia ricevuto, e un popolo potrà e dovrà farlo? E dovrà essere educato per farlo? Là non dovrà versare una goccia di sangue, e qua potrà versarne a torrenti? Un uomo deve osservare la religione nella sua famiglia; un popolo di tante famiglie non dovrà osservarla? Allora gì' increduli anno diritto di beffare la religione: a che serve essa? se Gesù à detto: rimettete la spada nel fodero, giacché chiunque adoprerà la spada, morirà per la spada! quale suo vicario potrà attentarsi di dire: sfoderatela ancora, giacché chiunque adoprerà la spada, vivrà per la spada? E se il Salvatore à detto: tutto quello che voi volete che gli uomini facciano per voi, fatelo per loro, come possono volere gli uomini essere scannati? E come dunque le sue parole l' anno potute stiracchiare fino a giustificare la guerra ? -

Ripensava ai commenti dei primi cristiani, alle parole dei Santi Padri, a quelle dei valenti predicatori. Tertulliano e Origene non biasimavano essi perfino il servizio militare come contrario al cristianesimo? San Giovanni, ripetendo nell'Apocalisse la sentenza di Gesù, non aggiunge: Chi condurrà l'uomo in schiavitù, cadrà egli pure in schiavitù? San Pier Damiano non dice che il sacerdozio non deve mai brandire armi materiali? Ma deve farle brandire ? Allora è lo stesso. - Ahimè, la guerra gli pareva sempre chiarita come un gran delitto, un grande omicidio. Rimuginava le teorie de' suoi maestri, le argomentazioni filosofiche:

- Il padre Lacordaire à detto: « C'è un Dio se c'è una verità! » e la verità qui c'è, o Dio non ci sarebbe, perché la ragione non è che la vista della verità, e quel che è contrario alla verità non può esser divino.

- San Tommaso à scritto: «La certezza della ragione vien da questo: che Dio c'illumina e ci parla. » Ora Dio ci à illuminato per mèzzo della rivelazione, e la rivelazione smentisce la guerra, l'aborre, la maledice. La guerra non viene da Dio, avendo egli maledetto il primo uomo assassino; ma dagli uomini, che attribuirono a Dio idee non divine, e le perpetuarono con l'odio. L'evangelo nega all'uomo il diritto d'odiare, e nega la possibilità della vendetta, dunque anche la possibilità della guerra. Non può la morale cambiare per aumento di persone. Quel che fu interdetto a uno dev'essere interdetto a dieci, a mille, a un milione, o la legge non sarebbe più tale. Neanche i re e i capi degli Stati posson sottrarsi alla legge; anzi devon essere i primi a rispettarla, altrimenti sono decaduti virtualmente dal loro seggio, come è nullo un atto non riconosciuto autentico. Né essi possono bandire una guerra, e obbligarvi i sudditi, senz' assumersi la responsabilità dell'orrendo delitto. E perché dunque i re bandiscono le guerre? Perché i popoli devon obbedire, e spingersi all'omicidio contro ogni ragione ? Ah, tra loro entrano con frode i lupi che contano le agnelle, le vendono, le mangiano. Ah, Gesù annunziatosi con la parabola del buon Pastore, per il salvatore dei popoli, è gabbato da, quelli stessi che si vantano dal suo nome. Essi inveiscono contro il pacifico gregge, e Gesù a che pensa?

- Non diceva egli così: « Il ladro non viene che per rubare e ammazzare e distrugger le pecore; ma io son venuto perché abbiano vita, e abbondino? » Parole sante, immortali! Chi vi à velato e nascosto agli uomini finora? Egli à detto: « Quest'è il mio comandamento: che voi vi amiate gli uni gli altri, come io ò amati voi.» E quando, condotto davanti al sommo sacerdote, ebbe parlato, e un soldato lo percosse con una mazza, Gesù gli osservò: « Se io ò detto male, di' il male che ò detto; ma se ò detto bene, perché mi percoti? » E qui sta veramente tutto il succo della sua dottrina. Esporre le ragioni e la verità; correggere se uno sbaglia, non offenderlo, non che ucciderlo.

Ora, perché la Chiesa aveva autorizzato e fatto le guerre, contrariamente alla dottrina così esplicita di Cristo e così ripugnanti alla ragione e al diritto umano ? - Non trovava come giustificarla. Si presentava alla conversazione molto umiliato.

Avevan sempre discorso di cronaca e di politica, quando Schicchirillo, che ancora si smammolava per Càrite, pensando: - Una bocca che strappa i baci al più freddo degli uomini, e, quel che è peggio, traditora! pare accomodata per aspettarli, - Schicchirillo, che è come le mosche d'agosto, ricominciò a attaccar briga. Vòlto al Sensati, gli fece, sospirando, con viso mansueto e modesto:

« Credi, amico, che iersera non avevo nessuna intenzione di farti inquietare. »

Sensati accennò col capo indifferenza, poi aggiunse:

« Lasciamola lì! o sbrigatevela tra voi due! »

Schicchirillo sentiva il prurito di riabilitarsi. La lezione breve, ma nobile, avuta dal senatore la sera prima, aveva fatto impressione più che non si sarebbe creduto sulla sua pèlle di pachiderma opportunista. Dunque se la sua parola era stata troppo cinica, era il caso di mostrarsi ora più umani, più ragionatori veri, da contentare anche Sensati.

Già non stava più alle mosse, quando, rivolto a Perverso, che si divertiva con Mentana, e la interrogava scherzando, per farla dire, « pro Jupiter! » gli fece con tono scherzoso ; «levami una curiosità, tanto per mia quiete, è vero o no che a quanto affermai ieri in genere (lasciamo andare alcune cose troppo mal colorite e che giustamente dettero nel naso al buon amico), è vero che non puoi opporre nulla? è vero che la Chiesa à ragione, e che Cristo à torto? »

Perverso non se ne dava per inteso; non rispondeva; ma Schicchirillo seccante lo tentò di novo. Il giovine allora gli rispose:

« Non c'è sugo, caro Schicchirillo, non c'è sugo. Se fossi persuaso, quando tu dici: - la Chiesa à ragione, - che tu credessi nella ragione, io non avrei difficoltà a risponderti. Ma il fatto mi dimostra assolutamente il contrario. Tu non credi alla ragione, che per te è un tir' e molla: difendere e combattere ugualmente lo stesso tèma; tu sei una specie di Caneade, brav' uomo del resto. »

Schicchirillo spiritosamente si finse offeso: paragonarlo a un nome che significava oscurità, nullità! Ma presto fece sentire che aveva capito bene, e che conosceva benissimo il valore di Cameade; e ringraziò l'amico dell'onore che gli faceva immeritato.

« Troppo onore davvero ; ma non sono Cameade, io ci credo alla ragione ; ben inteso però, la ragione ultima, vera, senz' appello, senz' uscita, che nasca, non contradica i fatti, ferma come una torre. E allora non Vangeli, non Cristo, non Bibbia, non divinità; cose da rammentare in Chiesa; o al più citarle in modo che non siano mai base d'argomentazione. Semplicemente i fatti. »

« Ebbene,» disse Perverso voltandosi a lui, «ebbene, quand' è così, ma proprio così, io ti dò carta bianca di richiamarmi ai fatti, appena devio dalla ragione ultima. Ti piace ? sei contento ? »

Il commendatore fu contentissimo. Non accettar battaglia, trattarlo con indifferenza, era una desolazione del suo spirito.

Sicché rispose raggiante:

« Accètto. »

« Ebbene, amico Schicchirillo, tu ammetti la ragione ? Ripetimelo perché io non credo ancora a' miei orecchi. »

« Via, è superfluo rispondere. »

Perverso con maniera carezzevole, insinuante, come si farebbe con una donnina o un bambino, cominciò:

« Dunque, ammetti anche tu, come Pio Vili, che per influire utilmente sugli uomini, specialmente oggi, non rimane altro mèzzo che quello di prenderli con la ragione; e che dunque la ragione sia capace di convertire gli uomini. »

Fosse l'aver rammentato Pio Vili, o che altro, Schicchirillo rispose un po' stizzito: «Piano, questo non è detto. Che agisca su certi individui dotati di molta volontà, può darsi. Che influisca sulle masse, questo no; almeno così poco che in cent'anni, come mastro Adamo da Brescia, non farebbe un' oncia. La ragione è di qualche uomo privilegiato, non degli uomini. »

« Tu non credi dunque, come il Condorcet, alla perfettibilità dello spirito umano! tu non ammetti nemmeno che da qualche uomo la ragione si propaghi alle moltitudini, e che queste a poco a poco vadano modificando sensibilmente dietro lo spirito della ragione i propri costumi, tanto che voltandosi indietro nella storia, noi ne possiamo vedere gli straordinari cambiamenti! »

« Non trovo fatti che me lo provino. L'uomo mi par sempre, volta e rivolta, lo stesso.»

« Sicché negherai che anche i despoti abbiano avuto paura della ragione.»

« La paura non è che una formido vana

« Come va che nel pubblico c'è la smania di voler sempre conoscere i fatti, sentire le parti avverse, per giudicare, come dice la lingua, secondo ragione ? I partiti anche più restii non vengon essi trascinati da questa forza? E un oratore non tira dietro tanta folla? non forma proseliti e màrtiri? Non sono gli scrittori e gli oratori iniziatori sempre di rivoluzioni e di sommosse, e però temuti dai tiranni ? Perché a Socrate dettero a bere la cicuta come corruttore dei giovani, e Gesù lo crocifissero come seduttore del popolo ? Usavano quei due qualche cos'altro che non fosse la parola e la ragione? E come avvenne che Lutero strappò alla Chiesa cattolica mèzza Europa, non sventolando se non questa odiata bandiera?»

« C'erano anche altri interessi concomitanti, va' là! »

« E gl'interessi non fanno parte della ragione ? Anzi ragione non significa veramente conto? e con ragione i nostri vecchi non chiamavano gli affari, il diritto, l'indipendenza, la giustizia, la mallevadoria, il tribunale ? e Venezia non era terra di ragione? e render ragione non significava render i conti e giustificare l'opera propria in ogni ufficio? E pacare e pagare non sono la stessa parola?»

« Sì, ma è però più l'apparenza che la realtà della ragione e del timore di quella.»

« Se però la pura apparenza d'una cosa à tanta efficacia, che sarà della cosa stessa ? Il pregiudizio e la suprestizione che altro sono se non ragioni guaste e invecchiate o avariate? Quello per venir troppo prima, questa troppo dopo dei fatti, ma che testimoniano, in fondo, della ragione esistente, come il grano marcio e gli animali fossili fanno pensare al grano buono e agli animali una volta viventi, oggi scomparsi. »

« Va bene, ammetto, la ragione esiste; l'ammettevo anche prima; ma nego che apporti una modificazione reale nei costumi. L'uomo attraverso ai secoli nella sostanza rimane sempre lo stesso ; è specialmente umile e devoto a chi lo bastona. »

Perverso guardava Ghigo e Mentana che giù in fondo alla Montagnola sull'altalena andavano con grande slancio quasi a toccar coi piedi i rami dei lecci.

« Piano, Ghigo, giudizio! »

Poi vòltosi Schicchirillo:

« Casco dalle nuvole! Non sei tu che lunedì spiegavi scientificamente a mia cognata come e qualmente il cannibalismo sia stato nel mondo a' tempi antichi una pratica universale, spesso santificata dalle religioni? Non eri tu che dicevi come esso appartenesse a tutte le razze umane, e che durò per tanti e tanti secoli quanti non ne sogna la storia? »

Schicchirillo si turbò: le gote verdastre si colorirono un momento, e balbettò:

« Sì, ma.... »

Perverso incalzò.

« Tu descrivesti coi colori più vivi d'un efficace scrittore italiano i costumi degli Aztechi, popolo per tante cose piuttosto civile che barbaro, rammentandoci la moltitudine dei prigionieri che facevano in guerra, poi come al finire d'ogni cinquantadue anni, temendo lo sconquasso del mondo, e che il sole si spengesse per la quinta volta, dopo preghiere, digiuni e pianti, rotti i vasi domestici, distrutti i gioielli, il sommo sacerdote s'avviava con silenziosa e mesta processione sui monti, e lassù, esaminando il corso delle Pleiadi, quando esse piegavano sul meridiano, afferrava uno dei prigionieri, lo sdraiava supino sulla pietra, quattro sacerdoti lo tenevano fermo per le braccia e per le gambe, un quinto gli premeva la gola, finché il pontefice con un coltello di pietra gli trapassava il petto, e strappatogli il cuore, ancor palpitante l'offriva al cielo. Poi, la vittima bruciata su un immenso rogo, che doveva esser visto come vampa di vulcano in tutto il cerchio delle montagne, sùbito un'orda di sacerdoti, di terra in terra correva a portare il foco novello, passandosi la face di mano in mano dai monti ai mari, mentre i padri e le madri con la punta delle àgavi cavavan sangue ai bambini, e in ogni città sulle alte piramidi si facevano sacrifizi di prigionieri, fin alla mattina quando cominciavano i conviti e le danze, che duravano dodici e tredici giorni, nei quali le carni umane dei sacrificati eran comunicate alle famiglie come partecipazione sacra ai credenti, e abbrustolite le mangiavano santamente con la polenta di granturco. »

« Che orrore!» esclamarono donna Claudia e Càrite.

« Raccontasti questo?» domandò Perverso.

« Eh altro, se lo raccontò!» fece donna Claudia

« Ma sì, si sa!» ribatté Schicchirillo.

« Non pare. E tu mi obblighi a crescer l'orrore dei presenti, terminando il tuo racconto dicendo che non solo mangiavano i popoli vinti, ma gli stessi figlioli! »

Càrite volse addirittura il viso, e Claudia fece:

« Oh Dio!»

Poi aggiunse storcendo la bocca:

« Che gente bestiale! »

« E per questo si capisce che avesse a sparire,» osservò Schicchirillo.

« Nient'affatto! nient'affatto!» ribatté il giovine ; «nego che fosse più bestiale di noi. Eran le idee che li rendevano bestie. I nostri Cartaginesi ricoprivan le strida de' loro fanciulli gettati nella fornace, con tamburi e con suoni: i sacerdoti, che, non lo stento a credere, saranno stati bravi uomini, chiedevano ferocemente queste vittime, e le madri si affaticavano non di rado con l'inganno a sostituire delle piccole bestie a' propri bambini. Tal e quale succede a noi! Per loro natura i Fenici antichi e moderni sono uomini come tutti gli altri: certo buoni, e non mancano di pietà, tutt'altro! Allora e ora la gente più terribile è sempre la più proba e la più santa, quella che à da salvar qualche idea, che di qualche idea è infatuata, persone che sarebbero e sono eccellenti, se le togli dal vortice in cui sono entrate. Come don Chisciotte davanti ai sogni cavallereschi, pèrdono il lume d'ogni ragione, se devono salvare il palladio, di cui si son messi a custodia. è una mancanza assoluta del sentimento della proporzione e dell' insieme delle cose che spinge gli uomini anche più miti per natura, come i neri, o come i nostri bianchi, buoni religiosamente parlando, e devoti, a compiere gli eccessi più orribili di crudeltà. Sotto l'accesso della collera, venuta da un sentimento non educato a considerare le relazioni delle cose, il negro e il bianco diventano freneticamente e raffinatamente crudeli. In certi paesi della Guinea il condannato a morte è gettato, piedi e mani legati, vicino a uno di quegli enormi formicai così frequenti nei paesi tropicali, e lì si abbandona finché non l'abbiano divorato. Così per la loro mania religiosa i nostri buoni cristiani del Medio Evo (oh se Cristo fosse ritornato a vedere i risultati dell'opera sua!) bruciavano e scannavano allegramente un' infinità di persone che avrebbero dovuto amare e rispettare; così i sacerdoti aztechi sacrificavano turbe intere agli dei della pioggia, come noi le sacrifichiamo agli dei della guerra e dell'odio e dell'interesse ; e li spingevano al luogo di morte splendidamente adorni, e con canti e suoni, come noi ce li spingiamo con le divise colorate e coi galloni, al suono delle trombe e delle fanfare. Accompagnandoceli, la gente piangeva tutta quanta, come non piangiamo noi alla partenza de' nostri soldati. Quando un giovine nemico era preso sul campo, era destinato a morire, ma essi n'avevano compassione, e lo trattavano bene: lo tenevano per un anno intero in una lieta brigata di giovani suoi pari, lo vestivano sfarzosamente con gli abiti e le insegne divine, lo accompagnavano con suoni e melodie sulle acque del lago ; e il prigioniero stesso, che pur sapeva d'essere sacrato alla morte, se ne mostrava contento né più né meno dei nostri che vanno in festa sui campi di battaglia. Egli cantava, danzava, sonava il flauto, glorioso di sacrificarsi così per la salute del suo simile. La gente accorreva a vederlo passare, e gli faceva plauso come a un Dio; a lui i cibi e le bevande più squisite, un letto di piume sparso dei fiori più gentili, a lui fumo di tabacco misto a' più graziosi aromi, come qualche volta i nostri concittadini a'soldati che mandano al macello:; gli facevano poi dono di quattro bellissime giovani tolte al chiostro perché lo consolassero de' loro vergini amori. Questo non facciamo ancora noi. Le ragazze, dopo un anno d'ebbrezze infinite, gli erano scorta amorosa nell'ultima notte fatale: l'accompagnavano fuori della città, finché in un dato punto I sacerdoti acquattati non sbucavano, e agguantato all' improvviso il meschino, trattolo per i capelli sulla fatale piramide, rovesciatolo su quella, soffocati nella gola i suoi gemiti, il cuore strappato, e il cadavere gettato caldo ai devoti, lo portavano a spalla negli orribili conviti. »

Tutti sentirono un brivido a quel racconto, mentre Schicchirillo ripeteva:

« Son cose che si sanno, ma che non concludono. II caso è differente. »

« La differenza, se voi ragionate, sta in questo, che noi i cadaveri non li mangiamo ; li piangiamo, e li chiamiamo eroi. Mi pare che non sia un'attenuante per noi; mangiarli dice un movente brutale, ma non vano ; ammazzarli invece per piangerli è una scimunitaggine. Quei cannibali, che vuoi? mi paiono più in carattere, più generosi, più ragionevoli. »

« Esagerazioni indegne di te,» fece Schicchirillo, «e della tua intelligenza. Natura t'à provvisto bene: tu ne usi male. »

« Sempre così quando si dice il vero ; ma questo non toglie che le generazioni future ci appaieranno ai cannibali ; solo ci chiameranno più ipocriti e più abominevoli, perché noi, gente crudele e incosciente, abbiamo la faccia tosta di chiamarci ragionevoli, civili e... cristiani!!»

« Ma lasciamelo da parte questo benedetto Cristo, e non deviamo. Al fatto! »

« Al fatto! E vero dunque o no che il cannibalismo è durato un' infinità di secoli e che ora è quasi scomparso? »

« È vero. »

« E è vero che sia scomparso per la ragione o contro la ragione ? »

« Per la ragione. »

« Un altro fatto. La società smise di farsi giudice e parte nel tempo stesso: creò leggi e diritti, condannando la violenza: questo per omaggio alla ragione o al torto? »

« Qualche volta al torto, tant' è vero che gli uomini tornano alla violenza.»

« Tornano alla violenza quand' è avvenuto da una parte o dall'altra o da tutt'e due le parti un indebolimento della ragione o quando tutti sono nella pienezza della ragione?»

« Evidentemente quando c'è da una parte almeno un indebolimento di ragione. »

« I ciechi anticamente li abbandonavano a sé stessi o alla carità pubblica ; i vecchi li buttavano al carnaio ; oggi sentiamo pietà di questi e di quelli, cercando di guarirli e di mantenerli: è un progresso ragionevole o contro ragione?»

« Ragionevole.»

« E, speriamo, che data la vista ai ciechi, non vorremo toglierla ai veggenti. Il sacrifizio delle vittime sugli altari, prima d'umani e poi d'animali, le lotte dei gladiatori nelle arene, anche diecimila gladiatori sgozzati per il bel muso d'un imperatore che arrivava; feste e sgozzamenti così inebrianti e cari allora, come oggi sarebbero ripugnanti: chi tollererebbe di veder le bestie feroci nei circhi alle prese con gli uomini? E l'adorazione di numi, che non avevan più significato, tutto questo non scomparve? Certi vizi e certi costumi, lo sposarsi, per esempio, delle figliole coi padri, dei fratelli con le sorelle, ecc. ecc., credi tu che sian cessati per la ragione o contro la ragione ?»

« Per la ragione. »

« E le cessate vendette barbare nelle guerre in cui le persone inermi delle città erano passate a ferro e a foco, era tagliata la mano destra a tutti i difensori d'una città, le case devastate, incendiate ; e la cominciata emancipazione dei vassalli, a cui rompendo la potenza feudale, vennero prima due malviste città italiane, sicché i signori non poteron più imporre ai contadini la cultura obbligatoria dei campi, e dovettero piegarsi alla mezzadria, ai livelli ancora vigenti; la schiavitù durata fin a ieri, che gì' Inglesi difendevano a spada tratta con la Bibbia alla mano, per amore de' loro interessi, questo e altro credi che avvenisse per amore della ragione o per odio ? »

« A dir il vero per amore d'una creduta ragione più che d'una vera: in fondo si riduce a un sentimentalismo morboso, giacché, se ci ripensi bene, agli schiavi i padroni danno almeno da mangiare ; mentre un'infinità di gente che oggi non si dice più schiava, à solo la libertà di rubare o di morire di fame nel mèzzo della strada.»

« Sta bene ; ma non deviamo, dico ora a te: l'argomento è in tuo sfavore: bastò un libriccino che mostrasse la schiavitù esser contraria alla ragione perché fosse abolita anche questa. Sicché è, o no, questa benedetta ragione, anche solo apparente, che cambia leggi e costumi ?»

« Non lo nego. »

« O la tortura, i supplizi infiniti che si dettero fin al secolo scorso, la rota, la pena di morte, sono sì, o no, caduti sotto i colpi della ragione? »

« Pur troppo.»

« San Tommaso difendeva la tortura e le crudeltà del medio evo; Dante inneggiava ai terribili inquisitori, facendo l'apologia di san Domenico

Benigno a' suoi ed ai nemici crudo;


sotto Luigi XIV s'arrotavano i protestanti per una semplice divergenza d'opinione religiosa. È la ragione dunque che à levato tutto questo ? »

« Passi per la ragione. »

« E credi tu che essa non potrà seguitare a levarne ancora ? »

« Pur troppo. »

« Le guerre con le armi avvelenate, con le macchine infernali, con l'olio di vetriolo, con l'acqua e l'olio bollente, con la calce e altri mèzzi di distruzione; e viceversa la pietà d'una croce rossa, creata il 1863, e gli ospedali di campo rispettati da un secolo, sono o non sono, semplici impiastri quanto tu vuoi, ma insomma effetti della ragione ? »

« Non nego.»

« Così la Roma antica non riscattava i prigionieri, perché considerava doversi o vincere o morire. E dal canto suo aveva ragione ; ma oggi si riscattano i prigionieri, perché non sapendo ancora abolire le guerre, tiriamo avanti finché si può, e consideriamo questo come un minor male. E, se non sbaglio, è pure effetto di ragione, sia pure ragione poco lodevole. »

« Sì, una ragione isterica. »

« Nel secolo XIII un signore armava i suoi vassalli e partiva in guerra contro un suo vicino. Oggi sarebbe delitto. E delitto sarebbe ammazzare un uomo, quando non fosse per difesa. Guido di Montfort nella chiesa di Viterbo, senza riguardo al luogo né alle persone, saltò addossò al giovine principe Enrico di Cornovaglia, presso l'altare, lo pugnalò, trascinò il cadavere per i capelli, e lo buttò sulla gradinata del tempio. Tutto questo in presenza dei cardinali, del re di Sicilia e di quello di Francia. Né a lui fu torto un capello, anzi il papa dodici anni dopo lo chiamava figliolo dilettissimo e lo creava generale ai servizi della Chiesa. Solo Dante, cristiano, non tenne in nessun conto la benevolenza papale, e ficcò nell'inferno tra gli assassini il generale assassino. Ora, dimmi sotto quest'aspetto, un po' di progresso s'è fatto, per quanto sia poco? E ti spingeresti-a dirlo un progresso dovuto alla ragione?»

« Sta bene.»

« E se non fosse che il mondo à camminato molto a ritroso dell'omicidio, Lorenzino de' Medici non equivarrebbe a Bruto? il regicidio non sarebbe in certi casi una virtù? e le polizie ricorrerebbero a simularne ogni tanto qualcuno per meglio fortificare in sella un sovrano anche odiato?»

« Può parer vero. »

« E che le donne dall'essere cagione di guerra, e poi preda di guerra, e poi màrtiri della guerra, perché costrette a pianger la partenza e poi la morte e lo strazio dei genitori, dei fratelli, dei mariti, degli amanti, dei figli, sian passate a esser sul campo le eroine della guerra, a curare, non potendo o non sapendo impedirli, gli strazi dei propri cari, che gli uomini fanno con le armi, credi tu che sia stato un progresso secondo o contro la ragione? »

« Secondo la ragione. »

« Non credi che domani, giacché il mondo avanza continuamente, esse donne non potrebbero tentare un altro passo, e quello che fecero le Sabine per una guerra sola, esse non lo potrebbero fare per tutte le guerre, chiedendone risolutamente la fine? »

« Potrebbe darsi, ma sarebbe una sventura. »

« Non corriamo troppo. Potrebbe ? »

« Potrebbe. »

« Se un abissino prende oggi un àscaro in guerra e lo mutila, voi dite: - barbarie! - perché voi ¦ non lo fareste ; domani una nova società, vedendo che degli uomini vanno su un campo a mutilarsi, e a scannarsi l'un l'altro, potrebbe dire ugualmente: - barbarie! - e smetter di farlo? »

« Potrebbe. »

« Ammetti tu che la ragione arrivi perfino a modificare una fede religiosa, che pur saremmo tentati di ritenere incrollabile, come la ritengono quelli che la professano e a cui insinuano con l'educazione di stare ben saldamente attaccati? »

« Ci arriva sì! di religioni ne son cadute tante finora ; posson continuare a cadere, anzi cadranno sicuramente tutte, e... altre verranno. »

« Mi fa piacere che tu la pensi così. In fondo, non è vero? tutte le credenze religiose ebbero da principio un fondamento di ragione ; e quando divennero suprestizioni, cedettero a poco a poco sotto l'impulso della ragione conculcata, che si vendicava scemandone il valore, e a poco a poco distruggendole. La ragione e la suprestizione sono come il giorno e l'anno astronomico di fronte al giorno e l'anno convenzionale. Noi possiamo tirare avanti a dispetto del sole e della luna a contare il tempo; ma viene il momento che Cesare, supremo pontefice, darà la vittoria alla scienza e alla ragione riformando il calendario. O dimmi: che forse la ragione e il giusto non lo avremo a riconoscere altro che nelle osservazioni meteorologiche e solari ? Tu dici di no, dunque segnamo quest'altra vittoria della ragione, e verifichiamo col tuo Hegel vera la sentenza che il mondo non è, ma diventa. Così, dimmi, sei ugualmente persuaso che un vizio morale, invocato, sia pure ripetutamente, molto ripetutamente, il sussidio della ragione, possa esser conosciuto in tutta la sua bruttezza e deformità e miseria che porta, essere scansato, sicché gradatamente, come insegna il poeta, con lenta e assidua fatica allontanandocene, noi siamo spinti a salire all'opposto, al bene morale, a quella felicità che gli uomini possono appunto trovare nel praticar la virtù e la giustizia ? tu dici di sì: dunque sul punto primo, che cioè la ragione, anche solo quand'è apparente, obblighi l'uomo a cambiarsi, a modificarsi ne' suoi costumi e nelle sue leggi,' sei d'accordo ? »

« Son d'accordo; ma ecco quello che non posso ammettere: che i popoli non siano un complesso d'uomini, e che la ragione possa mai persuader l'uomo a non fare il proprio piacere, a non seguire i suoi gusti, a modificarsi al punto di non aver più nervi, di metamorfosarsi in una marmotta, di non vendicarsi contro chi l'offende, di non pestare e ammazzare una vipera che gli s'avventa. I nervi, volere o no, ci spingono a una ribellione contro il male, né la ragione varrà a fare star fermo uno che è irritato. Parlar di pietà e di civiltà quando siamo in collera, neanche le religioni possono consigliarlo. Esse giustificano, se non santificano l'ira:

Fossi papa, scusatemi, a momenti,
L'ira la metterei fra i sacramenti.

Sicché, di necessità, l'ubbia di Cristo della pace universale si perse nel cristianesimo come un granello nel mare ; e io ò conosciuto un prete di spirito che diceva: - Sì, obbedisco al precetto del Vangelo: porgo l'altra guancia; ma avuto il secondo schiaffo, l'obbligo mio verso il mio nemico è finito: smette lui, comincio io! - »

L'uscita parve così spiritosa davvero, che risero tutti, anche don Ciriaco; sicché Schicchirillo contento continuò:

« I cristiani fecero più guerre, e più atroci, dei pagani stessi, perché la ragione delle ragioni è che la guerra non è barbara, che è legge di natura; e come tale indiscutilmente uno strumento civile. Con che coraggio dunque l'accusate di barbarie ? La lotta è la vita ; la vita non è che un combattimento perpetuo: te lo insegnano gli animali, che si mangiano l'un con l'altro. Come possiamo dunque escluder la guerra? Le soldat fati la soupe, et la soupe fati le soldat ! La pace è la soppressione della lotta e dunque anche della vita. Abolisci tutti i desidèri, avrai la pace, ma avrai la morte. Finché i desidèri rimangono, rimane la vita, e rimane la guerra. Vuoi l'immagine della pace perpetua? Il cimitero. Ricrediti, mio caro! Perché col tuo ingegno cercherai d'aiutare quegli accademici che voglion rendere imbelle l'umanità, togliere un mèzzo morale, fatale quanto vuoi, ma necessario, indispensabile, urgente, unico capace di svegliar le nazioni addormentate, mèzzo che esercita una felice influenza sui costumi, che fa rifiorire le arti e le scienze e crea il progresso. Chiamalo male; ma anche il veleno è un male, che dato a tempo può correggere i difetti del sangue ; anche un ferro che taglia è un male, ma adoprato bene è un bene, e il chirurgo compie con quello operazioni maravigliose. Ecco, la guerra è, lasciamelo dire, una cura ferruginosa che fortifica l'umanità, è il ferro del chirurgo che ti risana l'organismo, più benefica ancora ai vinti che ai vincitori, i quali, infatuati della vittoria, presto si corrompono, e tornano a esser vinti ; per questo l'umanità si pareggia, e nelle sue stragi e nel suo moto continuo resta sana.

Limpida è l'onda
Rotta tra' sassi, e se ristagna è impura
Brando che inutil giace,
Splendeva in guerra, è rugginoso in pace.

Per questo, come diceva Hegel e Prudhon (due filosofi così diversi, concordi in una cosa di tanta importanza, attendi bene) le guerre san sempre giuste, perché sono i fatti, e i fatti non sono che avvenimenti naturali, per questo logici ; la guerra non è che una specie di gastigo divino alle nazioni colpevoli. Quando il piatto dei delitti è sovraccarico e trabocca, la divina Natura (altri dica Dio o l'Onnipotente; dà come una missione vendicatrice all' angelo sterminatore della guerra, il quale vola a spargere a torrenti il sangue delle nazioni infette: sangue che farà ribrezzo, ma che lava le colpe, e da quello la vittoria con le sue ali candide s'inalza a proclamare la pace. »

Un vero tour de force, non veramente disprezzabile.

Sicché anche questa volta si tacque meravigliato della propria eloquenza e della memoria; levò dal taschino del soprabito il portasigarette, ne prese una, la mise nel bocchino, l'accese, e accavallando una gamba sull'altra, inclinando il capo sulla spalla destra, guardò, dolcemente fumando, prima Càrite, poi l'avversario, come dicesse:

« Puoi tu rispondere ? »

Ghigo e Mentana, smessa l'altalena, eran saliti sul tandem, e correvano nei viali ombrosi del parco.

« Ghigo, giudizio,» gli disse lo zio, «non correr troppo. Mentana, ài capito ? »

Il prete, che sempre taceva, a quel nome si voltò sorpreso. Aveva inteso bene? si chiamava Mentana davvero quella bambina?

Schicchirillo aspettava ancora. Finalmente il giovine si volse:

« Son curiosi,» disse, «certi tuoi argomenti di molta fosforescenza, che alla prima impressionano... le menti vergini. Ieri mi dicesti: le donne! le donne! amano solo i soldati! oggi mi reciti: limpida è l'onda! Se le donne amano i soldati, soltanto perché soldati e uccisori d'uomini, tu ammetterai che dovranno amarli ugualmente di qualunque arma, e anche senza l'uniforme: vestiti da borghesi, senza apparenze cromatiche e crisocale ai loro occhi farebbero lo stesso effetto. Così giureresti che a' militari le mogli sono fedeli più che agli altri uomini: li adorano addirittura. La contessa Lara, per esempio, amerà più il suo bel marito capitano che un giovinottino imberbe!... »

Schicchirillo si sentì perduto, ma non si sottomise. Disse: «Oh! oh! codesti son paradossi. Codesti non sono esempi. »

« L'acqua è limpida, rotta tra i sassi?» continuò impavido Perverso. «E dire che gli scienziati oggi negano esser l'acqua smossa sempre più pura dell'acqua in riposo. »

Il commendatore si mise la testa fra le due mani. «Ancora un'altra! Ancora un'altra! Ma in che mondo si vive ormai ?! »

« Questi argomenti però te li abbandono,» continuò placido il giovine. «Veniamo al sostanziale. »

« È meglio. »

« Prima ài negato alla mente degli uomini la ragione ; ora dal loro cuore escludi la pietà. »

« Non l'escludo. Oh Dio, tutti siamo pietosi. Chi è che vedendo cadere un vecchio, non lo raccatta ? Quando avrò domato il nemico, perché non gli perdonerò ? »

« Andiamo per ordine. Tu dici: la guerra è legge di natura: lo fanno le bestie di distruggersi a vicenda. Nego che la stessa specie si mangino tra loro: cane non mangia cane, dice un proverbio ; ma poi se la legge degli animali dovesse servire agli uomini, ammesso che gli esseri inferiori si mangin tra loro, e abbiano a insegnare a noi, esseri superiori, legge nostra dovrebbe essere il cannibalismo; e il furto e l'assassinio sarebbero cose puramente e direttamente legali e civili. Poi, neghi agli uomini la pietà, giacché me ne fai una virtù facoltativa, da mettersi in uso quando ci pare e piace, non quando si deve. Allora anche un mulo è pietoso, giacché non sempre ti finisce gli stinchi dai calci, né sempre ti rovina le mani dai morsi. Se gli uomini devono, come dici, regolarsi per l'impulso dei nervi, se chi è irritato non può risparmiare il delitto, o non è obbligo che possa, l'ubriaco, o il malato coi nervi alterati, non anno torto d'uccidere ; e tutti i delitti voi dovete non condannarli, come fate, ma premiarli. Shylock non parlava altrimenti di sé, quando il doge gli consigliava d'essere umano con Antonio, e di voler risparmiare al suo debitore la libbra di carne del proprio corpo che gli doveva, contentandosi di prendere il doppio, il triplo, il decuplo dei denari prestatigli. Che rispondeva Shylock ? - Mi domanderete perché io preferisca una libbra di carne morta a tremila ducati! Ebbene, io rispondo solamente questo: che è un mio capriccio. Ma è una risposta sufficiente. Se un topo mi dà noia in casa, e io voglio spendere anche diecimila scudi per avvelenarlo, che forse non son padrone? Ci son tanti che avrebbero schifo di vedere su una bella tavola apparecchiata una porchetta arrostita, a bocca aperta ; altri darebbero in ismanie a vedere un gatto; un altro non tien l'orina se sonano una cornamusa: perché ? perché i nervi son padroni di noi, e governano le simpatie e le antipatie di ciascuno. Se loro son fatti così, chi vorrà proibire a me d'odiare cordialmente il mio debitore ? Non dico bene? - Certo diceva bene ; e anche l'amico Schicchirillo dice altrettanto bene che Shylock. Quando i nervi sono irritati, neanche le religioni possono imporre la giustizia e la pietà. Io calerò la mano sul mio fratello, e lo annienterò.»

« Ma chi ti dice che sia tuo fratello ? La civiltà, il progresso non vogliono ostacoli ; e se li trovano, li atterrano: se quell'ostacolo è un uomo, cade l'uomo!

Eccelsa, segreta
Nel buio degli anni
Dio pose la mèta
De' nobili affanni
Con brando e con fiaccola
Sull'erta fatale
Ascendi, mortale!


È un prete che canta così.»

« Una pregiudiziale. Quel brando è per figura ; e quando si trattasse di brando reale è per le piante e per le fiere ; altrimenti il poeta non sarebbe né civile, né cristiano. Che fece Garibaldi a Aspromonte ? Si trovò di fronte a dei fratelli, e proibì di tirare; e fu magnanimo. Lasciò gli altri che tirassero e ferissero: per poco non rimase morto. Ora metti una mente più vasta e più profonda, quella di Cristo, che considera tutti gli uomini fratelli, e non avrebbe che a ripetersi il fatto, costantemente. Ma nel nostro ragionamento dobbiamo proceder con ordine ; non pencoliamo, non deviamo. Vedi, stamani, tu per non aver serbato l'equilibrio, e' è mancato poco che non ti rovini ; e il tuo soprabito ne conserva sempre le tracce. Ordine dunque. Tu dici che le guerre son sempre giuste, ripetendo il giudizio di Hegel e di Proudhon, questi due filosofi così diversi e così compagni in una cosa ; e che sono esse una specie di giudizio divino. »

« È certo. »

« Veramente, avrei un'altra pregiudiziale da opporre. L'altro giorno tu accusavi, e giustamente, le religioni, compresa la cristiana, di metter suprestiziosamente e anche maliziosamente, sempre Dio in ballo come quello che vuole, o almeno permette, i mali ; e quando succede un guaio, è Dio che l'à voluto: una pèste ? è stata mandata da Dio ; uno sterminio ? anche. Gesù, che di tanto e così grandemente precedette la vera civiltà, lo negava, e diceva a' Farisei: - Che in Galilea da Pilato il sangue di molte persone sia stato versato con quello de' loro sacrifizi, cioè che l'abbia fatti scannare mentre attendevano a scannare delle vittime, è vero ; ma gli altri rimasti vivi non sono meno peccatori di quelli scannati ; che diciotto uomini son caduti sotto la torre di Siloe, è vero, ma non avevano più peccati degli altri rimasti incolumi. - Il, nostro filosofo Schicchirillo invece, venuto diciotto secoli dopo Cristo, ripete ancora l'argomento degli antichi Farisei, e correggendo Cristo, dice: un popolo è sterminato ? E la divina Natura (chiamatela Dio, chiamatela Onnipotente, chiamatela come volete) ohe à mandato per vendetta il suo angelo sterminatore! E gli altri popoli che rimangono incolumi, di conseguenza, sono meno peccatori di quelli sterminati! E se un imperatore prepara una guerra con mille navi e la furia dell' Oceano glie le disperde, sicché è costretto a veder la sua nazione rovinata e il popolo che voleva abbattere, libero; tu, ateo, diresti che è stato il volere di Dio, o la sapienza del caso! Sono scherzi. Ma lasciamo la pregiudiziale, e, dato, benché non concesso, il tuo asserto, dimmi, guerre inique ne furon fatte mai ? I Persiani che ricopron d'eserciti la Grecia per toglier a lei la libertà, Carlo di Valois che piomba in Sicilia con cento galee, fanti e cavalli e devasta campi e città; la piccola guerra per l'acquisto di Castro e di Ronciglione; la grossa guerra che i signori di Francia compiono per ambizione e prepotenza, e riduce i contadini di quel paese all'estrema miseria, sì che ne nasce una rivoluzione che vien domata nel sangue; i papi che attraverso cinquant'anni dal 1500 fecero leghe contro leghe e guerre scellerate aiutando re e imperatori cattolici a fare di quest' Italia (che era un giardino e non era più peccatrice della Francia, della Tedescheria e della Spagna) un deserto; Filippo III che piomba con grandi eserciti sui Paesi Bassi per strappare a loro l'odiata reli. gione, l'Austria che scende dalle Alpi per toglier agl'Italiani l'indipendenza agognata, l'Inghilterra che per introdurre a viva forza l'oppio nella Cina, cioè, l'abbrutimento più miserando in tutto un popolo, fa guerra alla Cina, la vince e le fa pagare per ammenda cinquanta milioni di dollari, ecc. ecc., possono esse guerre giuste o anche ingiuste ? »

« Sta bene, dal tuo punto di vista d'una ragione pura, chiamiamole pure ingiuste. »

« Un re, un generale, un capo d'una repubblica, che per gelosia ambiziosa (e uomo ambizioso è uom crudele), o per mala ignoranza o per rammolliménto cerebrale, o perché troppo abituato a sacrificare a Venere e a Bacco, o per pazzia morbosa (pensare che i popoli son tante volte soggetti a questi graziosi sovrani!) tirino un esercito riluttante alla disfatta, e con lui tutt'un paese, sarebbe un fatto, ma un fatto giusto o ingiusto ? Deve pagare un popolo le pazzie d'un individuo ? Un assassino t'aspetta alla cantonata e t'assassina, è un fatto poco diverso. Dipende perché tu eri iniquo ? Un padre, un tutore sventato rovina gl'interessi d'una buona famiglia, trascura l'educazione dei figlioli, li manda tutti in rovina, sarà colpa della buona famiglia e dei figlioli? Un Boulanger, o altro vanesio o sprudente qualunque, riescono a tirare la propria nazione in avventure disastrose, è colpa della nazione? La colpa della nazione, mi potresti dire, è quella d'essere tutt'al più un cer; vello infantile cieco nell'aver tenuti costoro a capo delle cose. Ma un popolo paziente che non osi fare una rivoluzione e scannare il suo prossimo per mandar via degl' imbecilli che pretendono di guidarlo, è veramente colpevole? E un debole o un bambino, perché non sanno che cosa si facciano, devono essere ammazzati? Nel tuo concetto questi assassini li tieni dunque voluti da Dio, ossia dalla divina Natura, oppure son conseguenza di feroci combinazioni, che potevano benissimo evitarsi, e opera di pochi delinquenti che si sono imposti e potevan essere mandati a spasso ? »

« Sì, son delinquenti, l'ammetto, ma rimangono puniti essi stessi: e in questo entra la natura. »

« Poco approda che rimanga punito l'autore del male, quando dietro lui c'è una sequela infinita d'innocenti ugualmente puniti. E quando è punito solo l'innocente, sterminata una nazione civile, che non procurava se non di far del bene, quel tuo Dio o quella tua divina natura dormono? Dimmelo, perché in questo caso dovremmo avvertire che dormono molto spesso. »

« Mettiamo pure che dormano: è però un sonno che ristora; e sotto questo punto è giusto. »

« Lo vedremo. Cominceremo dunque da ammettere che non solo à torto Socrate, e i filosofi suoi pari, d'insegnare che non si deve rispondere al male col male, ma che ognuno è padrone di fare il male e di compiere un delitto. Parla franco, perché in questo caso possiamo risparmiare i maestri di morale: essa non esiste; e chi l'insegna e chi l'ascolta diventano altrettanti ignobili buffoni, che s'ingannano a vicenda, e ridono reciprocamente sotto i baffi delle proprie teorie, né più né meno che gli antichi àuguri.»

« La morale esiste, e va insegnata; ma non bisogna troppo forzar la linea, non bisogna falsar l'idea del bene e del male: dobbiamo vedere quello che è realmente bene, e quello che è realmente male. »

« Ci sto; e continuando il discorso, tu stesso avrai la bontà di correggermi, se sbaglio. Ecco, io ti prendo un esempio simile a quello d'un bozzetto verista, molto pietoso, che tu certamente conosci. Un padre militare lascia un figliolo esile, malaticcio e sonnolento, nel quale forse incolpevole languiva e mal circolava un sangue corrotto di generazioni viziose. La nonna è intenta all'educazione del nipote, che deve seguire la via delle armi e fare onore alla famiglia di militari, studiare e star desto, la sera tardi, la mattina presto ; e la vecchia è inesorabile nel tormentarlo, per avvezzarlo a quella disciplina ferrea. Il povero martire finisce con lo scansare finalmente l'orrenda e quotidiana persecuzione, morendo. Questo è un fatto, secondo Hegel; ma è un fatto giusto, o una crudeltà? »

« Una crudeltà orribile,» rispose Càrite a cui assentirono, ripetendo, i presenti, compreso Schicchirillo.

« Crudeltà perché era malaticcio,» riprese il giovine. «Ma se.... (permettimi ipotesi strane per una teoria strana: per i gobbi... parlo di teorie, non di te, che sei diritto come un fuso! bisogna tagliar camice storte perché tornin diritte) se un padre bastonasse la sua famiglia quando fosse sana, per destarla, e buttasse la casa all'aria? »

« Sarebbe una bestia,» osservò Schicchirillo.

« O se paresse a qualcuno qui nel paese che signori e contadini dormissero troppo o avessero ingegno torpido, e si mettesse a sparare schioppi e pistole di giorno e di notte, per svegliarli, e facesse piangere e tremar tuitti? »

« Si manda a Mombello. »

« E se con una schioppettata ammazzasse qualcuno? »

« In galera. »

« Anche se chi volesse destarli fosse un sindaco o un curato?»

« Certamente. »

« Anche un ministro o un deputato ? pensaci, sono grandi autorità.»

« Naturale. Quanto più sono alti, più anno dei doveri.»

« Anche un re ? Non può un re uccidere oppure ordinare che si uccidano dei cittadini?»

« Non ci mancherebb'altro! Si butta giù. »

« Bene; questo, se si tratta di poche famiglie e d'un paesetto. Ma quando fosse una città o una provincia o una nazione, per svegliarla, non sarebbe un buon rimedio quello di spaventare con schioppettate e uccisioni ? »

« No, ma con gli esempi vedo dove tu miri. Il caso è diverso. »

« Vedremo. Quando tu senti dire che levar sangue dal corpo umano sia utile, che cosa rispondi tu, quel che dicevi l'altro giorno ? »

« Rispondo che una volta il salasso si riteneva la panacea di tutti i mali, ma che era certo una vera stortura di mente; che in ogni modo vorrei esaminare i casi.»

« Bravo Schicchirillo. Siamo perfettamente d'accordo. Anch'io vo esaminando i casi. Tu dici che la guerra sveglia le genti ; e io domando se, quando la gente è addormentata, non sia utile svegliarla a forza di schioppettate e con qualche guerra meditata e eseguita a freddo, come l'operazione d'un chirurgo. Perché, se questo è, ogni ministro o capo di Stato fa bene a coltivarla, come le piante in un orto, preparare le armi, l'pdio fra razza e razza, pagare gazzettieri-sicari, che soffino nel foco, e venuto il momento che la nazione sonnecchi, il bullettino ufficiale s'incarichi di svegliarla annunziando che il magnanimo re, o il magnanimissimo capo di repubblica, cui tocchi indire le guerre, chiama a raccolta e ordina che due o più popoli' si corrano incontro a sfragellarsi l'un l'altro. Così oggi, per esempio, in Europa, dove si potrebbe viver tranquilli, attendendo alle opere della pace, sarà molto bene mantenere con enormi spese eserciti irti di fucili e di cannoni, sottraendo i denari all'agricoltura e alle industrie ; poi esaminare con cinismo e con calma quali siano i popoli che sonnecchiano, contessere l'Italia, la Spagna e la Grecia, le quali vergognosamente non sono più le nazioni gloriose d'un tempo; poi qualche altra gente più sveglia, più illuminata, più forte, per esempio l'Inghilterra, la Francia e la Germania o la Russia potrebbero calare dalle Alpi, dai Pirenei e dai Balcani a benefìzio delle tre meschine penisole e somministrare ai dormienti salassi di sangue e di denaro a profitto della comune civiltà. »

« Mi pare che tu burli. »

« T'accorgi che io burlo solamente quando tu vedi gli effetti delle tue burle? In che difetta il mio ragionamento? »

« Difetta sì. Non si può educare la guerra, né movere per disegno premeditato: scoppia da sé per motivi che spesso ignoriamo, prodotta dalla natura, come una tempesta, un terremoto, una pèste, un tifo, un fulmine, un incendio. Ripeto: Hegel dice: - Tutto quanto avviene è giusto, per la ragione che avviene. Le proteste della coscienza e della ragione sono semplici fenomeni soggettivi e in séguito trascurabili. La ragione del più forte è positivamente la migliore. La pace genera inevitabilmente la corruzione ; rende l'uomo egoista, solo intento al suo interesse personale, al puro bene proprio. La più grande delle virtù è l'abnegazione e lo spirito di sacrifizio; e questo si mostra appunto negli eserciti in campo aperto. La guerra non solo nobilita gl'individui, ma le nazioni intere, ritempra i caratteri, ci avvezza generosi e benigni; e la storia per lei arriva a segnare splendidi esempi di coraggio, magnanime figure e nobilissime imprese. Senza la guerra dove sarebbero i Leonida, dove Alessandro, Cesare, Napoleone? dove il dio della guerra nella moderna Italia, il tuo Garibaldi ? dove il tuo ammirato Washington? »

Il duello si faceva serrato. Schicchirillo aveva tirato colpi terribili questa volta, tanto che anche Sensati s'era rivolto a lui con attenzione insolita, colorito il viso d'una certa benignità. Gli ultimi tiri specialmente erano di qualche effetto; e co' suoi occhietti vivi nel viso pacifico Epicàiro guardando pensava: - Come se ne leverà ora mio fratello? - Anche Càrite lo fissò con una certa ansietà ; e gli occhi grandi e neri di donna Claudia sotto la bella capigliatura bruna s'erano vòlti a Perverso. Don Ciriaco pareva la statua della contemplazione, tanto era attento e muto.

Perverso, senza scomporsi, voltandosi a lui come uomo sicuro di sé, gli rispose:

« Cerchiamo il bandolo di quest'altra matassa. Tutto quanto avviene è giusto, dice l'Hegel ; e l'Hegel avrà ragione, anzi à ragione perfettamente se quel che avviene è l'effetto che scaturisce naturalmente dalle sue cause. Cade da sé una torre o una casa, il fatto è perfettamente giusto, perché significa che la torre e la casa eran mal fondati. Li fanno cadere appòsta, è giusto che cadono, perché così si era voluto. Ma era poi giusto che si volesse? Una massa di manigoldi, mascherati o no, viene e mi mette la dinamite sotto il campanile di Giotto: era giusto che lo facessero? Qui sta il punto. Tu mi dirai: è segno che eran pazzi ; e un pazzo non può commettere che pazzie. Va bene. Ma se possiamo impedire quelle pazzie non lo facciamo? Se Elisabetta avesse dato retta all'Alberoni, se mille casi, puri casi, non avessero sventato tante guerre, il numero dei flagelli sarebbe stato ancora maggiore nel mondo; ma sarebbe ugualmente giusto? Se tu dici che la classe dirigente degl'Italiani, che à spinto noi così male in Abissinia è stata di uomini incoscienti di poca coscienza, molto ignari del luogo, che, contro a' principi del nostro risorgimento, si son fatti insidiosamente oppressori d'un popolo che avrebber dovuto amare e proteggere se non altro appunto perché essi amavano straordinariamente e fortemente la propria indipendenza ; e che questa classe pagherà e farà pagare senza dubbio al paese il fio delle proprie crudeltà, perché andrà inevitabilmente a spaccarsi la testa pazza contro un macigno, tu dici bene: Hegel à perfettamente ragione. Ma io dico: che colpa aveva il popolo italiano, il quale con tanto slancio d'idealità e desiderio del bene s'era messo sulla via della civiltà, se a lui è stata imposta (imposta perché il popolo spesso non sceglie se non le carte che vuole il Governo) per forza una camicia di Nesso? E quand'anche ci avesse colpa, come l'ignorante e lo sconoscente che offendessero un altro, il quale rispondesse ammazzandoli con una schioppettata, sarebbe giusta questa schioppettata? »

« Non sarebbe giusta. »

« Perché si può e si deve accomodar le cose senza trascendere al delitto. La causa dunque porta gli effetti, sta bene; ma bisogna vedere, e qui sta il punto, se sia giusto che abbia a rimanere quella causa, e una volta rimasta, che si deva aspettare che si svolga ne' più terribili effetti. Giacché, se mi ammetti questo, abbiamo il fatalismo puro e semplice né più né meno dei Turchi ; e tu mi ài sempre opposto che la rovina appunto de' popoli turchi è stato il fatalismo. »

« Oh Dio, bisogna prender tutto a discrezione: nulla in senso' assoluto. »

« Sia. Che capiti un tifo o un incendio o una pèste o un fulmine, è cosa naturale; sono fatti citati da te, dunque presi a discrezione; ma tu li chiamerai giusti e buoni? »

« Buoni no, ma giusti, perché non avverranno senza le debite cause. »

« Benone ; ma togliendo, dato che si possa, quelle cause, sarebbe giusto o ingiusto, bene o male?»

« Bene; ma come fare? I beni e i mali sono in natura. E >naturam expellas, con quel che segue.»

« Ma tu, se puoi, il male lo cacci o lo lasci? Se un figliolo ti nascesse rachitico, lo fai crescere con le gambe storte o lo curi? Se puoi evitare con l'igiene la poco gradita visita d'un tifo, te n' ingegni, o lo allevi, e gli lasci prender piede? Lo curi il male insomma, o no? »

« Lo curo. »

« Che il geloso Otello soffochi Desdemona è un fatto che à le sue spiegazioni; ma potendo risparmiare quella vittima innocente e gentile e snebbiare la testa a quel generoso, non lo faresti? Un vascello che cala a fondo, è un altro fatto ; e per quanto le sue coste sian salde, se le tempeste infuriano, se cozza con un altro che le nebbie, o che so io, gl'impedivano di vedere, è naturale che vada a fondo; e forse i mille viaggiatori che affogano, le donne e i bambini urlanti e travolti dalle acque, il milione di merci perduto, qualche somma in biglietti di banca che va sepolta nel mare, tutti questi danni, in mèzzo alle molte famiglie piangenti, consolerà qualche tristo che à visto sparire una persona che odiava, qualche volgare bottegaio che gioisce del fallimento d'un suo rivale, qualche esoso banchiere che alla fine dell'anno ride perché vede i valori bancari scomparsi ridondare a suo favore: sta bene. Se però tu avessi potuto evitare questo naufragio, tu filosofo, uomo di stato non fatalista, l'avresti fatto, malgrado la giustezza della causa e il contento di quei pochi? »

« L'avrei fatto: sarebbe stato mio dovere. »

« Se studiando e trovando le leggi dei cicloni si possono evitare disgrazie, perdite di navi, pericoli inutili; se applicando un parafulmine puoi liberarti dal fulmine ; se mettendo la luce elettrica in un teatro, invece del gas, potrò risparmiare un incendio e il conseguente strazio o spavento di tante persone, sarà bene o sarà male? Pensaci prima di rispondermi bene, perché gl'incendi provocano essi pure il coraggio, l'abnegazione, lo spirito di sacrifizio, più e meglio della guerra, giacché non implicano il rimorso, e il delitto, e non vorrei che tu avessi a rimpiangere come pessimo un sistema che trascurasse beni così lodevoli nello spirito umano. »

« È naturale che sarebbe bene toglierli. »

« Ma sicuro che è naturale!» fece donna Claudia. «Non si capisce come si possa dubitarne un momento! »

Gli altri si guardarono in viso l'un l'altro dimostrando il medesimo sentimento; e Càrite sorrise ancora più del suo solito, parendole che cascassero a uno a uno con molta facilità gli argomenti meravigliosi del buon Schicchirillo.

Anche don Ciriaco non levava gli occhi dal suo avversario di ieri. Quella testona nera e ricciuta, con quel naso arricciato, gli era parsa la sera prima in qualche momento quella d'un demonio scaturito da non so qual parte dell'inferno. In diverso modo gli s'andava colorendo a poco a poco. La sua parola dolce e virile si piegava con inflessione musicale piena di gentilezza, che rendeva il suono d'un animo altamente e schiettamente nobile e grande.

Mai uno scatto indegno o una parola volgare ; non un'idea che si dipartisse dalla logica più umana, e anche ¦ più divina, giacché che cosa e' è di più divino dell'essere nobilmente umano ? Le sue piccole mani sole, morbide e delicate, si movevano leggermente quando parlava, mentre dalla bocca gli pareva si sprigionasse l'eloquenza, quasi che esse con una potenza misteriosa toccassero le corde d'un'arpa invisibile.

« O allora,» continuò il giovine a Schicchirillo, «tu ami certo i bei Commentari di Cesare, ma se ti dicessero: costeranno, come costarono, tre milioni d'uomini, li accetteresti? Se ti dicessero: - Quell'incendio, quella devastazione metterà in luce l'eroismo e la bravura d'uno o d'un esercito, tanto che saranno consegnati alla storia, mentre, risparmiando quei danni, la storia mancherà d'una pagina così bella, come faresti? Ti basterà il compenso che migliaia di vittime umane e di milioni di denari saranno risparmiati? Ebbene, tu dici, parla schiettamente, che sia da preferire la pagina scritta o la pagina bianca? »

« Pur troppo bisognerà scegliere la pagina bianca, benché la pagina scritta sarebbe certamente bella. »

« E così sarà da preferire che l'umanità sia stata forzata dalla tirannide a creare un Garibaldi e un Washington o non piuttosto che tutti i popoli in pace attendendo al benessere e al progresso comune, avessero veduto brillare d'una luce meno sanguigna, ma pur sempre bella, quelle venerande facce, il cui eroismo poteva, del resto, mostrarsi benissimo senza le guerre?»

« Non lo so: sarà da preferire pur troppo la prima, malgrado l'impossibilità che si mostri l'eroismo umano e la gloria.»

« Ebbene, codesto è un pregiudizio e per questo un errore. Ma che l'eroismo e la gloria non sono che a base d' omicidio ? Dunque quel vecchio che corre da ogni parte dell'Inghilterra a difendere con tanta passione i diritti dell'Irlanda, sarebbe più eroe se domani mettesse la ragione ai suoi concittadini ammazzandone un centinaio o un migliaio? In verità anche gli antichi cannibali avranno misurato l'eroismo dei propri concittadini dal maggior numero delle vittime che uno era capace d'ingollare! O fate come certi predicatori e oratori i quali stimano migliore e più potente queir eloquenza che più risuona di villanie? Non meno contrasti ci saranno nel mondo e non minori battaglie, anche eliminando dalla Terra l'assassinio. E verrà giorno che ammireranno più il coraggio d'un uomo che 1 contro un popolo o un esercito intero venga a difendere la verità, che centomila spade snudate a difendere la bugia. Ma chi è stato più terribilmente battagliero e più guerriero di Cristo? L'eroismo sarà dunque da parte de' Giudei, che non riuscendo a vincerlo, domandoli e trasmutandoli esso con la forza della ragione, risolvettero d'ucciderlo? E non era forse meglio che, lasciandolo in vita, gli avesser permesso (se fosse stato possibile) d'attuare da sé, per loro e per tutti, la grande trasformazione che preparava, la quale nei secoli, mancando lui, perse e pervertì l'indirizzo primitivo, e anc'oggi nel mondo è misconosciuta e smarrita ? Dev'esser così, altrimenti i Cristiani non avrebbero sempre ritenuto un gran delitto l'uccisione di Lui. Se Cristo è il più grande degli uomini, e tale è senza la spada, anzi contro la spada, come puoi tu ammettere che, parlando pure a base di codesta vanità, che le pagine della storia scorreranno bianche senza l'omicidio? Avranno bene gli uomini da sostenere lotte piccole e grandi, titaniche anche, e subire martiri e onte per abolire nel mondo l'assassinio e attuar la giustizia, la quale perché non sarà perfetta mai, darà sempre campo alle lotte. Né del resto è lecito esser egoisti fino al punto di volere per quattro o cinque figure di capitani illustri, che rifulgono in tre o quattro mil'anni di storia, sopra cinquanta chilometri di terreni di sedimento composti d'ossa umane di popoli màrtiri dell'ingiustizia; per quattro o cinque di tali figure che possono parer nobili, gongolare, mentre tu conti a migliaia e migliaia di capitani e di re ignobili che impiegarono la loro energia tanto male che l'umanità la deplora tuttavia. Aggiungi: figure poi riconosciute nobili dalle due parti dei litiganti raro se ne parla: cento duci tiranni son chiamati eroi da una parte e furfanti dall'altra: Nelson e Radetzky nobili per gl'Inglesi e per gli Austriaci, sono feroci per gl'italiani. Pirro, l'irrequieto Pirro, così pieno di coraggio e d'ardir militare, che ogn' impresa tentava, a tutte dava mano, morì a un assedio per una tegola che una madre gli scaraventò sulla testa, vedendolo alle prese con un suo figliolo. è l'immagine perfetta di tutta questa parte armeggiona dell'umanità. Pizzarro vince Aimagro, e gli toglie la vita; ma poco dopo gli amici d'Almagro assaltano Pizzarro, e la tolgono a lui. Questo è l'eterno avvicendarsi delle guerre. L'ambizioso Carlo VIII che volle, contro il parere e il volere di tutta la Francia, sobbarcarsi a una spedizione in Italia, tirando qua un baldo e vigoroso esercito, e che se n'ebbe a tornare in Francia a mani vuote e con pochi soldati, il fiore de' cavalieri essendo annientati dalla guerra e dalla pèste, è in fondo il simbolo dei risultati di tutte quante queste infamissime imprese. E sono fatti, come direbbe Hegel ; ma sono fatti giusti ? E giusto che i popoli paghino le pazzie di questi sovrani ? che colpe anno i poveri da espiare per costoro? E all'annunzio d'una disfatta, per quanto poi dalle storie possa esser chiamata gloriosa, nessuno del popolo à detto: - Per fortuna c'era mio fratello, mio padre, il mio amico, il mio figliolo, e sono morti! - ma: - Per fortuna non c'erano, e si sono salvati! - E questa è la morale vera, giacché spesso il popolo sente non sua la colpa di quanto gli fanno fare.»

« Se al governo ci son dei pazzi, la colpa è sua di tenerceli: insisto su quest'argomento. »

« Ma di pazzi ne possiamo aver tutti in casa. Solamente non bisogna dar loro armi in mano. Due operai sono sani e forti, guadagnano, mantengono bene la loro famiglia, tiran su bene i propri ragazzi, per combinazione si trovano a una festa, son coinvolti in una lite, vengon ai ferri, uno muore, l'altro va in galera; e le due famiglie, in mèzzo al dolore di tutti, son travolte nella miseria. E un fatto; ma era giusto che avvenisse ? E, potendo, non era bene evitarlo ? »

« Sia pure. »

« E lo stesso non sarà di due nazioni ? La guerra, voi dite, è il portato della civiltà. Ma che cos'è la civiltà? Essa è molto relativa. In ogni modo, il vero è appunto il contrario. Quando un popolo è ricco, à idee umanitarie, e lo diciamo civile, la sua lampada rifulge, tutti ne godono, quand'ecco altri più selvaggi piovono sopra di lui a gastigarlo de' suoi possessi, e nel cozzo orrendo il lume è spento, la civiltà e libertà di quello scompare, passerà un tempo tutto buio ; ritornerà l'alba lo sa Dio quando! Tutto questo senza beneficio di nessuno, perché a quelli così detti barbari, il mondo poteva provvedere senza obbligarli a venire alle armi e distruggere tutta una ricchezza di tesori accumulati con tanta sapienza. Intanto un soldato ignorante ucciderà Archimede, Maramaldo finirà Ferruccio, una turba di lanzichenecchi saccheggerà per dodici giorni orribilmente, atrocissimamente Roma; Firenze, dovendo per forza sorbirsi un principe che non vuole, Firenze perderà la sua libertà gloriosa per affogare nel gesuitismo mediceo e lorenese. E di questi, come direbbe Hegel, fatti, ne succede novantotto su cento. E anche le guerre eroiche sono esse stesse quasi pròdromi di sventura. Alle generazioni degli uomini forti che le produssero ne succedono altre abiette e codarde. E il sangue debole che rimane, i corpi fiacchi che restano, perduto il fiore sui campi eroici. Sicché i frutti non sono poi quelli che si potevano sperare in principio. Una volta la guerra portava i vantaggi, apparenti almeno, degli schiavi, dei saccheggi, delle rapine delle città; pareva, tanto o quanto, esser manifestazione di forza e di valore ; ma ora con le armi perfezionate à più l'aria di un complesso di tradimenti che altro. Si prepara con freddezza, si annunzia con astuzia, si attua con calcolata codardia. Essendoci poi lì sempre pronta e aspettata, è un terribile incubo. E possibile, quando ài armato della gente, e messa nell'uso dell'arme la gloria, che tu possa domani fermarne la falsa e delittuosa ambizione? Quale generale che senta un suo compagno ritornar carico d'allori, non bramerà di fare altrettanto? E se le occasioni non glie le porge il fato, perché non vorrà crearsele da sé? Così essa é all'arbitrio del primo mentecatto e fanatico che si ritrovi la veste del potere: là perché uno zio vuol rubare il trono al nipote, là perché un nipote vorrà strangolare suo zio, una pretesa eredità, una nascente ambizione, un divorzio, l'idea del prestigio, dell'onore di casta, della salvezza di privilegi, o che so io, abbuia la mente dei reggenti, e fa scannale a espiazione un'infinità di sudditi come presso gli antichi cannibali. Innocenzo III scatena un'orda di farabutti sulla Provenza, che trucidano e straziano migliaia d'uomini, di donne, di bambini anche nelle chiese, anche a piè degli altari. Che colpa aveva tutta quella povera gente? Diciotto milioni di scudi costò a Mantova una guerra provocata non da lei per il capriccio di metterci a governarla un mentecatto di duca. Creta era la più felice delle isole, lo specchio delle costituzioni, l'ideale della repubblica di Platone; ebbene le guerre secolari la ridussero una barbara rovina. Quando gli spagnoli se n'andarono il 1706, lasciaron in Milano centomila uomini e cinque fabbriche di lana; c'eran trecento mila uomini e settanta fabbriche di lana quando ci vennero. E la Spagna? Al tempo delle sue grandi guerre faceva quaranta milioni d'abitanti, era florida, era ricca; oggi ne fa sedici, è povera e finita: si direbbe che sconta i suoi innumerevoli delitti di guerra e di crudeltà commessi sui poveri indigeni dell'America e sugli ebrei e sugli eretici del suo paese. Ecco il profitto della guerra. Un5^/ grande ambizioso vuol conquistare tutta l'Europa e la Russia: i milioni dei soldati sono a sua disposizione: fa le leve come e quando vuole, strappa alle madri i figlioli, come fossero roba sua, li scaraventa lontani nelle steppe; d'un milione ne torna mille: che importa a lui? Pareva si dovesse dire: ; avrai guerra coi vizi e pace con gli uomini. No, il contrario. Dunque si coltivi nell' orto umano, l'atroce guerra umana come la salvatrice della specie. Per essa si violerà sicuramente anche la libertà personale e la libertà di coscienza. Uno che avrà coraggio d'affrontar mille morti per la verità, à pur orrore per l'omicidio, à ripugnanza fisiologica per il fucile: non vorrebbe ammazzare neanche una rondine, neanche un luì; ma un governo provvidenziale che rimanda un uomo se abbia vista corta, il naso sciupato, i calli o i lupini ai piedi, a chi abbia virtù o difetto di coscienza impari a tanto ufficio, lo piglia per il bavero del colletto, e gli dice: via, poltrone, in caserma: devi prepararti a ammazzare non solo il nemico, che pur bisognerebbe amare perché prossimo, perché domani vivo può esserti ancora amico, perché tu non ài diritto di togliergli la vita, e perché è forse più utile a te dell'amico stesso: salutem ex inimicìs nostris ; ma dovrai prepararti a ammazzare oltre al nemico e al tuo prossimo all'occorrenza anche tuo padre e tua madre. E la legge della durlindana. Gli stessi cani, se mordono qualche persona, anche senza fargli male, se ne stanno dolenti; gli antichi si purificavano dopo la guerra; ma i moderni son più savi: sentono che la strage umana è la più pura delle cose umane, e se ne deve render lode al Signore. Eccoti che uno vuol far potente la sua nazione: spia con la perfidia degna del più feroce assassino se la nazione che gli piace d'aggredire è in condizione sicura di essere aggredita impunemente, si meditano tutti i casi e le vie per commettere il delitto, e quando è o crede di esser sicuro di poterlo fare, inventa un pretesto per giustificare l'atto proditorio, poi lancia nell'altro paese una formidabile moltitudine armata, si sbarazzano i primi intoppi, si insinua il terrore, poi di battaglia in battaglia si procede con una infinità di sacrifizi e di perdite da una parte e dall'altra, alla totale sconfitta. Inchiodata così sulla croce, la nazione vinta annuirà ai duri patti, e comincerà dal canto suo a meditare la lunga vendetta. Oppure, un ministro ignorante pensa d'aggredire un altro popolo e ordina una guerra, come alla locanda ordinerebbe un piatto di maccheroni o una bistecca. Prende un battaglione, gli aggiunge una batteria da campagna, un drappello del genio, l'affida a un generale o colonnello, e gli dice: - Sbarcate nel tal luogo ; e magari fate una punta nel tal altro! - E questo forse senza conoscere neanche i luoghi dove devono sbarcare, né gli uomini che devono affrontare. Che importa ? Avanti! Senza preparazione né coscienza, cacciato un popolo nella matta impresa, irta di difficoltà e di pericoli, piena d'incognite, senza studi e senza ingegno per farlo, e senza mèzzi proporzionati all'avventura, presto son divorati uomini e denaro. Allora si risponde a chi grida: - torniamo indietro! - Che ? dobbiamo perdere il frutto de' sacrifici fatti ? aggiungiamone altri a' primi ; compiamo uno sforzo. Il nemico s'è armato formidabilmente per riceverci: abbandona i campi e le case, caccia avanti le mandre e si difende contro di noi: andiamo a mostrargli il nostro valore. Ecco che la porta dell'abisso s'apre per due nazioni. Una schiera di soldati invasori è massacrata. Allora le grida si rinnovano, di gioia e di dolore. Vincitori preparatevi meglio: il nemico scenderà a fiumane per vendicarsi. E tra i vinti: - Indietro! - gridano gli assennati. - Che indietro? - rispondono gli speculatori e gli ingenui.- E l'onor militare? E la bandiera ? Si deve mandare un esercito colossale! - Si pensa di mandar un esercito, si fanno armamenti alla lesta in grande, e con un gran capo nel sacco ; e con tanti guadagni di fornitori, batterie sopra batterie, muli, viveri, fieno. Marciano i soldati reclutati in fretta, raccolti a spizzico qua e là dai battaglioni, e mal accozzati, a lunghe tappe, a marce affrettate, per paesi incogniti o malarici, per piani abbandonati, spogliati, balze dirotte, dirupi paurosi, monti screziati e elevati al cielo, lande deserte, valli senza case e senz'acqua. Non fa niente: avanti! di giorno e di notte, anche senza lumi e senza luna, per arrivare a tempo coi rinforzi, e per vendicare i caduti. La fretta à impedito l'approvigionamento necessario ? i depositi sono sprovvisti ? scarseggiano cavalli e muli? Non importa. Per quelli che ci sono, mancano scarpe, vesti, biada, basti, selle, briglie, morsi, chiodi, ferri, mancano cinti, manca il cuoio per farne, manca lo spago per le piccole operazioni di selleria. Che importa? Avanti sempre. Non c'è la roba al magazzino A? la troverete al magazzino B; e se no, al C, poi al D. Correte pure tutte le lettere dell'alfabeto, poveri! figlioli, la raziona manca per soldati e per uffiziali, S c'è l'onore della bandiera e dell'iniquità che v'aspetta, le fatiche immense, gli stenti indicibili, la fame orrenda, la sete peggio della fame; le malattie / e gli strapazzi infuriano sopra di voi: cadete maati, febbricitanti, a venti, a trenta, a cinquanta al giorno per battaglione; ci vorrebbe il chinino, l'infermeria: non ci sono; non ci son medicine; ime-, dici sì, ma che possono fare i medici senza il necessario alla loro arte? Si brucia dalla febbre, e nemmeno un bicchier d'acqua a pagarlo un occhio. Pazienza, dunque fratello, tu rimani! e noi avanti, è la gloria della nazione che ci aspetta. Manca da mangiare; l'esercito è decimato; le bestie morte sono scorticate per via, arrostite per sfamare quelli ancora vivi. Coraggio, coraggio, il nemico è vicino! ( Siete stanchi finiti; la disciplina non si può più mantenere ; ognuno va in marcia per conto suo ; ' non si sa dove siamo, dove si va; ogni momento s'assiste a spettacoli tetri di giorno e di notte. Che è stato? Oh, è una moltitudine immensa di uomini, di donne, di ragazzi che fuggono terrorizzati, in un disordine spaventevole, all'avvicinarsi della guerra; è una folla inebetita, suggestionata dalla paura che sale anche alle più alte montagne: s'arrampica ne' luoghi più scabrosi, lotta ferocemente per un decimetro di spazio che crede sicuro: la fuga à preso proporzioni fantastiche: esulano senza viveri; se ne vede qua e là morti di fame e di stenti a centinaia. Nelle città non si trova più carne, più pane, più vino. Le autorità sono introvabili. Il disordine prende le forme del parossismo. Lungo le strade barocciabili, sotto il sole splendido, in una delizia di luoghi, file interminate di carri carichi di mobilia, di masserizie, d'oggetti domestici, che non piaceva lasciare in balia del nemico. A piedi le famiglie nel loro pieI toso convoglio: vecchi cadenti, donne, bambini. Passano, fischiando sinistramente, treni di soldati, j che vanno al macello, e che i fuggiaschi guardano inebetiti un momento, poi, con le braccia distese, riprendono la via della disperazione. A che pendano? al grano, ai campi, alla vita? E quei ba[gliori raccappriccianti notturni? Oh vasti incendi: case che il nemico brucia dopo averle occupate. Su, via, figlioli, siete mèzzi morti di fatica, confusi, feriti, ma raddoppiate di sforzi; i valorosi ufficiali ve ne danno l'esempio. Mano allo schioppo! Il nemico è qui; il nemico che è del paese, che è acclimatato, che è riposato, è nutrito; voi siete nuovi a quelle terre, e non avete più forza; ma quando siamo in ballo bisogna ballare a ogni costo. Su dunque! Si combatte per sei ore, dieci ore, una giornata con disperata energia; ma, che è, che non è, l'esercito invasore disfatto, trucidato; massacrato il fiore della gioventù; vinti e vincitori anno subito perdite enormi; valli, campi dove dianzi validissima e balda gioventù alzava la testa al cielo sognando giustizia e libertà, il vecchio padre, la cara madre, l'adorata donna che l'aspetta, ora divelta al suolo da una scellerata bufera, stroncata, squartata, col capo diviso dal busto, il ventre squarciato, teste sfragellate che ancora parlano, braccia, gambe disperse tuttora calde e frementi, belli e buoni giovinotti, I che non pensavano certamente a simile fine, e che da menti alienate furono spinti a martirio inutile, affondati in un, motriglio di sangue, del proprio sangue; coi brandelli della propria carne attaccati alle rocce; questo finisce supino sospirando, quello bocconi morde la terra, tanti feriti orribilmente chiedendo aiuto, tanti altri trascinati prigionieri ignorando il fato. E sul campo del delitto compagnie di gente pietosa affannarsi a raccogliere i morti per seppellirli, dove le ossa non rimangono biancheggianti al sole, miste con le carcasse dei cavalli e dei muli; e a raccogliere gli ancora vivi, per portarli a morire per via, o a spasimare orrendamente in una tenda chirurgica, a languire dei mesi in un ospedale, a patire a casa con qualche malore irrimediabile tutta la vita. Qualcuno su tanti n'esce sano e salvo o con qualche braccio o gamba di meno, e gli si mette una medaglia sul petto, gridando: - Ecco un eroe! - Intanto si son fatte orazioni nelle chiese per salvare l'anima dei morti, sottoscrizioni per i feriti, o per i prigionieri, o per i monumenti da inalzarsi a così onorate catastrofi di vincitori o di vinti:

Cieca è la mente e guasto il core, ed arte
L'umana strage, arte è in con fatta, e vanto!


Si abbrunano le vedove e si aspetta che il tempo calmi i lunghi dolori del cuore e le miserie immense. Si rammenta poi nella propria storia gli episodi di valore commesso e non le viltà, le per sone de' nostri onorate e non quelle da noi offese, le città e i villaggi nostri saccheggiati e incendiati dai nemici, monumenti rovinati, tesori dispersi, i prigionieri vituperati o arsi su cataste di legne o nei forni, le donne stuprate, i fanciulli infilzati nelle baionette o sbattuti nei muri sotto gli occhi delle madri. Si raccontano dei nemici queste cose, non dei nostri, mai. Quello che fecero i turchi si dice, non quello che fecero i crociati. Le statistiche, ma chi lègge le statistiche ? Esse cantano così: centomila uomini son morti sul campo, cinquantamila di malattia, d'accidenti, di suicidi, cagionati dalla guerra; ventimila morirono prigionieri; sono sopravvissuti centotrenttoto mila feriti, undici mila mèzzi rovinati nelle marce, negli accampamenti paludosi ; trecentoventotto mila malati di freddo o di sfinimento. Poi gl'infiniti disastri avvenuti, i figlioli nati epilettici da donne gestanti in quei giorni, cittadini ridotti o soggiaciuti alla miseria, proprietà rovinate, commercio deviato. E questo da una parte sola, d'una nazione combattente; poi bisognerebbe guardare dall'altra; e guardare i milioni spesi per la guerra, e per l'indennità, e lo strazio dei luoghi, l'incaglio industriale e commerciale. (La Germania spese assai più dei cinque miliardi che prese; e i guadagni dell'unità potevan guadagnarsi altrimenti). Due nazioni rovinate, due popoli che piangono per la fame, se la pèste o la guerra civile non finisce per perderli. Ma non son perduti, né rovinati i mercanti e gli speculatori del vostro sangue: essi anno dei tristi forsennati al governo che fanno il loro gioco: essi seguitano a passeggiare le vie della propria > città tronfianti in carrozza, e come Vinisof a chi rimpiangeva i cristiani morti in oriente per Gerusalemme non conquistata, gridava: - Eh, non contate per nulla il trionfo di centomila màrtiri che son andati con questo mèzzo in paradiso? - Non contate l'amore della patria? - gridano; e agitando un'altra volta il cèncio dell'onore, ecco uno stuolo di gente armata gridare come ossessi, incitati da tanti coribanti infernali: - presto! occorre un altro esercito! Il generale che à perso è stato l'ignorante, il traditore, va processato! E voi marciate! - Le menti allucinate vogliono il capro espiatorio: il generale sconfitto, o alla peggio il ministro che ordinò la guerra, o il sovrano che guidava la nazione, come avvenne di Napoleone III. Dopo, bisogna ripreparare la guerra immensa, le pazzie, le insensatezze, le sciagure eterne, i massacri dell'umanità. Innumerevoli milioni si strappano soldo per soldo dalle esauste tasche dei lavoratori morenti di fame, per buttarli nelle sprofondate gole del Molok della guerra. Le nazioni vicine sospettose fanno altrettanto: si riformano ogni momento armi, si costruiscono cannoni novi, a tiro rapido, più rapido, rapidissimo, coli'idea di stritolare alla prima occasione il nemico, come la Francia con gli chassepot, dopo avere stritolato il nostro diritto a Mentana, credeva d'annientare la Prussia sul Reno. Si armano tutte a novo le flotte, e i milioni vanno via come rena: se ne decreta, 200, 500, 700 come nulla fosse; e i popoli stentano, deperiscono, si rifiniscono ; e non ne vedono la causa. E una vampa di follia che invade il volgo alto e basso: bisogna dormir con sicurezza: si deve dunque preparar la guerra, e poi farla, che finalmente sarà l'ultima. Ahimè, l'ultima di quelle fatte non è se non la prima di quelle da fare. L'abisso'chiama inabisso. D'un male spaventoso qualche piccolo bene nascerà, ammettiamolo; ma è un bene proporzionato? Non era assai meglio seminar meglio? Non è la gente savia che dovrebbe imporsi? dare tutto l'agio che si sfoghino le collere reciproche senza la matta bestialità?»

« Fermati un momento, e considera, caro amico. Io intendo molte delle tue ragioni; ma il fatto ti darà torto. Senza la guerra di Provenza, non si sarebbe formata l'unità politica, né letteraria della Francia; senza la guerra d'Abissinia noi non arriveremo mai a conquistar l'Etiopia e aprirla ai nostri commerci.»

« A premesse ingiuste conseguenze ingiuste. Non vedo che male sarebbe stato, se invece d'una letteratura la Francia ne avesse avute due. In ogni modo a prezzo di delitti non è lecito nessun vantaggio. D'altra parte non è per nulla vero che l'unità politica e letteraria non potesse venire altrimenti. La Toscana, anzi Firenze sola, détte all'Italia il suo armonioso dialetto senza bisogno delle armi ; né sono state le armi che anno donato alla Germania lingua ricca e flessibile. La compagine politica è meglio raggiunta con l'amore che con le armi. Lasciate ai popoli la facoltà d'unirsi amministrativamente con chi vogliono, e l'avrete in tutto il mondo sùbito. Chiamerete unità politica quella che con le armi annette tanti stati nell'Austria e nella Russia ? Volete soggiogare l'Abissinia con le armi ? Ammazzerete molti de' suoi uomini, e compirete altrettanti misfatti; ma molti più ne moriranno dei vostri fino averne rotta la testa e pesta la persona, cioè la nazione ; ma l'Etiopia non la sottometterete, e non ci farete entrare il commercio, giacché il nome d'italiano laggiù non sonerà meno gentile che una volta in Italia quello di croato. Ma quand'anche ci riusciste, il delitto non è che un grosso debito scritto nel bilancio di chi lo commette, e che deve essere un giorno pagato con usura, con tanta più usura quanto più è ritardato il pagamento. Che se invece, come con la mansuetudine e con l'attenzione alle loro miserie, furono civilizzati gli indigeni del Paraguai, inferociti dai maltrattamenti spagnoli; se, come i Fiorentini antichi, che senz'armi estesero il loro commercio per tutto il mondo, aveste voi pure commerciato nell'Abissinia, portati là i vostri prodotti, a quest'ora sareste padroni davvero, e di miglior padronanza, di tutto quel paese di valorosi, che un ministro italiano segnava coll'epiteto di quattro predoni e che aizzati non possono che diventare feroci. »

« Insomma con codesto, chiamando valorosi gli Abissini, perché difendono il loro paese, tu vieni, per diritto o per sbieco, a riconoscer le guerre come giuste ; e si capisce, altrimenti il nostro amico Sensati, che à fatto tutte le guerre d'Indipendenza, dovrebbe unirsi con me nel darti torto.»

Tutti si voltarono al Sensati, che, senza fare il viso né più lieto, né più serio, poiché assisteva a quel combattimento, solo sentendo volentieri il suo giovane amico come procedeva nell'argomentazione, ora non sapeva più come avrebbe risolta la questione, volendo abolire assolutamente le guerre. Inarcò le ciglia, e placidamente disse:

« Qui non so davvero come te ne leverai. Credo, amico mio, che tu rimanga incagliato nelle secche dell'idealità, giacché come pretendere che se uno mi dà un calcio io lo prenda e stia zitto?

Il giovine si voltò al senatore, e disse:

« E, scusami, venerato amico, questione solamente di pregiudizi, su piccola o su larga scala, perché se un signore avrà ricevuto un calcio da Un plebeo, la scarpa d'un plebeo non è certamente meno sonora di quella d'un suo pari, ma non si tiene in obbligo di rispondergli. E vero o no? »

« è vero.»

« E se mi dà un calcio un nobile, non potrò considerare anche lui come un villano qualunque? »

« Ma non lo consideri.»

« Credo di sì; in ogni modo sarebbe questione di pregiudizi, ti dico, non di ragione. »

>« Ma il mondo va preso anche co' suoi pregiudizi. »

« Finché non si può accendere un lume si sta anche al buio. Non è detto però che non si acr cenda appena si può. E poi... »

In quanto a don Ciriaco non toglieva lo sguardo 'dal fiero combattente per l'idea umanitaria. Ognuna delle ragioni di lui se lasciavano semi-impassibile Schicchirillo, che di passo in passcr si trovava sconfitto suo malgrado e malconcio nella sua opinione, ma ritornava di riffi o di raffi agli stessi argomenti, come una palla di gomma compressa riprende la primitiva forma appena s'abbandona con la mano ; nell'animo suo, più accessibile al vero, si rìpercotevano con effetto sicuro, come una luce nova che caccia le tenebre. Egli si sentiva cadere a uno, a due per volta, i sassi del suo crollante edifizio e apparire sotto di quello una logica e una filosofia per lui affatto nova. Non altrimenti il martello benefico del muratore tog'lie il falso intonaco e le goffe superfetazioni da un palazzo marmoreo che ignoranti proprietari un giorno guastarono; e se ne scoprono meravigliosi bassorilievi e vivacissime pitture, vetuste e ancora belle, che lusingano la vista e ricreano lo spirito di quanti accorrono a vederle, sicché esclamano tutti: «O perché furono ricoperte? »

Che cosa a questo punto avrebbe aggiunto Perverso era una curiosità per tutti. Anche Càrite lasciò cadere il ricamo sulle ginocchia, e appoggiatovi il gomito destro e il mento sulle due dita aperte della mano, aspettava guardando.

Schicchirillo guardava a lei, cui un leggero movimento dell'aria agitava leggermente i biondi capelli sulle tempie svolazzando sempre come effluvi esuberanti di vitalità, mentre accanto le belle linee di donna Claudia apparivano così bene scultorie sotto la ricca e nera capigliatura ingemmata.

« Il Voltaire,» aggiunse il giovine, «chiamava le guerre di conquista semplici spedizioni di briganti, e giuste riteneva solo le guerre di difesa. Il Manzoni espose lo stesso concetto nel suo romanzo ; e Garibaldi, che tu chiami il dio della guerra, ebbe in vita sua per la guerra un'estrema ripugnanza: combatté, tiratoci per i capelli, sempre per la libertà contro i tiranni, e a preferenza per le repubbliche contro le monarchie; e nel 1867, inaugurando in Ginevra, come presidente, il Congresso della Pace, proclamando tutti i popoli fratelli, non ammise il diritto della spada che nello schiavo. Dato questo principio, è certo che le guerre d'indipendenza, sono giuste, e chi combatte per quelle s'acquista a buon diritto il titolo d'eroe, mentre spetta quello di masnadiere all'oppressore ; ma io tengo ancora superiore la dottrina di Cristo: i popoli omicidi devono essere disarmati non cojn la violenza, ma con la dignità. Quando tutta la civiltà, composta, badiamo bene, di tutti quanti i popoli affratellati, abbia tolta la possibilità a dei governi briganti di diventare predoni e assalitori e oppressori, non c'è più bisogno che l'innocente si difenda; e le guerre tanto offensive che difensive non anno più ragione d'essere. »

« è naturale!» esclamò Càrite più sorridente del solito, mostrando le sue graziose file di denti bianchi.

« Potendo arrivarci!» ribatté il Sensati.

« Ma sono utopie!» fece Schicchirillo, «utopie belle quanto volete, ma sempre utopie. Come volete impedire all'aggressore di far l'aggressore? e all'aggredito di difendersi? E poi nego, non è vero, che siano utopie belle. Brutte, brutte, bruttissime. »

Nel dir questo si scontorsero talmente le linee del suo viso che apparve più brutto e più grinzoso del solito.

Ma Epicàiro, che non dava affatto torto a Schicchirillo, mandò un mugolo d'assenso, o per lo meno di dubbio.

« La risposta l'à data già uno scrittore», rispose Perverso, che intese, «dicendo giustamente che se un privato aggredisce un altro, tutti gridano contro di lui, e con la voce e coi gesti e con la riprovazione d'ogni sòrta, magari sequestrandolo e rinchiudendolo in un manicomio, gì'impediscono di consumare il delitto. Non si vede perché tutti i popoli non possano farlo contro un popolo che violi i diritti della natura umana. E come dovrebbe violarli? Ammessi tutti i popoli fratelli, tolte ai Governi tutte le armi e per questo, con ragione, toltele anche ai popoli; ammesso che non è lecito a un milione d'uomini quello che è riprovevole per uno solo, una nazione che aggredisca un'altra o non ci sarebbe o sarebbe fatta segno di sprezzo universale, non di trionfi e d'allori, come fanno ora. E qual è l'uomo o la nazione che si rassegni al disprezzo ? Che se è per fame, che la nazione si move a conquistare un'altra (e non può esservi altra ragione).... Ma questa non ci può essere, perché ammessi tutti i popoli fratelli, da quando in qua ci dev'essere in casa un fratello che mangia troppo e uno che patisce la fame ?»

« Oh, qui sta il difetto del ragionamento!» rispose sùbito Schicchirillo, scrollando la testa in segno di denegazione, e accendendo disperatamente un'altra sigaretta. «Non è vero che sia identico il caso d'un individuo con quello d'un milione d'individui. Una gocciola d'acqua à un colore, il mare ne à un altro; una gocciola d'acqua non à le procelle, il mare le à. »

« Né il colore, né le procelle vedo che inducano all'assassinio; e le procelle ci sono proporzionate in una gocciola d'acqua come nel mare ; né le gocce sono distrutte dalle tempeste; così i combattimenti nella civiltà sono terribili, ma a base di ragione e di verità, non di delitto. I reggitori non sentiranno la ragione se non quando il popolo furibondo li minaccia di morte ? Sarebbero molto vili e cattivi educatori davvero: né il pregiudizio vostro è diverso da quello degli Abissini: essi aborrono l'uomo come ladro, e difficile sarebbe trovare un ladro tra loro; ma ammettono come gloriosa la ruberia in grande, che essi chiaman razzia. Ànno essi ragione? dimmelo; e allora la dò anche a voi; e per morale dei popoli civili metteremo questa, parallela all'abissina: non è permesso l'assassinio in piccolo: è permesso, anzi glorificato e fatto legale, l'assassinio in grande. »

Schicchirillo s'avventò ipso facto a un altro argomento, non debole.

« Dimmi perché, dunque, se è assassinato un uomo, facciamo gran rumore e processi, mentre migliaia di persone morte non le piangiamo con altrettanta intensità ? »

« Perché non avremmo lagrime a sufficienza; perché non sempre le lagrime sono l'espressione più profonda del dolore; e perché si cerca di seppellire l'immane delitto in mille modi. Chi sente i pianti e le imprecazioni e le maledizioni dei soldati morenti ? O chi ne vede lo strazio ? O allo strazio delle madri nelle singole case chi pensa ? Si procura che le fòsse e il silenzio ricoprano tutto. A poco a poco langue e rovina un paese; ma s'è impedito di guardare ai terribili particolari che portano a quel languore e a quella rovina. Anche dell'assassinio d'una persona avverrebbe il medesimo se si celasse il misfatto nel medesimo modo. Cesare, il figliolo d'Alessandro VI, ammazzò il proprio fratello. Ebbene? Avrà avuto forge un rimprovero da suo padre e qualche lacrima, ecco tutto. Ma, cori la civiltà progredita, questi delitti e delinquenti grandiosi saranno aboliti o ridotti alle minime proporzioni, altrettante che i delitti individuali. Come l'odio genera l'odio, e ogni conquista partorisce rivincita e ribellione, così amore fa amore, e il" linguaggio di lui è inteso da tutto il mondo. Diffondi tanta fiamma e le guerre saranno finite, giacché tra gente che s'ama come può esserci guerra per uccidersi ? Basta solo la diffusione dell'idea; basta levar l'incitamento, Non s'ammazzavano un tempo fra loro i diversi popoli d'Italia, i diversi popoli di Francia, i diversi popoli della Germania ? Uniti, non s'ammazzano più. Le guerre straziavano da tanto tempo l'India, voi dite; oggi essa è sotto gl'Inglesi, i quali potrebbero finanziariamente sfruttarla anche meno e rendere un po' più a Cesare quel che è di Cesare; ma intanto tengono sotto di sé lontani dalle guerre trecento e ottantun milione d'uomini, non è vero?»

« Li tengono. »

« Se puoi affratellare cento, trecento, quattrocento milioni di esseri umani senza che s'ammazzino più, e affratellandoli tu dici che ne formi il benessere, dimmi se anche novecento milioni potranno esser affratellati nello stesso modo, o se ci trovi qualche difetto di ragionamento e di possibilità ?»

« Non dico. »

« E se fossero il doppio di novecento milioni, il numero potrebbe diminuire la qualità di fratelli ? »

« No; ma non è di questo che si tratta. è questione dell'utilità della guerra. Basta compulsar la storia per accorgersi che i popoli più marziali sono stati i più civili. »

« Sicché abbandonate tutte le altre ragioni, tu ritorni all' utilità. Ma t'inganni anche su questo. Il Cattaneo diceva che i popoli più ambiziosi e più armigeri sono i più poveri e i più ignoranti; lo Spencer nella sua Morale scrive che i popoli bellicosi, anche se cristiani, furono e sono i più immorali: i Carens crudelissimi, gli Afridi vigliacchi, omicidi, traditori, i Dacota interessati e avari, i Nagua senza un atomo di generosità; mentre i popoli pacifici sono buoni e ospitali: i Todas, gli Hos, i Puellos pieni di rispetto e d'amore, onesti, virtuosi...»

« Non mi devi parlare di popoli selvaggi... » interruppe il commendatore.

« Ebbene, prendi Franklin, che parlando della guerra dei popoli civili la rappresenta come la riunione di tutti i vizi, di tutti i delitti: il furto, lo stupro, gl'incendi, il brigantaggio. Il mal venereo stesso ci fu portato dai soldati. »

« Oh Dio! dammi qualche esempio de' popoli europei o che abbiano avuto un po' di contatto coli'Europa. »

« I Turchi sono stati nell'Europa e al contatto dell'Europa, gente guerresca per eccellenza. Erano essi e sono i più civili ? »

« Tu lo sai, è il fanatismo che li à rovinati. »

« Torniamo agli Abissini, popoli che della guerra anno fatto l'arte della vita e il vanto, fieri della loro dignità e della loro indipendenza, dimmi qual grado di civiltà abbiano attinto dalle armi, o se non piuttosto la crudeltà e l'esterminio, giacché in cinquant'anni di queste utilissime lotte marziali essi anno devastato la loro terra e spopolato il loro paese; e dimmi i Dervisci, popoli anch'essi così belligeri, quale civiltà si rimpastino.»

« D'Abissini e di Dervisci non mi devi parlare. Tra quei dirupi e in quei deserti non può penetrare la civiltà.»

« Pochi giorni sono ci. dicevi però che noi Italiani eravamo andati a portar la civiltà in Abissinia. Forse tu lo dicevi per ironia, pensando alla civiltà a rovescio. »

« È naturale. Sono i soliti eufemismi. Portar la civiltà significa andare a spogliare dei popoli di quello che anno. C'è terra da coltivare con frutto? oro da scavare ? Si porta la civiltà, ammazzando chi ce l'impedisce. La morale non può essere che l'utilità e il sapere: chi più sa, più fa; e i barbari per questo saranno sempre razze inferiori, destinate a sparire. Non è questione di sentimentalismo, ma di fatti. »

Scicchirillo tornava al solito cinismo. Sensati non crollò il capo venerando: guardava sereno il cielo azzurro chiazzato di bianco qua e là, che voleva esser caldo non meno degli altri giorni. Pur troppo, qualche nuvoletta bianca sparsa nell'immenso firmamento non dimostrava di voler portare della pioggia. Ah, quella luna che si affacciava piccolina e modesta di giorno, aspettava forse d'illuminare le notti rotonda e piena, prima di concedere alla Terra una benefica pioggia? Le piante polverose della sottostante campagna verde si perdevano lontan lontano, smorte, quasi dolorando a vicenda.

« Ecco un parlar chiaro!» fece Perverso ritornando mesto al ragionamento ; «ma io t'avverto che quando un paese rimette la sua onestà nell'utilità, se quest' utilità non sia generale e incontestata, che allora può darsi onesta, è un paese perduto, anche se fosse il più dotto. La sua scienza non basta a fargli conoscer la strada. Mancando i principi della giustizia e il sentimento della più schietta onestà, e la pietà, il sapere non esiste più ; e quando credete di dominar meglio la situazione, una ràffica di pazzia sconvolge tutti i vostri piani, e il fiore de' vostri eserciti, armati di tutto punto fino ai denti, è spazzato dalla niù ridicola e spregiata accozzaglia di gente che vi batta davanti. In questo davvero c'è il comando della divina natura. E poi! è proprio da filosofi venirci a dire che di civiltà non sono suscettibili altro che le razze bianche?! Sicché i Cinesi non furono mai civili! Otello, a parte la sua gelosia, era un barbaro... non privo d'ingegno! »

« Io ritengo civili solo le razze ariane. »

« Esaminiamola allora questa tua civiltà in rapporto alla guerra. La Spagna, nazione bellicosa e cavalleresca, che non fu soggiogata nemmeno da Carlo Magno, nemmeno da Napoleone, che vinse i Mori, che portò guerre crudeli e spietate in America, dovrebbe esser la nazione più civile e più prospera d'Europa, né delle guerre avrebbe a dolersi che l'anno impoverita e deserta. »

« Della rovina della Spagna è causa l'intolleranza religiosa, non ne parliamo. »

« Dici l'intolleranza umana e la matta avarizia che la portarono a efferate ingiustizie. Alle razze ariane dunque non è sufficiente la guerra a portar civiltà. Ci vuole qualche altra droga. O allora dimmi: (premetto che ritengo tutti i popoli avere le proprie virtù, le quali valgono non sole, ma in quanto sono contemperate da quelle d'altri popoli) tu, nel tuo modo di giudicare credi tu più civile e più libera la Russia o l'Inghilterra? »

« Certamente l'Inghilterra. »

« E quale popolo è più bellicoso e più in continue guerre, il Russo, armato fino a' denti e con leve forzate, o l'Inglese che non à nemmeno il servizio militare obbligatorio ? »

« L'inglese è una razza speciale e in condizioni speciali: non bisogna citarla. »

« Ecco, anche il circolo delle razze ariane si restringe maledettamente! E tu insisti nel dire che le guerre salvano dalla corruzione ? »

« È certo. »

« Sicché i Romani a tempo di Cesare avrebber dovuto esser meno corrotti che a tempi di Fabrizio, essendo allora le guerre più in grande, più straordinarie, più continue. Il nostro contadino abbandonava per quelle le terre, che rendevano troppo poco in confronto de' lauti guadagni del soldato. Ripeto, erano dunque più o meno corrotte a' tempi di Cesare ? »

« Più corrotti, ma perché guerre troppo lontane. La guerra dev' esser vicina se deve portar dei frutti. »

« Ah, ora nella bontà dell'ingrediente deve entrare anche il metro. Fino a cento metri la guerra è utile e civile, e fino a cent'uno no!... »

« Non burliamo. Ragioniamo sul serio. Tu capirai che un piatto non si fa con un ingrediente solo. In tutte le cose i coefficienti son molti; e in filosofia bisogna saper distinguere. Qui bene distingueret, bene docet. Le guerre, dico, non devon esser troppo lontane, affinché sian utili. »

« Va bene ; precisiamone dunque la distanza, perché io, capo del Governo, sappia dove comincia e dove finisce la mia responsabilità indicendo una guerra. L'Italia, se si rovinasse in Affrica, andando incontro a una grossa guerra, che perdesse tutte le sue sostanze e ingoiasse le vite di molti suoi figli, farebbe bene o farebbe male ? »

« Ma che grossa guerra? Andiamo là a far quattro schioppettate contro quattro citrulli; prendiamo il Tigre, che è la polpa vera, penetriamo nello Scioa, si piglia, e si lega Menelick, si porta a Roma in trionfo, ecco tutto; e in Abissinia ci si semina noi. »

Era l'argomento suo solito e portato a' sette cieli dai capi grossi della politica d'allora. Sensati non potè trattenersi da un sorriso, e anche Perverso, che aggiunse:

« Tu non rammenti che gli Egiziani avevan pure cotest'idea; e che il 1875, dieci anni prima di noi, per eseguirla, mandaron là un ventimila uomini che furon tagliati a pezzi. »

Schicchirillo scattò:

« Noi non siamo egiziani: le nostre artiglierie potenti spazzerebbero un esercito venti volte più numeroso dell'abissino. In quattro salti si prende tutta l'Affrica, se si vuole. E tempo che si distrugga per edificare. »

Il giovine si soffermò, che le signore raccoglievano i loro sparsi oggetti da lavoro: guardò pensoso con que' due occhi neri penetranti gli occhi biancastri di Schicchirillo; poi disse con voce tenue, quasi carezzevole:

« Lasciamo da parte la crudeltà dell'intenzione ; e ammettiamo solo per ipotesi che invece di quattro citrulli, l'abissino sia un esercito potente, come io penso, e come da un pezzo affermo che è, ti parrebbe una guerra utile o disutile per noi ?»

« Utile, perché abbiamo i nostri soldati che dobbiamo addestrare per i prossimi conflitti in Europa; d'altra parte, utile o no, siamo in ballo, bisogna ballare. Non nego che una guerra più vicina, sarebbe meglio.... »

I suoi occhi brillarono di bieca luce.

« Ma se mentre tu balli in una stanza, con un piede t'avviene di sfondare un pavimento, che dici: siamo in ballo e bisogna ballare, o, ringraziando Dio d'averti ammonito a tempo, ti ritiri e smetti la festa? »

« Nelle guerre quando siamo in ballo bisogna ballare. »

« Cioè sprofondare.»

«L'onore della bandiera, l'onor dell'armi.... che direbbe l'Europa di noi se abbandonassimo l'Eritrea? Già cominciano a burlarci; e poi, ci andrebbe sùbito la Francia! »

Era anche questa un'argomentazione consueta che a Perverso non piaceva, ma che era inutile combattere. Sostò, poi disse:

« Torniamo dunque strettamente al nostro discorso. Nel medio evo le guerre scoppiavano in Italia e in Germania tra regione e regione: eran dunque vicine; e portavano alla rovina tanto i tedeschi che gl'italiani. »

« Quelle eran troppo vicine: guerre civili, tra fratelli. »

« Non si reputavano fratelli, combattendosi ; erano esse promosse e benedette dagli stessi papi; e le vittorie si festeggiavano con inni e canti nelle chiese, dove si portavano anche i cavalli dei vincitori. »

« Oggi si pensa in altro modo. Mettiamo le cose a posto. Le guerre si fanno tra nazioni e nazioni, cioè tra razza e razza: se non altro, la lingua le definisce bene. Quando i popoli non s'intendono più, non sono più fratelli. Chi parla la stessa lingua è il fratello. Ora il combattere tra quelli della stessa razza sarebbe davvero un delitto: ci porterebbe al medio evo. »

« Sicché tu ammetti dunque che dal medio evo (quando finisce il medio evo?) a oggi abbiamo progredito; e ciò conforta il punto di partenza della nostra polemica; ma, dimmi, la Russia e l'Austria, imperi composti di razze diverse, sarebbero un assurdo, popoli non fratelli. Così se succedesse domani una guerra tra l'Italia e l'Austria, o tra l'Italia e la Francia, Trento, Trieste e la Corsica che parlano italiano e son della nostra razza, la Val d'Aosta che parla francese, non dovrebbero entrare nella guerra per non commettere un delitto, o dovrebbero combattere contro la nazione che politicamente le tiene. »

« Ti dirò, il soldato quand'è comandato tira anche sui suoi genitori. »

« Dunque le guerre non devon esser fatte tra fratelli; ma se il soldato tira sui fratelli, la responsabilità e la colpa è solamente di chi comanda. »

« Se colpa c'è, sicuramente. »

« Tu dici che è delitto la guerra tra fratelli. »

« Ma però è in natura. »

« Allora anche la guerra civile. Invece i Governi tengono pronti eserciti per domarle. »

« Per non perdere il potere, e non disgregare uno stato, non che importi a loro, che moia piuttosto il fratello del cugino. »

« Se la morale è a questo punto in Italia, comprendo che il tempo è venuto che tutta l'Affrica ci disfaccia e venga qua a insegnarne un'altra! »

« Morale! La morale è la natura dell'individuo nella storia. Vittorio Emanuele I non vuole spargere una gocciola di sangue de' suoi sudditi ribelli e abdica; Napoleone I e Napoleone III l'avrebbero versato a fiumi. »

« Dimmi, Schicchirillo, sia per questo che i Napoleonidi non imperano più, e che la razza di Vittorio Emanuele I è ancora sul trono ? E, a proposito di questi due imperatori, di' un po': tu asserivi, pochi momenti sono, che le guerre portano la moralità; sicché la Francia del 1820 e 1870 avrebbe dovuto essere moralissima. »

« Un corpo fracido non può salvarlo nessuna medicina.»

« Davvero, questa tua povera guerra s'è ridotta a viver senza saper di che vive, altro che d'odio e di pazzia umana. Ma non dicevi tu che le guerre servono a scuotere i popoli ? Non dovrebbero allora giovare ugualmente al vinto che al vincitore, anzi più al vinto che al vincitore ? »

« Certo. »

« O il conquistato, abbrutito, fiaccato, angariato non resta invece alla mercé del conquistatore? E la conclusione delle guerre non si può riepilogare invece col famoso verso dantesco:

Che una gente impera e l'altra langue ?
»

« Sicuro, è la fortuna che vuol così. »

« E mettere una nazione, se perde, a rischio di languire, d'esser disfatta e annientata e ridotta schiava, si dirà azione di governo civile ? E per il conquistatore sarà civiltà smembrare e abbrutire un altro popolo e inalzare sul cadavere di quello il banchetto della vittoria, brindare, come re Alboino nel teschio del popolo disfatto, alla civiltà delle proprie armi ? »

« Non sarebbe, ma è così. »

« Oh non è, non è!» esclamò Càrite. E soggiunse:

«E stolto anche il vincitore!... »

La soavità del suo accento improvviso parve il murmure d'un rivo gentile che sgorga tranquillo tra piante alte e vivaci. Don Ciriaco e Schicchirillo la fissarono con diversa ammirazione, l'uno invidioso di quella bellezza, l'altro commosso da tanta gentilezza. Schicchirillo poi guardava le sue chiome sempre con quell'acuta invidia e ammirazione con che i canuti e spelacchiati osservano i molti capelli di una donna giovine e bella.

Le signore partirono: si ritirarono per la solita e sollecita toelette.

« Sì, la ragione, o almeno la ragione apparente, è vostra,» disse finalmente con accento disperato il commendatore, accendendo un' altra sigaretta mentre cessava la prima campana di sonare a colazione.

« È vostra, ma anche mia; perché è un fatto innegabile che le razze per mèzzo della guerra vanno migliorando: tolgono il marcio ; e i paesi che fanno la guerra e vincono estendono i loro commerci. »

Si ripeteva fino alla noia: era come pestar l'acqua nel mortaio.

Perverso instancabile non voleva dire altro, mosso non so se a un sorriso di compassione.

Poi rispose:

« Che errore diffuso! quanti lo ripetono senza ragione! La guerra, è risaputo, miete le più forti tempre, i giovani più arditi e coraggiosi, e alle generazioni successive non rimangono che i rifiuti della lèva; per questo agli eroismi delle guerre succedono, come s' è detto, spesso viltà di popoli esauriti e sfiniti, generazioni deboli, abiette, codarde, a meno che non si tratti di montanari, che come volpi o come lupi si rimpiattano tra i loro dirupi selvaggi e rimangono inaccessibili alla corruzione e alla civiltà portata con le armi. Ma altrove è il sangue debole e i corpi fiacchi che rimangono, perduto il fiore. L'aria stessa, di quel buon liquore così malamente sparso, pare che resti ammorbata. Quanto miglior sangue avranno sparso, tanto più sarà lungo il letargo che succederà. Che fu della Grecia dopo Alessandro Magno e dopo tutte le sue guerre civili? Che fu dei Turchi dopo le grandi e rumorose vittorie? E il gentil sangue dei Romani, dopo le gran batoste che dettero e che sostennero, quanti secoli di barbarie non s' è visto sopra. I loro costumi civili s'eran ridotti a tale che Dante li chiamava fetentes. I padroni del mondo, i forti e severi agricoltori del Lazio che cosa dunque eran diventati? Per l'agricoltura, l'arte libera e dignitosa di Cincinnato e à,i Garibaldi, per la quale un Dio scese appunto nel Lazio, e Virgilio scrisse un divino poema, per l'arte loro primitiva insomma, essi sentivano orribile ripugnanza. E la loro magnifica campagna s'è cambiata in deserto. Ebbene, questa balda natura dei Romani da chi è stata pervertita? dalla' guerra. »

« Ma nega, se ti riesce, questo fatto: che le arti e le lettere fioriscono più, là dove regnano le guerre!»

« Badiamo, è un argomento già sfruttato; però ripetiamolo; Se qualcuno ti dicesse: ammazza tuo fratello o il tuo nipote, e diventerai poeta, lo faresti tu a cotesto patto ? »

« No certo. »

« Manderesti in esilio Dante con la minaccia di bruciarlo vivo se riesci a coglierlo nel comune, per avere la sua Divina Commedia? »

« Di proposito, no.»

« Visto questo, non manco di renderti avvertito che la tua è un'altra illusione. Il poeta veramente dice che la civiltà corre là dove

             più versi
Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso


e non, in ogni modo, dove Marte imperversi; non vorrei che fosse uno scambio degli esseri che t'ingannasse; che tu prendessi il fratello per il genitore. Certi popoli forti nella loro giovinezza, piena d'energia fisica e intellettuale, uron artisti e guerrieri ; e i difensori dell'omicidio concludono: ecco, fecer l'arte perché fecer la guerra! Quale diritto a simile progenitura? Allora si potrebbe ugualmente dire: fecero la guerra perché fecero l'arte. Se l'Orlando Furioso dell'Ariosto avesse coinciso con la battaglia di Magenta e di Solferino, ecco voi direste: - Sono queste battaglie che l'anno generato! - Badiamo meglio ai fatti. Se la guerra producesse l'arte, come il mare genera i marinai, i militari dovrebber esser tutti artisti, letterati, poeti. Invece, se mente c'è che paia contraria all'arte e alla poesia e forse a un qualunque progresso intellettuale è quella dei militari. Dai un'occhiata ai popoli. I Piemontesi, gente marziale, sempre mescolata fra le guerre, avrebber dovuto esser più artisti dei Toscani e dei Veneti ; i Romani più de' Greci; i Turchi più de' Romani, gli Abissini più de' Turchi; e tutti più degl'Inglesi. Ma il fatto è vero? Esamina le nazioni moderne. Il Belgio, l'Olanda, la Svezia, la Norvegia son potenze militari di quarto o quint'ordine; l'America è d'ultimissimo ordine; la Russia, invece, di primo. E identico il benessere e la civiltà? La Russia comincia il suo svolgimento intellettuale da quando il suo imperatore pronunzia la famosa frase: «raccogliamoci!» e sospende la guerra. Sicché è la guerra che produce l'arte ? »

« Non sarà, ma.... »

« Sentiamo il tuo ma! »

« Ma puoi negare che la guerra, obbligando il soldato alle armi, alla ginnastica, alle fatiche più dure, non renda i popoli più forti e robusti ? Nega, se puoi, l'amore che per i soldati anno le donne! La donna ama il lavoratore, tiene il poeta e l'artista come un gioiello, il prete (scusi eh, don Ciriaco!) come una reliquia e un'assoluzione, ammira noi sapienti come una rarità, rispetta i giusti e i vecchi, à delle preferenze per i ricchi; ma il suo cuore, ah il suo cuore batte per il soldato. »

Gli argomenti vecchi gli rinverdivano nella testa.

Perverso riprese:

« Anche qui, come al solito, tu confondi. Siccome i guerrieri son costretti a esercizi che irrobustiscono, la guerra e la robustezza le prendi per due virtù inseparabili. Ma gl'Inglesi, che sono il popolo meno belligero d'Europa, che non anno coscrizione, il cui esercito è composto unicamente di volontari, non fanno essi ginnastica e moto, e non sono uomini tra i più belli e forti e svelti d' Europa ? »

« È vero ; ma spingi i nostri a fare altrettanto, se ti riesce! »

« Ah, finalmente, siamo arrivati a questo: che la guerra non è utile altro che per noi italiani, per fare irrobustire il nostro popolo, irrobustendolo, s'intende, col mandarlo al macello.

« Esagerazioni indegne di te.

« Saranno. Ma i mercanti fiorentini del quattrocento e del cinquecento non eran essi svelti e forti e ginnasti tanto più di noi, senza che la loro condizione fosse diversa da quella degl'Inglesi d'oggi? Non ci diedero essi Giovanni delle Bande Nere e Ferruccio, e non furono grandemente eroi nella difesa della libertà e della patria? E Annibale .cartaginese, anche lui d'un popolo di mercanti, non è stato forse il più gran soldato del mondo, quello che fece tremare tutta Roma? »

« Non dico. »

« I tiranni italiani prima del 1859 si potrebbe dire che rendevano la gente torpida; eppure c'erano anc'allora uomini svelti e ginnasti e gagliardi più che ora, se da quelle generazioni vennero i patriotti che combatterono per l'Italia; in ogni modo concedi la libertà a un paese, istituisci palestre, giochi ginnastici, corse, nuoto, igiene di vita, fatiche avventurose e selvagge, sanità e virilità d'educazione, e poi qualunque costituzione Umana non varrà a eguagliarci. La razza anglosassone è la prima del mondo per statura, peso, capacità polmonare, forza e sveltezza fisica: sta bene ; ma questo lo deve alla sua perfetta costituzione di liberi cittadini, non alla schiavitù delle leve, che non conosce. Né si venga a parlare di posizione insulare del paese, o altro. Dateci, ripeto, la sana educazione della libertà, dateci il pane, e vedrete che anche noi non saremo da meno» L'Inghilterra ebbe anche lei una volta il dispotismo monarchico, il popolo venale e servo, e fino al secolo scorso indolente, grossolano, briacone, vizioso, violento. Ebbene? seppe scuotere il giogo; e oggi non pare più il medesimo popolo. L'umanità faccia come il popolo inglese tutta quanta: scuota il giogo; e vedrà se il miglioramento suo dovrà aspettarlo dalle guerre! E quando sarai riuscito a render realmente bella e forte tutta la razza umana, sappimi dire che ragione avranno le donne di preferire dei soldati ? Non amano già, i militari, perché ammazzino la gente, ma per quel complesso di virtù che li fanno reputare più uomini... »

« Molto c'entra anche il capriccio e la vanità!» interruppe il Sensati; «si capisce! »

« Marysienska e Sobieski!» fece Perverso.

Schicchirillo era a volte molto imprudente, malgrado la sua veneranda età. Ripensando all'argomento dell' Inghilterra, gli venne in mente una cosa, e sùbito si détte a smanacciare in modo incredibile, e non parlava. Alla fine parlò, sempre .smanacciando:

« Vedi come sono i tuoi argomenti! Mi citi l'Inghilterra; ma l'Inghilterra s'avviò alle proprie libertà con lotte incredibili, e cominciò a decapitare il re. Riecco la violenza a darti torto. »

Perverso gli rispose, senza commoversi:

« L'Italia non è usa d'uccidere i re. Ab antico ella porta la corona sul capo, senza abdicare; e da' suoi ministri, siano re o altro, vuole che non impaccino il suo fatale andare. Non e' intendono ? Essa li mette regalmente alla porta. Mi pare un costume migliore di quello inglese. E che, senz'esser violento per conto tuo, in teoria ami fare sfoggio di violenza. Molti son come te. E con questo vostro riporre nella violenza, nella guerra e-nel soldato tutto lo spirito umano mi ricordate (è un aneddoto raccontato da quel valoroso cava, liere, di cui fu scritto: si truculenta ferox irrumpis in agtnina, Marte diceris ...natus), mi ricordate quel tale che avendo osservato a una donna di non conoscere altro mestiere che il combattere, la donna lo consigliò di farsi ungere ben bene, per non prender più ruggine di quella che aveva; e, così unto, farsi riporre in un armadio tra gli altri arnesi di guerra, finché non. venisse il tempo d'esser adoperato. Oggi poi sono ossidazioni e ingiustizie senza nome. Che cosa c'è infatti di più ripugnante alla dignità e libertà umana (salvo forti casi di necessità) che obbligare un uomo, nato libero, a vestirsi una divisa, onoratissima senza dubbio, ma che a lui non piace? imbracciare uno schioppo che non ama? relegarlo contro la sua volontà e le sue simpatie per mesi e anni in una caserma dove si sente morire fisicamente e intellettualmente, far degli esercizi che, essendo contrari alla volontà di tutto il suo organismo, invece che salubri e rafforzanti, riescono malsani e deprimenti? E un giorno poi, per quanto la cosa gli ripugni, deve sentirsi dire: - Va' e uccidi il tuo fratello! - E se non andrà, poco male... uccideranno lui! E questa la civiltà nostra? Uno nasce col naso o con le gambe sformate, con la vista corta, le mani rattratte, i piedi guasti, una spalla storta, il petto ristretto, lo escluderete, come inabile, al servizio militare ; un altro, cui psicologicamente, o per costume o per educazione o per religione, ripugna il servire sotto le armi, che aborre dallo spargimento del sangue, che non vorrebbe ammazzare una mosca, che non può sentire senza turbarsi lo sparare d' un fucile omicida, quello lo pigliate per il colletto, gli date, occorrendo, un calcio nel di dietro, e gli dite: - Via, poltrone, alla guerra! - Non mi pare davvero degno d' uomini liberi. »

« E allora come avresti un esercito? »

« Ricàsolì non vuol indossare, perché gli secca, la giubba gallonata di ministro, e Vittorio Emanuele glie lo consente; e un altr'uomo non può avere lo stesso sentimento per un' altra divisa ?»

« Ripeto, non ci sarebbe più esercito! »

« Ma se domani dunque tornassero a comandare i preti, e ti obbligassero a vestirti da prete, a fare il prete, o qualunque altra cosa attenente ai preti, che a te ripugnasse; e per giustificazione ti dicessero: - Che volete? altrimenti non ci sarebbe più Chiesa! - tu l'ammetteresti per buona?»

«No certo. Ma chi salverebbe il paese? »

« Ma chi salverebbe la Chiesa? Mettete la libertà fra i popoli, e dopo vedremo. Fa' quello che devi, avvenga quello che può. »

« Ma, in fine, mettiamo la cosa in oro: come risolveresti quelle questioni che non si possono risolvere se non con la guerra? E se non le risolvi, come osi predirne la fine? »

« Se le guerre risolvessero le questioni, non ne conterebbe tante la storia, e a quest'ora sarebbero finite le centomila volte! Pur troppo, invece le creano. Come i muratori per mantenersi lavoro di continuo: riaccomodano il tetto qui dove piove, e spostano un tegolo o un embrice là dove non piove. Il mèzzo di risolvere le questioni ? Tal e quale si risolvono privatamente. Perché oso predirne la fine? Aspetta un poco. Dicevi l'altro giorno che il duello è barbaro, e che finirebbe, non è vero ? »

« Più che barbaro, sciocco. »

« Così lo considera oggi infatti tutto il mondo civile; e gli nega anche la virtù che parevano avere i duellisti: il valore, non è così ? »

« Senza dubbio: una gran parte dei duellisti son gente tutt'altro che... belligera! E poi, può il duello dar ragione a chi non l'à; può sacrificare la vita d'un uomo che meritava di svolgersi, può toglier dal mondo un eroe, per lasciarci un paltoniere qualunque. »

« E codesto non è pure della guerra? E quello che trovate barbaro oggi, non era trovato civile due secoli fa? Non erano allora i duelli su vastissima scala? eternamente discussi nei codici cavallereschi i vari casi che li potevan creare ? Ebbene, come osi tu asserire che in un giorno prossimo o lontano non' abbia a toccare il medesimo risultato alle guerre ? e popoli che sarebbero stati dispersi e distrutti da queste, mentre meritavano di vivere e prosperare a seconda delle loro energie primitive, non prospereranno e non vivranno, come la legge di natura vorrebbe, ma saranno all'arbitrio di malfattori omicidi, o abbandonati al pregiudizio della sorte? Non sei tu che dici sempre; i pregiudizi vanno spenti!?»

« Spenti. »

« Il delitto è a danno di chi lo accarezza. E ne sopportarono tremendi guai i più ostinati e più forti. Non fu l'idea di voler conquistare il mondo con la spada che trascinò la razza d'Israello a lotte disperate, a stragi immense, alla sua dispersione nel mondo, dove per tanti secoli, spregiato, appartato, avvilito, oppresso, cencioso, si ridusse a non aver altro rifugio e speranza che nel denaro? »

« Non dico. »

« I vincitori stessi lo riconoscono. Scipione piange sulle rovine di Cartagine, pensando che un giorno quella sorte medesima toccherebbe a Roma, non più eterna, giacché questi principi anno tutti la stessa fine... Chi di coltello fere, di coltello pere

« è naturale. »

« Chi solamente ferisce, intendi? decreta da sé la propria morte!... E non e' è gloria, né civiltà. Quando bastassero le vittorie guerresche riportate sui popoli a dare l'ammirazione nel mondo, e non il diritto, la giustizia, la libertà e la dignità umana, i barbari sarebbero altrettanto stimati che i Romani, Cesare ugualmente che Cristo. Se Cristo invece è più venerato di Cesare, è appunto perché il mondo vide in lui l'uomo vero, la civiltà vera; e da lui volle segnata la divisione tra la storia antica e la moderna. L'antica s'incardina nella giustizia retta con la forza: è rappresentata dai Romani, sani, virili, meravigliosamente temuti e rispettati finché, s'intende, possiedono quel sentimento (quando l'aristocrazia corrotta, cinicamente prende oro dall'assassino Giugurta, e vuol salvarlo, disprezzando gli ammonimenti del popolo, non ancora come lei corrotto, ecco che contro gli Opimi, gli Scauri e i Béstia, sorge Mario plebeo trionfatore di Giugurta!); la storia moderna porta scritto nel suo vessillo la giustizia e la misericordia, virtù questa non ignota ai Romani, giacché di loro è il vocabolo, ma misericordia generale, non particolare, quella che, costretto l'individuo a esaminare la propria coscienza, gli toglie il diritto della vendetta. Ognuno cerchi da sé di migliorar sé stesso, come può, davanti alla libera voce della verità; se non può, i gastighi altrui non bastano. E inutile, è iniquo che il giudice imperversi, facendo tacere l'interna voce che gli grida: Medice, cura te ipsum; è criminoso che un popolo s'avventi contro un altro, per lo stesso motivo. Questa è insomma la scuola di Gesù, che incarnò il sentimento universale creato e sviluppato dalla civiltà di Grecia e di Roma. »

Sentir rammentar Cristo, là dottrina di Cristo, specialmente come cosa positiva, urtava i nervi a Schicchirillo in modo speciale: si divincolava sulla sedia, picchiava ditate nella sigaretta, cambiava colore: lo riteneva cosa non seria. Pareva che dicesse:- lasciatelo nella chiesa alle beghine quel povero Cristo! Esso serve per le anime semplici: Beati pauperes spiritu! - Per noi filosofi è sprecato! Non scattò però questa volta. Le parole che gli vennero prime le sostituì per via con altre più opportune.

« Sogni, mio caro,» proferì quasi stizzito. «Illusioni vere e proprie! La poesia non governa il mondo, e neanche l'umanità si governa con la ragione... pura! Di governi civili e misericordi io non ne conosco, e, a dirtela, neanche onesti. Essi son costretti a usare quotidianamente perfidie e ipocrisie, ipocrisie e perfidie. Noi, puta caso, siamo risorti in nome dell'indipendenza: questo è un fatto; ma sono specchietti per le lodole. Se domani un altro popolo vicino si provasse a fare altrettanto, a proclamare, cioè, la propria indipendenza, e a noi non tornasse comodo, saresti tu il primo a dire: - bombardatelo! - se tu fossi al governo! »

Poi, visto un movimento aspro nel viso del senatore, riprese quasi subito:

« Ecco, lo sapevo, vi dispiace la dura realtà! Il Sensati par che mastichi il verso del Carducci contro di me:

Di che cuor, caro mio, ti strozzerei!
»

« Tu non sei andato lontano dal vero,» rispose il senatore con un sorriso mèzzo ironico.

« Ah! ah! »

« Che vuoi? tu sei cinico sino all'affettazione! »

Le signore dettero ragione al Sensati.

« Caro Schicchirillo, è proprio così: si corregga una buona volta! se no, finisce col diventarci antipatico. »

Schicchirillo ammirò la dolcezza del rimprovero, e ridendo di cuore, uscì a gridare e gesticolare più del solito:

« Vedete, vedete, abbiamo qui la prova materiale e patente del vostro errore! L'amico senatore mi strozzerebbe! Ecco che la violenza è in natura; e la ragione è mia!! »

« Ma non ti strozza, ecco il tuo torto! E non ti strozzerebbe nemmeno il Carducci, quand'anche tu gli guastassi i versi!» ribadì il giovine, pronto. «In tante parole e frasi è innegabile che vive la storia dell'antica natura, ma il fatto le accompagna di rado. La ragione à vinto. Prima si comincia a nutrire l'odio e a sfogarlo, come il ferito sente la voglia di grattare le sue cicatrici; ma lo sfogo lascia in noi maggiore amarezza e doglia; e la ragione condanna quello sfogo; poi, a poco a poco, obbliga l'uomo a trovare un rimedio al suo istinto ingannatore senza incancrenire la piaga. Si vorrebbe ammazzare e mangiare il nostro prossimo per amore e per odio: in fine ci si contenta di lasciarlo vivere in pace. C è chi non ammette, almeno lì per lì, la giustezza di tali rimedi, e vorrebbe sbranare e sbranarsi: spesso sono i bambini, le donne, le persone più vivaci ; ma il medico viene che li frena, o un servo qualunque: essi protestano, tentano di ribellarsi; all'ultimo son contenti, perché si trovano meglio, e ringraziano la scienza. La società è composta d'individui, con i medesimissimi istinti e pruriti. Bisogna impedirne gli sfoghi brutali, a vantaggio di quello stesso che li commetterebbe, pur educando alla libertà. Credo che non importi esser profeti o persone, cui il barlume della conoscenza tanto o quanto le aiuti, per dire, vedendo grosse nuvole che si avanzano: la pioggia è vicina! e per concludere, vedendo la ragione che non assiste per nulla i duelli e le guerre: questi e quelle son destinate a sparire! Ormai tutti lo intendono: la violenza è il mal seme che trattiene la civiltà, non la feconda; le nazioni s'armano non solo contro altre nazioni, seminando odi e sospetti funesti, e accrescendo i propri terrori:

Vivi, Europa, sicura:
Più armi e più paura!


ma s'armano fino ai denti contro i propri connazionali! Questo terreno screpola tutto; i popoli cominciano a vedervi dentro; e dai popoli sorge l' arme contro i governi. Gli anarchici sono un partito dissennato certamente, che non può aver vita, se intende campare di violenza, e dai popoli non amato appunto perché la violenza è una matta bestialità; ma gli anarchici non fanno che mettere in atto gli stessi insegnamenti e gli stessi mèzzi quali vengono dall'alto. L'ingiustizia partorisce l'ingiustizia, e l'amore l'amore. Essi sono belve al basso, armati di bombe e di ferri, che mietono vittime innocenti a diecine e a centinaia ; gli altri, belve in alto, armati di bombe e di ferri che mietono vittime innocenti a centinaia e a migliaia. Il diritto è cosa bilaterale: tu uccidi, io uccido; tu semini umanità e misericordia, e misericordia e umanità tu mieterai. La ferocia di Ferdinando re, genera l'atto crudele d'Agesilao cittadino; e l'imperatore che con mille delitti politici tiene schiava una patria, mandandone gli schiavi a comprimere altre patrie, prepara inconsciamente nella fantasia d'un giovane le bombe destinate a distruggerlo; e il giovine che così medita l'assassinio, pare a sé e ai popoli un eroe: egli va sereno alla morte, mentre il poeta, interpetre del sentimento popolare, grida: - Maledetto anche una volta l'imperatore!! - Che meraviglia se il fanciullo innocente, che vede condurre al supplizio o all'esilio torme di sventurati, cui ripugna l'iniquità, senta nascere e svolgere nell'animo proprio i semi dell'annientamento d'ogni cosa a lui sovrana? Puoi con la forza brutale costringere per un momento al rispetto, alla devozione, a farti baciare anche i piedi ; ma poi la natura insorge; la vendetta chiama la vendetta; e il padrone di ieri diventa lo schiavo d'oggi; il feritore, l'ucciso. Che voi mandiate le croci rosse o bianche o bige a curare i feriti sui campi di battaglia, è certo bene: siete belve non prive d'indulgenza; ma non sarebbe stato meglio risparmiarsi di ferire? La società pronta a curare i mutilati sui campi di battaglia, rammenta Iago che, pugnalato a tradimento l'amico Cassio, si volta poi tutto dolcezza al ferito, dicendogli; - Oh, amico mio, amico mio, voglio fasciarti con la mia camicia! - Vengon fuori con la ragione delle razze inferiori! La bestia umana non s'è mai più cinicamente manifestata. Pervertimento intellettuale! Alla luce obliqua del sole l'ombra d'un pimmeo pare un gigante ; e davanti all'obliqua ragione, il falso ingigantisce, e si giudicano così orrendamente le cose! »

E dopo un po' di silenzio, disse melanconicamente:

« L'Italia, chiamata per tanto tempo paese di briganti, quando i briganti stranieri inferocivano in casa, mi dorrebbe se oggi, risorta, continuasse il mestiere dei briganti stranieri, e non sapesse portare in tanta questione sociale il lume puro della ragione antica. »

Schicchirillo non si dava per vinto. Tirando fuori imperterrito la scatola delle sue sigarette, ne accendeva una, mandando i globicelli di fumo nell'aria tra il verde delle piante, mentre un occhio sbirciava nell'azzurro stanco del cielo ; come ormai anche il discorso languiva. Perverso sentiva di non poter discutere profittevolmente col commendatore.

« Intanto,» disse Schicchirillo tra un pè e l'altro, «tutta l'Europa è in armi; né si vede da qual parte dovrebbe spuntare il tuo agognato giorno della pace. »

« Non importa. Tutta l'Europa sente che così non può durare; aspetta il novo giorno, e, aspettando, si prepara, con la pace non con la guerra. E così deve farsi. Non sarebbe bene che le classi dirigenti s'avessero a svegliare da un brutto sogno. Una società intelligente e vigile deve seguire il progresso, non pretendere di fermarlo o di guastarlo. Ma se non ci riescono i capi, faranno da sé i popoli. Essi imperano, e davanti al loro volere, inutile ogni resistenza. Affratellandosi i popoli nel mondo, succede il medesimo che delle genti nelle nazióni. Per l'Austria era gran politica dividere per governare; e avvedutezza era per lei mandare italiani contro slavi, e slavi contro italiani. Era riuscita così a diseducare affatto da ogni cortesia e umanità questa razza italiana: le più efferate crudeltà commesse tra noi, eran da lei ordinate ai nostri come a schiavi, che le compivano sui loro fratelli. - Scavate nove fosse! - disse un ufficiale tedesco a dei contadini italiani. Essi le scavarono. Erano per seppellirvi Ciceruacchio e i suoi compagni difensori della repubblica romàna, amici e compagni di Garibaldi ; seppellirceli, dopo averli fucilati. Succedevano queste cose, e succedono; ma per quanto ancora? Aprite gli occhi per tempo. Un'idea corre come il telegrafo: in un secondo gira il globo. Quali monti la fermeranno? Il giorno che le genti non vorranno più ammazzarsi l'un l'altra, che tutte le madri si opporranno a questi assassini collettivi, còme farete voi a metter insieme gli eserciti? »

« Ai popoli non credo!» fece Schicchirillo «essi sono pecore, e come tali aspettano il pastore che li tosi e che li sgozzi. Converrebbe immaginare un pastore che salvasse le pecore. Ma dove si troverebbe? Chi l'à, le tosa e le mangia, perché la fame comanda. È una cosa in natura. Le tempeste scoppiano perché i fulmini ci sono nell'aria: chi dovrebbe essere il novello Franklin che potesse dire: invento il parafulmine delle guerre? »

« Chi può dirlo?» rispose il giovine.«Cose che non si credevano ieri, saranno verità indiscutibili domani. Quando Colombo proponeva di girare gli antipodi, la commissione regale gli osservava: - Come farebbero le navi a passare i confini dell'emisfero noto a Tolomeo? Per quale arcana legge non sarebbero precipitati negli abissi passando quel punto? E se fosser passati, come farebbero a risalire? E poi dalla zona torrida le navi, passando, non si sarebbero incenerite? - Eppure Colombo non sapendo risponder a tanta scienza, sentiva di aver ragione. L'umanità oggi è precisamente nel medesimo caso: sente che il suo cammino è per la pace ; non sa rispondere alla scienza scettica dell'amico Schicchirillo, né chi riuscirà a trovar la chiave di tanto benessere. Non lo sa, ma n'è sicura. »

« Che le cose si vanno compiendo con meravigliosa celerità, questo è innegabile,» disse il Sensati. «Lo vede anche un cieco. Basta ripensare quanta e quale strada s'è fatta in quattro secoli! Ritrovando l'altra parte di sé stessa, diceva qui benissimo il nostro amico l'altro giorno, la terra, come guarisse da una antica paralisi, à acquistato una forza di progresso che à del vertiginoso; e giusto poche ore dopo leggevo che quando Magellano girò il globo, lo fece con cinque scomode barcacce, che stazzavano in tutto cinquecento tonnellate, e dugento sessanta uomini d'equipaggio; che ci misero tre anni a compierlo, e di cinque navi ne tornò una, e di dugento sessanta uomini, diciassette! Oggi in sessantacinque giorni fai il giro terrestre con un bastimento d'acciaio della capacità di settemila cinquecento tonnellate, con macchine della forza di diecimila cavalli; tu parti con un migliaio d'uomini, i quali godono là dentro tutti i comodi della vita, illuminazione elettrica, riscaldamento a vapore per le regióni fredde, grandi ventagli per le regioni calde. E il ritorno si può dir sicuro. Chi l'avrebbe immaginato a' tempi di Magellano? »

« E, se non si mette ostacoli alla scienza delle cose,» aggiunse Perverso, «volete voi ostacolare la scienza della vita e dell'amore? Avremo vinto le potenze brute dei mari, le terribili tempeste degli oceani, ridotti i naufragi alle minime proporzioni, forse si ridurranno del tutto, trovata la causa di tante malattie, per dominarle; e le tempeste e le malattie dell' uomo omicida e i naufragi umani non li leveremo di mèzzo ? Che pretensione è la vostra? Quella scienza che à fermato i fulmini, che à distrutti gli animali feroci, non fermerà la ferocia di pochi inani, causa d'infiniti disastri? E ci contenteremo di salvare dal tifo o dalla tisi o dalla rabbia o dal colera dieci persone, per lasciarne poi disperdere delle migliaia e dei milioni ? Andavano alla piana e alla salita le povere bestie, tirando su con grande stento un po' di roba a basto o col baroccio; oggi attraverso ai piani, ai monti, sui fiumi, sulle valli, dal più basso fondo alla più alta cima, corrono a migliaia tram, vapori, veicoli d'ogni sorta, carichi di roba e di gente: un po' di foco, una scintilla elettrica, un filo di ferro se li porta via con una forza misteriosa che percorre allegramente l'infinito; domani con maggior velocità e ugual sicurezza trascorreranno altri veicoli per le vie del cielo. E voi pensate che l'uomo solo rimarrà fermo nella sua barbarie in mèzzo a questo progresso di vita, quando il vapore cammina, quando l'elettrico vola; e che vorrà ancora cozzare per uccidersi con l'altro uomo, e non godersi i giorni di felicità che gli sono stati concessi dalla natura! E veramente una cecità, un inganno terribile! La coscienza umana da meno del carbone!»